Oltre il Rosatellum: quale legge elettorale?

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Salvatore Borghese

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Comprensibilmente, le nostre simulazioni delle elezioni del 4 marzo con diversi sistemi elettorali hanno suscitato un certo dibattito. Ciò conferma non solo quanto il tema sia sentito oggi (all’indomani di uno stallo elettorale), ma anche di quanto sia importante – sempre – avere delle regole del gioco condivise.

Vediamo allora di chiarire alcuni dei punti lasciati in sospeso

L’importanza di regole del gioco condivise

Nessuno ha messo sotto accusa il sistema elettorale in Germania, nonostante l’esito di 3 delle ultime 4 elezioni (2005, 2013 e 2017) abbia costretto due partiti storicamente avversari (CDU e SPD) a formare governi di larghe intese. Non lo hanno fatto nemmeno in Spagna, dove le elezioni del 2015 sono state ripetute a distanza di sei mesi (producendo, peraltro, risultati praticamente identici) ma dove a tutt’oggi il governo Rajoy non ha una maggioranza in Parlamento. Il sistema elettorale non è stato messo in discussione nel Regno Unito, patria del maggioritario e del bipartitismo, quando si è rivelato incapace per ben 2 volte nell’arco di pochi anni (nel 2010 e poi di nuovo nel 2017) di garantire una maggioranza monopartitica.

Persino negli Stati Uniti, dove il sistema basato sui “grandi elettori” ha consegnato la presidenza a Donald Trump nonostante Hillary Clinton fosse uscita largamente vittoriosa nel conteggio del voto popolare (con oltre 3 milioni di voti in più rispetto all’avversario), le regole del gioco non sono state messe all’indice. In nessuno di questi paesi si è pensato di dichiarare la necessità di un governo di transizione per cambiare il sistema elettorale per poi tornare nuovamente a votare.

Perché invece Italia è successo? Per una ragione molto semplice: perché intorno a quelle regole del gioco, sulla legge elettorale approvata nell’ottobre 2017 e a cui si è dato il nome di “Rosatellum bis” (o più semplicemente Rosatellum) non vi è mai stato un consenso unanime.

Per essere chiari: il Rosatellum non è esente da difetti, anzi. Una legge elettorale può essere buona (o cattiva) indipendentemente dal fatto che sia stata approvata con una maggioranza ampia e trasversale (per inciso: il Rosatellum ha soddisfatto entrambe queste condizioni). Ma l’accusa rivolta ai promotori della legge di aver ideato un sistema che ostacolasse il raggiungimento di una maggioranza è facilmente smentibile: se l’intento fosse stato quello di scongiurare una vittoria, sia il “Tedeschellum” (affossato in Aula a giugno) sia il sistema comunque in vigore prima del Rosatellum (il “Consultellum”) sarebbero state soluzioni certamente più efficaci.

Limiti delle simulazioni elettorali

Chiariamo meglio un punto lasciato in sospeso nel precedente articolo: alcuni lettori hanno criticato l’assunto teorico per cui in presenza di un sistema elettorale diverso i voti si sarebbero distribuiti nello stesso modo. Si tratta ovviamente di un’assunzione tutta da dimostrare: è pacifico e intuitivo (nonché dimostrato da molti casi concreti) che se ci sono regole diverse i partiti adottano strategie differenti, eventualmente modificando l’offerta elettorale; ed è altrettanto ovvio che gli elettori risponderanno ad una diversa offerta elettorale declinando in modo differente le loro preferenze.

Questo però non cambia il punto di fondo: un conto è dire che l’offerta elettorale e il voto degli elettori avrebbero potuto essere diversi; un altro è spingersi a ipotizzare come i voti si sarebbero dovuti distribuire diversamente da quanto avvenuto il 4 marzo. Poiché non esistono ipotesi plausibili su come avrebbero votato gli italiani in presenza di un sistema diverso (totalmente maggioritario oppure totalmente proporzionale), siamo costretti a partire dal dato, incontrovertibile e inequivocabile, che l’attuale assetto politico-elettorale italiano è di tipo tripolare; e non da oggi, ma almeno da 5 anni, durante i quali i sondaggi hanno continuato a registrarne la sussistenza senza variazioni significative. Se anche gli elettori avessero voluto cambiare il loro voto in funzione di un diverso sistema elettorale, chi può dire con certezza in che modo avrebbero votato? Verosimilmente, nessuno.

Ecco perché confrontando sistemi elettorali diversi ci si può spingere con le ipotesi solo fino a un certo punto. Ma di certo non si può prescindere dai dati reali: voti espressi da elettori in carne ed ossa che – in modo più o meno convinto – il 4 marzo hanno restituito quella che ad oggi è la fotografia più attendibile di come si distribuiscono oggi le preferenze politiche degli italiani. Meglio di come possa fare qualunque sondaggio, proiezione o simulazione.

Le ipotesi sul doppio turno francese

Molti lettori ci hanno chiesto di simulare più in dettaglio cosa sarebbe accaduto utilizzando un sistema come quello francese, basato sui collegi uninominali a doppio turno. Ci eravamo limitati a indicare in quanti collegi (alla Camera e al Senato) i diversi partiti avrebbero portato i loro candidati al secondo turno, arrivando tra i primi due o superando la soglia del 12,5% degli aventi diritto. Simulare un secondo turno è azzardato proprio perché – per lo stesso ragionamento di cui sopra – possiamo fare solo ipotesi su come si distribuirebbero i voti del primo turno. Tuttavia, è comunque possibile fare delle stime assumendo che:

  1. un candidato della Lega o di Forza Italia al secondo turno avrebbe raccolto i voti degli altri candidati di centrodestra esclusi;
  2. in presenza di un ballottaggio tra un candidato PD e uno M5S alcuni candidati di centrodestra (quelli di Forza Italia e NCI) avrebbero convogliato maggiormente i propri voti sul primo e altri (quelli di Lega e FDI) sul secondo;
  3. in presenza di un ballottaggio tra PD e un candidato di centrodestra, gli elettori del M5S del primo turno si sarebbero ripartiti in modo sostanzialmente equilibrato, in particolare in presenza di un candidato della Lega.

Al primo turno (dove serve la maggioranza assoluta), dei 232 collegi della Camera ne sarebbero andati 23 al M5S e 1 alla SVP.

Al secondo turno, le sfide sarebbero state queste: 53 ballottaggi M5S-FI; 40 ballottaggi M5S-PD; 27 ballottaggi Lega-M5S; 3 ballottaggi PD-FI; 1 ballottaggio Lega-PD; 1 ballottaggio M5S-SVP; e ben 81 “triangolari”, tutti tra M5S, Lega e PD. Ecco i risultati:

Nell’ipotesi “intermedia”, nessun partito riesce a vincere nella maggioranza dei 232 collegi simulati, raggiungendo la “soglia magica” di 117 vittorie. Vi si avvicina in qualche modo il Movimento 5 Stelle: traslando il risultato di questi 232 collegi sugli effettivi 618 seggi della Camera, il M5S arriverebbe a quota 282: mancherebbero quindi 35 seggi. Ma se invece si ipotizza che i voti dei candidati esclusi al primo turno si riversino massicciamente su un partito o sull’altro, lo scenario cambia: nell’ipotesi più favorevole per il M5S, il partito fondato da Grillo vincerebbe in 134 collegi (il 58%); se invece la fortuna arridesse in modo smodato ai candidati di centrodestra, Lega e Forza Italia vincerebbero ben 120 collegi, anche qui la maggioranza assoluta (51,7%). Queste però sono entrambe ipotesi-limite. Il Movimento potrebbe salire da 106 a quota 134, ma potrebbe anche scendere a 89; mentre il centrodestra potrebbe addirittura fermarsi a 77 seggi (tutti per la Lega). Chi resterebbe fuori dai giochi in qualsiasi scenario sarebbe il Partito Democratico (da un minimo di 10 a un massimo di 34 collegi).

Un puro esercizio intellettuale? Forse. Ma ci ha dato una delle risposte che mancavano: ora sappiamo il voto del 4 marzo non avrebbe garantito una maggioranza nemmeno con un sistema a doppio turno di collegio alla francese. Ma sappiamo anche che, a differenza di quanto visto con altri sistemi, una maggioranza sarebbe stata quantomeno possibile – ed è già qualcosa.

La proposta del M5S: il Toninellum

Di tutti i modelli esteri simulati, non abbiamo mai approfondito una caratteristica fondamentale che deve avere un sistema elettorale alternativo che vada a sostituire quello attuale: e cioè la sua fattibilità politica. Qui l’analisi deve procedere con i proverbiali piedi di piombo, giacché non ci sono dati con cui misurarsi, ma solo le posizioni politiche dei vari partiti (mutevoli per definizione) oppure, nella migliore delle ipotesi, delle sentenze della Corte costituzionale. Queste ultime costituiscono il “perimetro” entro il quale ci si deve ogni volta muovere alla ricerca di una nuova legge elettorale. Dalle pronunce recenti più importanti (quella sul Porcellum e quella sull’Italicum) sappiamo che, per essere costituzionale, una legge elettorale non può essere eccessivamente disproporzionale e che deve prevedere delle soglie minime per l’accesso ad un eventuale secondo turno: ma questo rende pienamente conforme a costituzione il modello francese, che difatti prevede queste soglie in ciascun collegio. Quindi gli ostacoli sono di natura politica: chi potrebbe opporsi all’adozione di un sistema elettorale basato sul modello francese? Non il PD, che già nel lontano 2012 (segretario Bersani) adottò proprio il modello francese come proprio sistema elettorale di riferimento e che con Renzi introdusse il ballottaggio nazionale di lista (con l’Italicum) come formula di compromesso, stante il veto della controparte (il centrodestra, cioè Berlusconi) verso i collegi uninominali. Come abbiamo visto, il PD ad oggi avrebbe ben poco da guadagnare con un sistema del genere: e soprattutto non ha più il peso politico e parlamentare di cui disponeva nella passata legislatura. Potrebbero essere più ben disposti verso questo modello i due vincitori delle ultime elezioni, ossia Movimento 5 Stelle e Lega?

In realtà, il M5S è sempre stato su posizioni piuttosto distanti dal sistema francese: nel tempo, le sue simpatie sono andate dal proporzionale puro a quel “Tedeschellum” frutto di un compromesso a 4 con PD, Lega e Forza Italia; ma la proposta per eccellenza dei grillini in materia elettorale è il cosiddetto “Toninellum”, depositato come proposta di legge alla Camera il 6 maggio 2014 (primo firmatario Danilo Toninelli) dopo una consultazione svoltasi sul portale online del M5S. Il Toninellum è un sistema proporzionale basato su una ripartizione a livello simil-provinciale  e che prevedeva un’ampia (e alquanto creativa) gamma di scelte per l’elettore, che poteva esprimere preferenze sia positive che negative a candidati anche presenti in liste diverse da quella votata. Per quello che interessa a noi, cioè il meccanismo di traduzione dei voti in seggi, il Toninellum avrebbe premiato le liste maggiori a scapito di quelle medio-piccole, specie quelle non territorialmente concentrate. Di fronte al miglior risultato della storia del M5S sul piano nazionale (il 32% ottenuto lo scorso 4 marzo) il Toninellum avrebbe dato una maggioranza alla Camera dei deputati?

La risposta la vediamo nel grafico, ed è negativa. Con il Toninellum il Movimento 5 Stelle avrebbe ottenuto più seggi di quanti ne abbia ottenuti col Rosatellum (o di quanti ne avrebbe ottenuti con un sistema simil-tedesco), ma meno di quanti gliene avrebbe dati un sistema come quello spagnolo. Anche avendo la meglio su un centrodestra diviso – grazie all’effetto premiante per i partiti maggiori previsto da un sistema del genere – ai pentastellati sarebbero mancati comunque una sessantina buona di seggi per poter governare da soli. A (ulteriore) conferma che il problema dell’ingovernabilità in un sistema tripolare non è imputabile al sistema elettorale.

Il “problema” è l’assetto istituzionale

Come sottolineato da molti studiosi ed osservatori, il problema della governabilità in Italia dipende dal suo assetto istituzionale, più che dalle regole elettorali. In Francia e negli Stati Uniti c’è sempre e comunque un presidente perché in quei paesi c’è l’elezione diretta del capo dell’esecutivo. L’Italia però è una repubblica parlamentare, in cui peraltro il governo è un’emanazione non di una, bensì di due camere aventi gli stessi identici poteri ma eletti da corpi elettorali differenti. Se l’Italia avesse un’altra forma di governo, o addirittura un’altra forma di stato, il discorso sarebbe diverso.

Ad esempio, se l’Italia fosse una repubblica federale di tipo presidenziale, l’elezione (diretta) del governo potrebbe avvenire ricalcando il sistema statunitense, assegnando cioè ad ogni stato (regione) un numero di “grandi elettori” proporzionale alla sua popolazione. È quello che ha simulato, ad esempio, il nostro Alessio Ercoli, ipotizzando che il numero di grandi elettori sia pari a 630 (quanti sono i seggi della Camera).

In questo caso, il centrodestra avrebbe vinto la sfida ottenendo 338 grandi elettori su 630. Ma è chiaro che qui si tratta davvero solo di un divertissement: un sistema del genere sarebbe improponibile in Italia senza una radicale revisione della Costituzione. E, come dimostra la storia recente, è già molto complicato modificare la Costituzione anche senza intervenire sui poteri e sulla forma di governo; figuriamoci quanto lo sarebbe trasformare l’Italia in uno stato federale con elezione diretta dell’esecutivo.

Tutti i (veri) difetti del Rosatellum

Come detto, il Rosatellum ha una lunga serie di difetti, grandi e piccoli. Il fatto che tra i difetti non possa rientrare l’assenza di una garanzia di governabilità non significa che non ci sia nulla da cambiare. Intanto, si può intervenire sul funzionamento dei collegi uninominali: il 36% è una quota importante, e che in teoria potrebbe garantire una maggioranza anche con meno del 40% dei voti (come sosteniamo da tempo). Ma si potrebbe fare di più, ad esempio innalzando tale quota al 50% – o addirittura raddoppiandola, ripristinando le proporzioni previste dal Mattarellum. Andrebbe poi senz’altro eliminata la possibilità di essere “paracadutati” in un listino proporzionale: i candidati sconfitti nell’uninominale non dovrebbero poter rientrare dalla finestra, altrimenti viene meno il meccanismo di accountability che è una caratteristica fondamentale dei sistemi basati sui collegi uninominali.

E tutti gli altri candidati eletti col proporzionale? Ovviamente non possono esserci dei candidati di serie A (con l’elezione assicurata) e dei candidati di serie B (che devono rischiare il tutto per tutto nei collegi uninominali): le pluricandidature andrebbero eliminate. In questo modo, la probabilità di elezione sarà tanto più grande quanto maggiore sarà la percentuale di voti ottenuta da un partito sul piano complessivo e a livello di circoscrizione. È chiaro che con un sistema del genere i partiti più grandi avrebbero comunque la certezza di eleggere almeno i capolista, soprattutto in determinate circoscrizioni/regioni. Ma, come hanno spesso dimostrato le elezioni nel nostro paese, essere un “partito grande” non è una garanzia perpetua. Inoltre, si potrebbero introdurre le preferenze, in vario modo: lasciando solo il capolista bloccato (come nell’Italicum); oppure, come in alcuni paesi, con il sistema della “lista flessibile”, in cui gli elettori possono modificare l’ordine di lista prestabilito in base al numero di preferenze che esprimono; o persino senza nemmeno quella restrizione.

Un’altra modifica riguarda l’introduzione del voto disgiunto, che andrebbe reso possibile dato che con il voto all’uninominale e quello al proporzionale si eleggono due parti indipendenti e non “comunicanti” del Parlamento. Un’altra ancora dovrebbe intervenire sulle soglie di sbarramento in modo che i voti alle liste coalizzate sotto la soglia del 3% concorrano, come oggi, a eleggere i candidati comuni (espressione di una coalizione) nell’uninominale, ma senza “gonfiare” i partiti maggiori nel proporzionale.

Ancora: i voti “solo candidato” sono stati, in queste elezioni, una quota molto marginale: non ha senso prevedere che vadano “redistribuiti” alle liste delle coalizioni che li sostengono, come avviene oggi. Ulteriori modifiche dovrebbero riguardare le norme per la presentazione delle liste, per evitare disavventure kafkiane come quella capitata alla lista +Europa, che avrebbe dovuto aspettare di concordare i candidati di collegio con gli altri partiti della coalizione prima di partire con la raccolta delle firme.

Oltre il Rosatellum: la nostra proposta

Insomma, di modifiche da fare al Rosatellum ce ne sarebbero parecchie. Molte di quelle qui menzionate non appariranno nuove ai nostri lettori: sono infatti le caratteristiche di una nostra proposta di legge elettorale, che abbiamo avanzato giusto un anno fa (con tanto di ritaglio dei collegi e testo dell’articolato).

Alcuni lettori ci hanno chiesto di simulare come avrebbe funzionato quel sistema in occasione delle ultime elezioni: infatti, con il nostro sistema i collegi uninominali sarebbero stati di più (il 50%) e l’effetto premiante sarebbe stato maggiore. Calcolare i risultati su dei collegi ritagliati in modo diverso da quelli attuali ha richiesto un po’ di tempo, ma ecco infine il risultato:

Neanche in questo caso avremmo avuto una maggioranza, ma questo ormai non dovrebbe essere una sorpresa. In realtà gli effetti benefici dei meccanismi di una proposta come la nostra non deriverebbero dalla ricerca spasmodica di una maggioranza a tutti i costi, ma da un notevole miglioramento delle facoltà degli elettori di scegliere i propri rappresentanti, nonché da una competizione più razionale ed equilibrata. Poi, certamente, vi sarebbe il pregio di poter raggiungere una maggioranza autonoma anche con meno del 40% dei voti, come accade in tanti altri paesi democratici: anche da questo punto di vista si farebbe un passo in avanti rispetto al Rosatellum.

Ma i motivi per cui (oggi come un anno fa) la nostra proposta ci appare come la soluzione migliore per andare oltre il Rosatellum sono di natura essenzialmente politica: non vi è alcuna ragione per cui non si possa trovare, su questa proposta, un ampio consenso in Parlamento. La possibilità di scegliere in modo più diretto i propri rappresentanti con le modifiche al sistema delle candidature dovrebbe piacere al Movimento 5 Stelle; l’aumento dei collegi uninominali in teoria è un punto su cui il PD dovrebbe convergere (magari con meno entusiasmo che in passato, visti i suoi risultati nei collegi il 4 marzo); il mantenimento del ruolo della coalizione nell’assegnazione dei seggi nella parte uninominale dovrebbe rassicurare il centrodestra, che dovrebbe vedere con favore anche la maggiore facilità con cui si può raggiungere una maggioranza (essendo al momento la coalizione elettoralmente più forte).

Saranno in grado le forze politiche di convergere su una proposta costruttiva in grado di migliorare l’attuale legge, invece di inseguire il mito della governabilità a tutti i costi? Lo scopriremo solo vivendo. Noi, come l’anno scorso, incrociamo le dita e speriamo.


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