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Regionali 2020: l’importanza del fattore Presidente

I veri protagonisti di questa tornata elettorale sono stati i leader locali, riconfermati con percentuali di consenso “bulgare”

Nelle elezioni regionali di domenica 20 e lunedì 21 ha avuto un ruolo preponderante il “fattore Presidente”. Non dovrebbe trattarsi di una sorpresa, trattandosi di elezioni in cui il sistema elettorale prevede l’elezione diretta del Presidente. La novità sta nel peso che ha avuto questo fattore, superiore al passato e in alcuni casi probabilmente decisivo.

In particolare, i dati mostrano un fortissimo effetto “incumbent” per quanto riguarda i Presidenti uscenti (tutti riconfermati) di Campania, Puglia, Liguria e Veneto. Come sa chiunque abbia seguito la politica negli ultimi sei mesi, segnati dall’emergenza Coronavirus, questo è quasi certamente dovuto al ruolo che le Regioni hanno avuto su un tema delicatissimo e di loro competenza: la sanità.

Un primo indizio di quanto abbia contato il Presidente uscente per le scelte di voto degli elettori si ricava immediatamente dal confronto tra i voti attribuiti al candidato vincente e quelli andati alle liste delle coalizioni che li sostenevano. Com’è noto, infatti, in questo tipo di elezione è possibile votare un candidato Presidente anche senza votare una lista (o persino votando una lista che sostiene un candidato diverso – il cosiddetto “voto disgiunto”). Poiché non tutti gli elettori votano per una lista, ma tutti i voti finiscono per essere attribuiti ai candidati Presidenti, il numero di voti assoluti attribuiti a questi ultimi sarà sempre superiore ai voti alle liste. Ma quando per un candidato ciò non avviene, oppure quando la percentuale dei voti alle liste è superiore a quella al candidato, è evidente che siamo in presenza di una candidatura – per così dire – non irresistibile.

Ma non è certo questo il caso dei Presidenti rieletti nelle quattro Regioni che abbiamo citato. Come mostra il grafico, in Campania Vincenzo De Luca è stato votato (direttamente o indirettamente) da oltre 172 mila elettori in più rispetto alle sue ben 15 liste, con un saldo positivo in termini percentuali dello 0,9% (69,5% contro 68,6%). Michele Emiliano, in Puglia, ha ottenuto un +1,5%, anche qui rispetto all’insieme delle ben 15 liste in suo sostegno, e 111 mila voti in più. Per fare un confronto, i loro principali avversari, Stefano Caldoro e Raffaele Fitto, hanno fatto invece registrare un -1% e un -2,5% rispettivamente.

Un po’ diversa la situazione in Liguria e in Veneto, dove Giovanni Toti e Luca Zaia hanno ottenuto saldi apparentemente negativi (-0,4% per il primo, -0,2% per il secondo). Si tratta però di un’illusione, poiché per entrambi il saldo si fa nettamente positivo in termini di valori assoluti: +29 mila voti per Toti, addirittura +300 mila per Zaia. L’illusione in questo caso è dovuta al fatto che (come vedremo) il consenso nei loro confronti si è espresso anche attraverso le liste del Presidente, in entrambi i casi molto competitive al punto da diventare il partito più votato nelle rispettive regioni.

E infatti, il secondo metodo – o piuttosto, il secondo “indizio” – che ci porta a cogliere la rilevanza dell’effetto “personale” dei governatori è proprio quello di guardare il dato delle loro liste personali. Non sempre si è trattato di liste “apolitiche” o con una connotazione civica, anzi; ma quello che qui ci interessa è che questo tipo di liste, agli occhi degli elettori, appaiono come un’espressione “diretta” del candidato Presidente.

Qui, come abbiamo già visto, il record assoluto è quello di Zaia. La sua lista personale ha ottenuto un consenso da record, superiore al 44% dei voti, risultando con ampio margine la più votata del Veneto (triplicato il dato della lista ufficiale della Lega, ferma al 16%). Notevole è anche il valore aggiunto della lista di Toti in Liguria (Cambiamo!), anche qui primo partito della regione con il 22,6%.

Meno eclatante, ma non per questo meno significativo, il dato della lista De Luca Presidente, che in Campania è stata comunque la seconda lista più votata (alle spalle del PD, partito di cui De Luca fa ufficialmente parte) con il 13,3% dei consensi. Il caso di Michele Emiliano è invece particolare: sono state infatti due le liste che hanno fatto direttamente riferimento al Presidente uscente, e che insieme hanno ottenuto l’8,2% dei voti; un dato inferiore anche all’unica lista personale di Fitto (8,4%). E non è l’unica “anomalia” dell’Emiliano Presidente uscente (e riconfermato).

Veniamo infine al terzo e ultimo metodo, che è quello di guardare al bilancio dei consensi ottenuti dai 4 governatori riconfermati, misurato in termini di variazione rispetto al voto di 5 anni fa.

Qui risulta ancora più evidente in cosa risieda la “anomalia” di Emiliano, e al contempo quanto sia stato impressionante il valore aggiunto degli altri 3 governatori uscenti riconfermati. De Luca, Toti e Zaia migliorano tutti di oltre 20 punti il loro score ottenuto in occasione delle Regionali 2015. Un miglioramento stupefacente, soprattutto se si considera che in questi ultimi 5 anni l’orientamento politico generale del Paese è cambiato molto (come dimostrano le due “rivoluzioni elettorali” delle Politiche 2018 e delle Europee 2019) e che i tre governatori in questione appartengono a tre partiti diversi e che solo due di essi fanno parte di una stessa area politica (il centrodestra).

Il miglioramento è evidente anche considerando la crescita delle liste del Presidente già menzionate, sempre rispetto al 2015. La lista di De Luca, che ha ottenuto un risultato meno “eclatante” delle altre, ha comunque triplicato il dato del 2015, passando dal 4,9% al 13,3%. È andata meglio a Giovanni Toti, che nel 2015 non aveva nemmeno una propria lista personale: in seguito è uscito da Forza Italia, ha fondato Cambiamo! e l’ha portata, come si è detto, sopra il 22% nella sua Liguria. Infine, la lista da record di Zaia è quasi raddoppiata, passando dal 23% del 2015 – un dato di tutto rispetto già allora – al 44% di oggi.

Più dei partiti che sul piano nazionale continuano a essere protagonisti – con le loro dinamiche e i loro rapporti di forza – in queste elezioni regionali hanno contato le persone, i leader. Leader locali, ma che hanno assunto una visibilità (e un peso politico) anche nazionale. Lo si era cominciato a vedere, in realtà, già con le Regionali in Emilia-Romagna, a causa della rilevanza che quella sfida aveva assunto sul piano mediatico e politico nazionale.

La trasversalità di questi leader, in grado di andare evidentemente ben oltre i bacini elettorali di riferimento dei partiti di cui sono espressione, è il motivo principale per cui non si può leggere e interpretare questo voto regionale come un voto politico nazionale. Da questa analisi sorge spontanea una riflessione: già in passato i sindaci hanno usato la visibilità del consenso locale per lanciarsi – in molti casi, con successo – sulla scena politica nazionale. Per i Presidenti di regione finora ciò è avvenuto meno, ma dopo l’emergenza Covid e queste elezioni regionali la loro rilevanza politica è decisamente superiore che in passato.


(Una prima versione di questo articolo è stata pubblicata su Agi)

Salvatore Borghese

Laureato in Scienze di Governo e della comunicazione pubblica alla LUISS, diplomato alla London Summer School of Journalism e collaboratore di varie testate, tra cui «il Mattino» di Napoli e «il Fatto Quotidiano».
Cofondatore e caporedattore (fino al 2018) di YouTrend. È stato tra i soci fondatori della società di ricerca e consulenza Quorum e ha collaborato con il Centro Italiano di Studi Elettorali (CISE).
Nel tempo libero (quando ce l'ha) pratica arti marziali e corre sui go-kart. Un giorno imparerà anche a cucinare come si deve.

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