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E se si votasse con il sistema elettorale spagnolo?

Simulazione YouTrend: cosa accadrebbe se si andasse al voto dopo il taglio dei parlamentari e con il sistema elettorale vigente in Spagna?

Il dibattito sulla legge elettorale non si è mai del tutto sopito nel nostro Paese: non a caso in queste settimane le forze politiche stanno cercando di trovare un accordo su un nuovo sistema di voto che vada oltre il Rosatellum. Tra le varie proposte emerse, c’è stata anche quella di adottare un sistema elettorale simile a quello della Spagna.

Ma come funziona questo sistema elettorale, con cui gli elettori spagnoli hanno peraltro votato poco più di un mese fa? Si tratta di un sistema di impianto proporzionale, ma con dei correttivi che mirano da un lato a ridurre la frammentazione, penalizzando i partiti più piccoli (tranne quelli regionalisti, ben radicati nelle rispettive Comunità Autonome), dall’altro a premiare, sovra-rappresentandoli, i partiti maggiori. I seggi del Congreso de los Diputados, infatti, non sono assegnati su base nazionale, ma in ciascuna delle 50 province (più le due città autonome di Ceuta e Melilla) nelle quali si elegge – in proporzione ai cittadini residenti – un numero piuttosto basso di deputati (in media, poco meno di 7): questo fa sì che la soglia di sbarramento legale (pari al 3%) sia di fatto inutile nella gran parte delle province meno popolose, dove esiste uno sbarramento implicito ben più alto come risultato del numero ridotto di seggi in palio. Fanno eccezione le province più popolose (Madrid, Barcellona, Valencia) che mettono in palio diverse decine di seggi, e dove anche i partiti più piccoli hanno la possibilità di eleggere dei rappresentanti.

 

La metodologia: come simulare uno spagnolo in Italia

Se questo sistema venisse importato in Italia, andrebbe però riadattato: se in Spagna le circoscrizioni elettorali coincidono con le province, per la simulazione basata sul nostro Paese abbiamo deciso di impiegare i collegi plurinominali previsti dal Rosatellum. Questo perché le province e le città metropolitane italiane sono numericamente più del doppio di quelle spagnole, e impiegandole come circoscrizioni si avrebbe un effetto distorsivo molto più marcato.

Inoltre, lo scorso ottobre il Parlamento italiano ha approvato una riforma costituzionale che prevede il taglio del numero di deputati e senatori, ridotti rispettivamente a 400 e 200. La nostra simulazione si basa pertanto su questi nuovi numeri, anche se proprio ieri è stato annunciato che un quinto dei senatori (ai sensi dell’art. 138 Cost.) ha raccolto le firme necessarie per indire un referendum confermativo su questa riforma, che pertanto non potrà entrare in vigore prima che si tenga tale consultazione.

In ogni caso, nel nuovo assetto parlamentare delineato dalla riforma, in entrambe le Camere alla Valle d’Aosta sarebbe garantito un rappresentante (eletto in un collegio uninominale con il sistema first-past-the-post), mentre 8 deputati e 4 senatori sarebbero riservati agli italiani residenti all’estero. Per stabilire dunque il numero di seggi in palio in ogni circoscrizione – che abbiamo appunto fatto coincidere con i collegi plurinominali del Rosatellum – abbiamo ripartito in modo proporzionale i restanti 391 seggi per la Camera e 195 per il Senato.

Una volta attribuito il numero di seggi ad ogni circoscrizione, come possiamo capire quanti deputati e quanti senatori eleggerebbe ogni partito? Per questa simulazione ci siamo basati sulle percentuali della Supermedia YouTrend per Agi del 12 dicembre scorso, mentre per la distribuzione territoriale del voto sulle elezioni europee dello scorso 26 maggio. In seguito, abbiamo ripartito i seggi in modo proporzionale in ciascuna circoscrizione applicando in ognuna una soglia di sbarramento del 3%, proprio come in Spagna: a differenza che in Spagna, però, abbiamo il metodo del quoziente Hare, un metodo più proporzionale del metodo del divisore D’Hondt in uso nel Paese iberico. Questa scelte serve in qualche misura a “compensare” la relativa omogeneità delle circoscrizioni italiane che abbiamo scelto come base per la nostra simulazione rispetto alla grande variabilità, in termini di popolazione (e quindi di seggi messi in palio) nelle circoscrizioni spagnole.

Per quanto riguarda il Senato, occorre precisare che l’art. 57 Cost. (tuttora vigente) prevede che questo sia eletto su base regionale: ciò avviene, naturalmente, anche con il Rosatellum, e l’ulteriore suddivisione in collegi plurinominali anche al Senato serve solo per stabilire i nomi dei senatori eletti. In questa simulazione, però, anche i seggi del Senato sono stati assegnati su base circoscrizionale, e quindi tenendo conto dei collegi plurinominali. Una “forzatura” forse eccessiva, ma necessaria per poter apprezzare pienamente gli effetti di questo sistema se venisse adoperato con gli stessi criteri in entrambe le Camere.

Proponiamo quindi due simulazioni, sia per la Camera, che per il Senato. Nella prima simulazione, le liste che si presentano alle elezioni coincidono con i partiti, mentre nella seconda sono state riaggregate in base alle coalizioni delle Politiche del 4 marzo 2018.

 

Simulazione sul sistema spagnolo: voto per lista

Alla Camera, dove la maggioranza assoluta sarebbe fissata a quota 201, la Lega otterrebbe 132 seggi e Fratelli d’Italia 58. Le forze sovraniste sarebbero dunque a quota 190 seggi, ma potrebbero agevolmente raggiungere la maggioranza alleandosi con Forza Italia, che eleggerebbe 28 deputati. Tra le forze che appoggiano il governo attuale, invece, il Movimento 5 Stelle si fermerebbe a quota 84, mentre il Partito Democratico a 75. E Italia Viva? Il partito di Matteo Renzi conquisterebbe soltanto 12 scranni nell’emiciclo di Montecitorio. Resterebbero quindi fuori tutte le liste più piccole (Sinistra, Verdi, Più Europa) e i nuovi partiti, come Cambiamo di Toti e Azione di Calenda.

Al Senato, la Lega e Fratelli d’Italia avrebbero, sommati, 98 seggi: aggiungendo i 15 senatori di Forza Italia il centrodestra riuscirebbe ad avere anche qui la maggioranza (fissata a quota 101 senza considerare i senatori a vita). PD e M5S avrebbero invece 38 seggi ciascuno, mentre Italia Viva si fermerebbe a 3 senatori. Segnaliamo inoltre che i Verdi riuscirebbero ad eleggere un senatore nel Trentino-Alto Adige, dove alle elezioni europee dello scorso 26 maggio Europa Verde ottenne un ottimo 6,4%.

 

Simulazione sul sistema spagnolo: voto per coalizione

Ma cosa accadrebbe se a presentarsi alle elezioni non fossero le liste singole ma le stesse coalizioni delle elezioni politiche del 2018? La situazione sarebbe un po’ più complessa.

A Montecitorio, in particolare, un listone di centrodestra avrebbe 199 seggi, ma se riuscisse ad aggiudicarsene almeno altri due tra i 9 messi in palio nella Circoscrizione Estero e in Valle d’Aosta arriverebbe ai 201 necessari per governare (anche se si tratterebbe comunque di una maggioranza molto risicata). Il centrosinistra, invece, eleggerebbe 115 deputati, mentre il M5S si fermerebbe a quota 75 seggi.

A Palazzo Madama il centrodestra disporrebbe di 98 senatori, per cui dovrebbe sperare di prendere almeno 3 seggi tra Valle d’Aosta ed Estero per raggiungere quota 101. Centrosinistra e Movimento 5 Stelle si fermerebbero invece, rispettivamente, a 58 e 37 deputati.

Hanno collaborato: Salvatore Borghese, Matteo Cavallaro, Giovanni Forti, Alessio Vernetti.

Salvatore Borghese

Laureato in Scienze di Governo e della comunicazione pubblica alla LUISS, diplomato alla London Summer School of Journalism e collaboratore di varie testate, tra cui «il Mattino» di Napoli e «il Fatto Quotidiano».
Cofondatore e caporedattore (fino al 2018) di YouTrend. È stato tra i soci fondatori della società di ricerca e consulenza Quorum e ha collaborato con il Centro Italiano di Studi Elettorali (CISE).
Nel tempo libero (quando ce l'ha) pratica arti marziali e corre sui go-kart. Un giorno imparerà anche a cucinare come si deve.

Matteo Cavallaro

Collezionista di titoli di studio, emigrato oltralpe, gran tifoso della Juventus. Mi occupo di tutto ciò che collega elezioni ed economia, cercando di capire come e se queste si possano influenzare a vicenda.

Giovanni Forti

Romano, studia Economics all'Università di Pisa e alla Scuola Sant'Anna. Quando non è su una montagna, si diverte con sistemi elettorali, geografia politica e l'impatto delle disuguaglianze sul voto.

Alessio Vernetti

Nato nel 1997, si è laureato in relazioni internazionali all'Università di Torino, ma ha studiato anche a Sciences Po Lille e ha frequentato il Summer Program della LUISS. Nel 2019 è entrato nel team Quorum ed è coordinatore contenuti di YouTrend.
La sua vita sociale diminuisce considerevolmente man mano che ci avviciniamo alle elezioni.

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