YouTrend

Bilancio del primo turno: chi ha vinto (e chi ha perso) le Comunali 2018?

Il primo turno delle elezioni comunali di domenica scorsa è stato colmo di verdetti. Prima di tutto, per l’elevato numero di casi in cui il voto di domenica ha portato direttamente all’elezione di un sindaco e di un consiglio: gli oltre 600 comuni minori, dove si è votato con un sistema a turno unico; ma anche i 34 (dei 109) comuni con più di 15 mila abitanti in cui un candidato ha vinto al primo colpo, cinque più rispetto alla tornata precedente (quando furono solo 29).

In secondo luogo, come ha già sottolineato Andrea Maccagno, è stato un primo turno molto significativo per i bilanci politici che già si possono fare, nonostante manchino ancora all’appello i nomi dei 75 vincitori di altrettanti comuni superiori – per i quali si andrà al ballottaggio il prossimo 24 giugno.

Come abbiamo visto, il voto di domenica ha sancito una generale prevalenza del centrodestra. Una prevalenza a tutti i livelli: come numero di comuni vinti al primo turno (14); come numero di ballottaggi a cui il centrodestra arriva in prima posizione (30 su 74); infine come numero di voti complessivi andati ai candidati sindaco direttamente afferenti a quest’area politica.

Più incerta l’interpretazione del risultato per ciò che riguarda centrosinistra e Movimento 5 Stelle. Il primo (che abbiamo identificato con quelle coalizioni in cui era presente il Partito Democratico) partiva da una posizione di vantaggio, controllando gran parte delle amministrazioni uscenti. Rispetto alla tornata precedente di Comunali, quindi, il bilancio è senz’altro negativo. Al contrario, il M5S veniva da uno score quasi nullo: solo 4 erano i comuni superiori amministrati dal Movimento (di cui un solo capoluogo, Ragusa) e andare in ballottaggio in 7 comuni su 109 vuol dire comunque avere la possibilità di incrementare questo punteggio. Troppo presto per dare un giudizio sulla performance dei pentastellati, quindi?

In realtà, un approccio del genere equivale ad ignorare ciò che è successo negli ultimi 5 anni in termini di contesto politico. Non ci riferiamo solo ai clamorosi risultati delle elezioni politiche del 4 marzo, in cui il M5S è diventato ufficialmente il primo partito italiano con il 32,7% dei voti. Ma anche – e soprattutto – al fatto che nel frattempo il Movimento ha eletto dei suoi esponenti alla guida di grandi comuni: Roma, Torino, Livorno, solo per citare alcuni esempi. Città dal grande valore politico, demografico e/o simbolico, che avrebbero dovuto consacrare il M5S come una seria opzione politica agli occhi degli elettori, non solo sul piano nazionale ma anche per quanto riguarda le amministrazioni comunali. Anzi, proprio in virtù della trasversalità più volte dimostrata in sede di ballottaggio non è azzardato presumere che il Movimento puntasse a fare il colpo in queste comunali, eliminando uno dei due poli tradizionali al primo turno (vittima “predestinata”: il PD) e puntando a vincere al secondo catalizzando su di sé i voti dei candidati esclusi. Strategia che, come abbiamo visto, ha già funzionato egregiamente in passato, e che se attuata con successo avrebbe definitivamente sancito la nascita di quel “nuovo bipolarismo” (tra il partito di Di Maio e la Lega di Salvini) di cui alcuni hanno parlato più volte all’indomani delle Politiche, lasciando intendere che al PD e al centrosinistra sarebbe toccata l’amara sorte di sparire dalla scena.

Ecco perché troviamo più utile, se vogliamo capire effettivamente chi ha vinto, confrontare il dato di questo primo turno non solo con il primo turno delle precedenti comunali, ma anche con quello delle Politiche del 4 marzo (sempre negli stessi 109 comuni superiori).

Questo grafico ci conferma alcuni elementi già emersi nelle primissime ore dopo la chiusura dei seggi: a cominciare dalla vittoria del centrodestra, che migliora il risultato delle Comunali precedenti e replica quello delle Politiche, nonostante la massiccia presenza dei candidati di coalizioni civiche. Ma ne evidenzia anche di nuovi. Se non sorprende vedere il M5S passare dal 9% delle comunali precedenti al 40% delle Politiche (del resto avevano ottenuto un risultato simile anche alle Amministrative 2017, senza che questo ne abbia inficiato la competitività sul piano nazionale) fa abbastanza impressione vederlo crollare, nel giro di tre mesi, all’11,5%. Non può certo bastare sostenere – come pure hanno fatto nelle scorse ore alcuni esponenti di vertice del Movimento – che il sistema di voto delle Comunali avvantaggi chi si presenta in coalizione: semplicemente perché ciò avviene anche alle Politiche, dove non ha impedito che il M5S facesse il suo record storico. Un altro elemento che emerge è il peso delle liste civiche: tralasciando il peso dei candidati non direttamente riconducibili ad uno dei tre principali schieramenti (che hanno ottenuto a questo giro un notevole 28,6%), si può notare come nel complesso questo tipo di liste, quando presenti in coalizioni di centrodestra o centrosinistra, hanno ottenuto il voto di oltre un quarto degli elettori, facendo peraltro registrare – un caso? – nel complesso delle percentuali incredibilmente simili a quelle ottenute nella tornata precedente (poco più del 12% quelle di centrosinistra, oltre il 13% quelle di centrodestra).

Soprattutto, a un livello più generale si nota come il metaforico pendolo del bipolarismo di tipo “classico” sia tornato a funzionare come eravamo abituati a vedere prima dei grandi “terremoti elettorali” che dal 2013 in poi hanno scardinato il dualismo elettorale tra centrodestra e centrosinistra. Questa volta, le Comunali hanno spostato il pendolo dalla posizione originaria (favorevole al centrosinistra) a una posizione nuova (favorevole al centrodestra), ma sempre all’interno di uno stesso “binario”. I terzi poli (a cominciare dal Movimento 5 Stelle) non hanno intaccato questo dualismo, e se lo hanno fatto – è il caso di molti candidati “civici”, che vanno al ballottaggio in ben 40 casi – non hanno una connotazione politica nazionale precisa e univoca. Insomma, per citare Mark Twain, esiste la possibilità che le notizie sulla morte del bipolarismo siano state molto esagerate.

Agli osservatori più attenti non sarà sfuggito un particolare non di poco conto: che i principali 4 partiti nazionali (PD, M5S, Lega e Forza Italia) ottengono percentuali molto basse, forse troppo. Vero è che a ciò contribuiscono i – tanti – voti andati alle liste civiche, spesso “di area”. Ma un altro motivo potrebbe risiedere nel fatto che i calcoli si riferiscono al totale dei voti espressi nei 109 comuni superiori, mentre le liste di questi partiti NON sono state presentate in tutti i comuni, come mostra il grafico che abbiamo pubblicato nel nostro dossier:

Per isolare questo fattore, proviamo allora a calcolare la percentuale dei voti ai “big four” utilizzando come denominatore i voti validi espressi soltanto nei rispettivi comuni dove le loro liste erano presenti. Il risultato è illustrato nel grafico seguente.

La conclusione è che anche “sterilizzando” il fattore della presenza della lista nei vari comuni otteniamo comunque dati molto bassi per dei partiti nazionali. Non sorprende che il Partito Democratico – storicamente molto radicato sul territorio e che detiene di gran lunga il primato tra i partiti italiani in termini di numero di amministratori locali – risulti in prima posizione; a sorprendere casomai è che questa prima posizione sia detenuta con poco più del 16% dei voti, peraltro staccando di ben 5 punti i due partiti politicamente più “in forma” in questo momento, stando ai sondaggi (ovvero M5S e Lega).

Come spiegare questo risultato? Come spesso avviene, ci vengono in soccorso i dati, in particolare quelli di elezioni comunali svoltesi in passato (ad esempio quelle del 2016). Questi dati confermano un tratto peculiare del voto amministrativo, e cioè l’estrema frammentazione – potremmo dire “strutturale” – dell’offerta politica, e conseguentemente delle scelte di voto degli elettori. Da questo punto di vista, non c’è dubbio che le regole del gioco – e in particolare la possibilità di presentare un numero virtualmente illimitato di liste a supporto di un candidato sindaco per favorirne le chance di successo – debbano forse essere riviste: mantenendo la piena libertà di presentare candidature civiche espressione di sensibilità politiche locali non “rinchiudibili” negli stretti recinti dei partiti nazionali, ma allo stesso tempo ponendo dei limiti alla proliferazione di liste e alla conseguente micro-personalizzazione, talvolta estrema, del voto locale.

 


Clicca QUI per ascoltare la puntata di “Zapping” (Radio Uno) di lunedì 11 giugno con l’intervista all’autore di questo articolo sui risultati del voto

Salvatore Borghese

Laureato in Scienze di Governo e della comunicazione pubblica alla LUISS, diplomato alla London Summer School of Journalism e collaboratore di varie testate, tra cui «il Mattino» di Napoli e «il Fatto Quotidiano».
Cofondatore e caporedattore (fino al 2018) di YouTrend. È stato tra i soci fondatori della società di ricerca e consulenza Quorum e ha collaborato con il Centro Italiano di Studi Elettorali (CISE).
Nel tempo libero (quando ce l'ha) pratica arti marziali e corre sui go-kart. Un giorno imparerà anche a cucinare come si deve.

Commenta

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.