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Israele al voto per la terza volta in meno di un anno

Dalle tornate di aprile e settembre 2019 non è uscita una maggioranza chiara: si è così reso necessario tornare alle urne una terza volta.

Oggi, lunedì 2 marzo, i cittadini di Israele sono chiamati alle urne per la terza volta nel giro di un anno. Le precedenti tornate di aprile e settembre, infatti, si sono rivelate inconcludenti per le due forze principali: il Likud di Benjamin Netanyahu e il partito Blu e Bianco di Benny Gantz si sono ritrovati ambedue ad un passo dai 61 seggi necessari per avere la maggioranza nella Knesset, ma senza alcuna possibilità di poter fare il passo decisivo.

Dopo il voto di settembre Blu e Bianco aveva 33 seggi e il Likud 32. Più indietro c’era la Lista araba comune a quota 13, mentre gli altri partiti avevano ottenuto tra i 5 e i 9 seggi ciascuno. Il Likud era riuscito ad ottenere l’appoggio di tre altre forze di estrema destra e religiose (Giudaismo unito nella Torah, Shas e Yamina), assommando così 55 seggi, mentre Gantz poteva contare sull’appoggio dei partiti arabi, oltre che del Labour e dell’Unione Democratica, toccando quota 57. La maggioranza, come detto, era però fissata a quota 61 (su 120): l’inefficace ago della bilancia fu Avigord Lieberman, leader del partito di destra nazionalista Israel Beiteinu, il quale non riuscì ad accordarsi con Gantz ma escluse al contempo l’alleanza con Netanyahu, per via dell’eccessivo peso dato ai partiti religiosi nel Likud.

Come si può vedere dalle due tornate precedenti e dall’intera storia politica israeliana, il sistema elettorale israeliano non favorisce assolutamente la governabilità e sono fondamentali i piccoli partiti. Il sistema di voto è infatti un proporzionale puro basato su un unico distretto elettorale nazionale, con l’assegnazione dei seggi che avviene con il metodo D’Hondt e una soglia di sbarramento al 3,25%.

 

La situazione attuale

Rispetto all’ultima tornata molte cose sono cambiate e anche gli ultimi giorni sono stati caratterizzati da un nuovo trend catturato dai sondaggi. Partiamo innanzitutto dalle vicende giudiziarie di Netanyahu: il primo ministro è stato accusato dall’attorney general Avichai Mandelblit di tre crimini, tra cui spicca l’accusa di corruzione. Il leader del Likud è accusato di aver favorito l’azionista di maggioranza di Bezeq, la più grande società di telecomunicazioni di Israele, in cambio di una copertura mediatica favorevole su un popolare sito di news israeliano. Il processo inizierà ufficialmente il 17 marzo, due settimane dopo il voto.

Anche intorno a Blu e Bianco e al suo leader si è creata una questione che ha portato all’avvio di indagini. Benny Gantz infatti è coinvolto, ma non ancora accusato, nel conflitto di interessi che riguarda una compagnia di intelligence privata per cui ha lavorato, la Fifth Dimension. Le prime voci di questa lettura sono state avanzate dal suo avversario politico Netanyahu, ma la faccenda è poi sfociata in una vicenda giudiziaria istruita dal viceprocuratore di Stato Dan Eldad. Nonostante molti affermino che non vi siano le basi per questa azione giudiziaria, sarà necessario aspettare la pronuncia della magistratura dopo il voto.

Il Paese è molto polarizzato tra le vicende giudiziarie e la campagna elettorale permanente da ormai un anno, ma gli atteggiamenti risultano essere totalmente opposti sui due lati della barricata. Da una parte, i sostenitori del Likud e della galassia di partiti religiosi ortodossi e di estrema destra stanno costruendo una campagna aggressiva volta a cercare di alzare sempre di più l’asticella dello scontro. Netanyahu ha lanciato una strategia che è stata definita “del fango” da alcuni autorevoli giornali come Al Monitor: gli attacchi personali a tutta l’opposizione si sono alternati a gesti scenici volti ad accattivarsi ancora di più l’elettorato di estrema destra, per esempio attraverso la tentata annessione unilaterale di alcune aree della Cisgiordania.

Blu e Bianco sta invece seguendo una strategia diversa: secondo i vertici del partito le possibilità di raggiungere la maggioranza per Benny Gantz passano attraverso il voto dei moderati: se questi ultimi percepiranno Netanyahu come leader estremista, potrebbero votare Gantz al posto del Likud.

 

I sondaggi  

Guardando i sondaggi, si notano due trend principali nel periodo intercorso tra il voto di settembre e oggi. A partire infatti da ottobre Blu e Bianco ha conosciuto un trend gradualmente crescente, raggiungendo così 36 seggi nelle proiezioni e lasciando il Likud con un numero di parlamentari compreso tra i 32 e i 33. Questa dimensione è rimasta stabile fino a due settimane fa, quando la strategia di Netanyahu sembra aver rotto gli argini del suo consenso riportandolo nuovamente a in testa ad alcuni sondaggi.

Negli ultimi giorni i sondaggi hanno iniziato a dare segni di questo cambiamento di trend a favore del Likud. Stando a una media dei sei principali istituiti nei giorni 27-28 febbraio, il Likud avrebbe 34 seggi, con Blu e Bianco che inseguirebbe a 33. Le due coalizioni sono quindi molto vicine.

 

Gli scenari possibili

I principali scenari post voto sono tre, ma solo uno arride a Benjamin Netanyahu. Il primo ministro ha infatti una sola ed unica possibilità, cioé raggiungere la maggioranza dei 61 seggi, per cercare di salvare la propria posizione di primo ministro. Questo scenario – secondo Haaretz e Jerusalem Post – resta comunque molto improbabile, perché nonostante il trend positivo per il Likud non sembrano esserci margini di manovra per raggiungere i 61 seggi. Se però Netanyahu dovesse andare oltre le più rosee aspettative e andare veramente vicino a quota 61, allora potrebbe salvare almeno la sua leadership nel Likud, il quale non potrebbe così eliminarlo per formare un governo di unità nazionale.

Il secondo principale scenario post elettorale riguarda infatti il governo di unità nazionale: se le urne dovessero portare ad un risultato di parità, è difficile immaginare che si possa prendere la via del voto per la quarta volta. Se Netanyahu non sfonderà nelle urne, Blu e Bianco avrà la possibilità di lanciare l’idea di un governo di unità nazionale con il Likud privo di Netanyahu: questa è infatti l’unica condizione che pare sia stata posta nelle discussioni a settembre e che anche adesso le delegazioni dei due partiti portano avanti. È facile da capire il motivo per cui il partito di Benny Gantz non può accettare di sedersi ad un tavolo dei ministri con Benjamin Netanyahu: l’essenza stessa di Blue e Bianco è insita nell’opposizione a Netanyahu e al clima di corruzione e controllo che quest’ultimo ha esteso sull’apparato statale israeliano.

L’ultima scenario possibile è quello di una vittoria di Blu e Bianco, con un governo di coalizione che dovrebbe inevitabilmente comprendere Israel Beitenu di Avigdor Lieberman. Su questo scenario aleggia però un dubbio che attanaglia l’intera politica israeliana: potrebbe già esserci un accordo tra Gantz e Lieberman per limitare il ruolo dei partiti arabi nella coalizione, perché questi ultimi sarebbero costretti a coalizzarsi per eliminare politicamente il loro nemico numero uno, ossia Netanyahu.

A ormai pochissimi giorni dal voto,in ogni caso, tutto resta ancora profondamente incerto. A questo quadro bisogna aggiungere due fatti che potrebbero influenzare la tornata all’ultimo miglio: la diffusione del coronavirus e le vicende della Striscia di Gaza. La prima è una variabile che era ignota fino a poco fa, ma che sta spaventando fortemente un Paese così globalmente connesso (alcuni casi sono scappati di mano alle autorità israeliane). La seconda variabile, invece, rientra storicamente nella storia delle elezioni israeliane: le azioni di Hamas nei giorni precedenti al voto hanno sempre aiutato i partiti di destra: vedremo se anche questa volta le vicende palestinesi influenzeranno il risultato.

Emanuele Bobbio

Laureato in Scienze Politiche alla Sapienza, in triennale, e in International Relations all'Alma Mater di Bologna, in magistrale, attualmente studia Comparative Politics alla London School of Economics and Politics.
Cofondatore e Direttore de "Lo Spiegone", collabora con Affari Internazionali. Appassionato di mondo, studia politica comparata solo perché non riesce a decidere cosa gli piace di più.

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