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“Speciale Mentana” a Election Days™ 2019 (VIDEO)

L’intervento del direttore del TG La7 a #ED19 è stato denso di contenuti e spunti di riflessione. Ripercorriamo alcuni dei passaggi più interessanti

Come si racconta la politica più pazza del mondo? Come fare a trovare un filo logico in una sequenza di eventi ed azioni apparentemente senza alcun senso, palesemente contraddittori, eppure in grado di condizionare il destino di un Paese? Nessuno può saperlo meglio di Enrico Mentana, uno dei più grandi narratori della politica italiana contemporanea. Mentana – protagonista dell’evento serale di chiusura di Election Days™ 2019 presso la Scuola Holden di Torino – non è solo un ottimo narratore: al grande pubblico il direttore del TG La7 è noto principalmente per conduzione del suo telegiornale delle 20 e – soprattutto – delle “maratone” che raccontano i principali eventi della politica italiana e internazionale; ma è anche un grande osservatore, con un’invidiabile capacità di leggere e interpretare (anche grazie al suo mestiere) i fenomeni politici del nostro Paese.

Ecco perché, anche quest’anno, per oltre 200 persone è decisamente valsa la pena ascoltarlo per due ore intere seduti sugli spalti (volutamente scomodi) del General Store della Scuola Holden. Vista la cornice (la sesta edizione di Election Days™, il principale workshop sulla strategia e la comunicazione politica in Italia), il racconto di Mentana non poteva limitarsi ad un resoconto asettico, puramente cronachistico, adatto ad un pubblico “generalista”. È stata quindi un’occasione perfetta per ascoltare il punto di vista del direttore del TG La7 come raramente avviene persino per chi lo segue sui suoi social – dove Mentana si lascia andare a commenti e valutazioni personali decisamente più che in televisione. Ripercorriamo qui alcuni dei passaggi salienti, mentre in fondo alla pagina è disponibile il video integrale.

La crisi di governo? “Un gioco di poteri e di contro-poteri”

Mentana ne ha per tutti: destra, sinistra o M5S, nessuno si salva nel giudizio che il direttore dà sulla crisi di governo agostana, definita “un gioco di poteri e di contro-poteri”. Il primo bersaglio sono i due nuovi partner di governo, Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, di cui si sottolinea l’incoerenza rispetto a quanto affermato con veemenza fino il giorno prima. Ma anche Matteo Salvini non è senza macchia da questo punto di vista, avendo fatto cadere il governo con il M5S per poi offrire a Luigi Di Maio il ruolo di premier una volta capito che non si sarebbe andati a elezioni…

Non c’è più la politica: una forza che era felicemente, orgogliosamente anti-sistema è riuscita a stare al governo prima con la destra e poi con la sinistra; la Lega ha rotto l’alleanza con il centrodestra per fare il governo con il M5S, poi ha fatto cadere quel governo e poi gli ha offerto di nuovo Palazzo Chigi; il PD – a cui qualunque buon medico avrebbe consigliato di stare lontano dalla tavola governativa per decenni – ci è già tornato, e lo ha fatto assieme a chi lo chiamava “il partito di Bibbiano”. Qui è successo tutto per un gioco di poteri e di contro-poteri”.

L’incoerenza che regna sovrana in una politica priva di prospettive

La ragione per la nascita del nuovo esecutivo viene interamente attribuita al timore che nuove elezioni consegnassero una maggioranza schiacciante a Salvini, che aveva aperto la crisi dicendo di volere “i pieni poteri”. Ma si tratta di una strategia miope, poiché, secondo Mentana, il consenso alla Lega e in generale alle posizioni sovraniste resta intatto nel Paese e inevitabilmente si manifesterà quando si tornerà alle urne – e lo dice pur sottolineando il suo essere molto distante dalle posizioni politiche di Salvini:

Il PD e il M5S sono al governo per comprare tempo, per allontanare quello che comunque succederà. Io non sono e non sarò mai un elettore di Salvini, mi ripugnano certe cose che dice e che sia arrivato ad avere un voto su tre dicendo quelle cose. Ma di fronte a questo gli altri cos’hanno fatto? Di Maio lo guardava con invidia, sembrava che pensasse “perché non ci ho pensato io?”. Il PD si è bruciato da solo, parlando per 4 anni di accoglienza, candidando Lampedusa al Nobel e poi facendo inversione a U con Minniti un anno prima delle elezioni; ma al di là di questo, qual è la linea sull’immigrazione di PD e del M5S, o del Governo? Ora sono insieme in maggioranza quelli che stavano con Carola Rackete e quelli che hanno firmato i decreti sicurezza e l’immunità di Salvini sul caso Diciotti. Ma questa è la morte della politica”.

In particolare, le prospettive politiche dei due partner di governo non sembrano rosee: qual è la loro linea politica? Cosa vogliono realizzare? Secondo Mentana il M5S ha “esaurito la sua spinta propulsiva” dopo aver approvato i suoi principali provvedimenti-bandiera. Mentre il PD sembra essere convinto che governare equivalga ad amministrare, senza darsi un orizzonte più ambizioso purchessia: ciò che darebbe ai cittadini una speranza, senza farli indugiare nella paura.

Dopo aver fatto il reddito di cittadinanza e il decreto dignità, dopo il taglio dei parlamentari, cos’ha in repertorio il M5S? E il PD, perché è al Governo? Per fare cosa? Fare politica non è amministrare, è un’altra cosa: è anticipare, pensare, indicare, far sognare: senza sogno, la politica è solo presente, e se c’è solo presente vincono le pulsioni. E le pulsioni sono sempre di destra”.

“Salvini vittima della stessa hybris che aveva colpito Renzi nel 2016”

Ma allora, cosa ha sbagliato Salvini? Secondo Mentana l’errore clamoroso del leader della Lega è stato quello di farsi squalificare dopo aver messo i suoi avversari K.O. fidandosi che il premier Giuseppe Conte non avrebbe fatto di tutto per non far nascere un nuovo governo (e qui non sono mancate le critiche alla capacità di Salvini di saper valutare le persone con cui lavora). Salvini ha compiuto un azzardo sapendo di avere ottime carte in mano: l’indisponibilità dichiarata di PD e M5S a fare un governo insieme e la garanzia di Zingaretti che si sarebbe andati alle elezioni; eppure è rimasto spiazzato dall’entrata in campo di Beppe Grillo da una parte e di Matteo Renzi dall’altro, che hanno aperto la strada a un nuovo governo senza la Lega. Salvini può aver calcolato anche questo? È possibile, come dice qualcuno, che avesse in realtà convenienza ad andare all’opposizione?

Salvini non può aver calcolato nulla, è stato preso dalla hybris che aveva preso Renzi nel 2016, usando quasi le stesse parole: Renzi diceva che i suoi oppositori erano una “accozzaglia”, oggi Salvini ha pensato “figuriamoci se si mettono tutti contro di me”, e invece è successo proprio questo. Peraltro questa sua scommessa avrebbe pagato, se non ci fossero stati Grillo e Renzi; sono entrate in gioco due carte che non erano sul tavolo”.

Che la crisi fosse quella che si è vista sui media, e non abbia chissà quali segreti e retroscena inconfessabili, è una ferma convinzione di Mentana. Mai come questa volta, secondo il direttore, è successo tutto alla luce del sole (agostano): “Come nelle cucine a vista: si vede tutto, solo che lo si voglia vedere”. Niente riunioni interminabili a porte chiuse, senza che nulla trapelasse all’esterno, come nella vecchia politica: gli stessi protagonisti della crisi sembravano letteralmente agire in preda all’improvvisazione – come dimostrano gli aneddoti sui vertici del M5S e del PD raccontati da Mentana.

Il futuro del giornalismo

Non c’è solo la politica, ovviamente. Mentana ha parlato anche del ruolo del giornalismo, usando parole colme di pessimismo per il futuro della categoria. L’opinione del direttore del TG La7 è che il giornalismo tradizionale non abbia più senso di esistere, e che ormai i cittadini si siano abituati a ricevere notizie senza pagare. Ma fa risalire la crisi del giornalismo a ben prima dell’avvento di internet, attribuendola all’incapacità dei giornalisti di intercettare il sentimento del Paese: uno scollamento che ha accelerato la crisi di credibilità non solo di chi fa politica, ma anche di chi la politica la racconta. Nel nuovo paradigma contemporaneo, perciò, fare giornalismo di qualità diventa estremamente complicato.

Il giornalismo classico è finito, e non è colpa della Rete: già 25 anni fa Berlusconi ha vinto avendo contro la maggioranza dei giornali, e nel 2016 Trump ha vinto nonostante non avesse avuto l’endorsement da nessun giornale. Nessuno legge il giornale, perché arriva troppo in ritardo. Persino noi addetti lavori potremmo fare a meno dei giornali, sono qualcosa di novecentesco. In generale, il giornalismo è un mestiere che ha i decenni, forse gli anni, contati, perché le notizie sono una merce sempre meno pregiata, per cui le persone sono sempre meno disposte a pagare”.

 


Qui il video integrale dell’incontro. Buona visione!

 

(Foto di copertina: Alberto Cabodi ph.)

Salvatore Borghese

Laureato in Scienze di Governo e della comunicazione pubblica alla LUISS, diplomato alla London Summer School of Journalism e collaboratore di varie testate, tra cui «il Mattino» di Napoli e «il Fatto Quotidiano».
Cofondatore e caporedattore (fino al 2018) di YouTrend. È stato tra i soci fondatori della società di ricerca e consulenza Quorum e ha collaborato con il Centro Italiano di Studi Elettorali (CISE).
Nel tempo libero (quando ce l'ha) pratica arti marziali e corre sui go-kart. Un giorno imparerà anche a cucinare come si deve.

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