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Madrid e Barcellona al voto: l’analisi

Manuela Carmena e Ada Colau accettano la sconfitta in due città profondamente cambiate, ma nulla è ancora scritto

Lo scorso 26 maggio, le due maggiori città della Spagna hanno votato, oltre che per il rinnovo del Parlamento europeo, anche per il rispettivo Ayuntamiento (l’equivalente del consiglio comunale italiano).

Un’esperienza in comune

Madrid e Barcellona, due città che negli ultimi anni abbiamo conosciuto come protagoniste di un duro scontro sulle istanze dell’indipendentismo catalano, a partire dalle elezioni del maggio 2015 sono state accomunate da esperienze amministrative inedite, che hanno fatto seguito a decenni di amministrazioni portati dalle forze politiche più tradizionali (popolari e socialisti).

Manuela Carmena e Ada Colau, sindache rispettivamente di Madrid e Barcellona, appartengono a generazioni diverse ma entrambe con un passato da attiviste: la prima nella difesa dei diritti di operai e detenuti, la seconda in prima linea nei comitati per il diritto alla casa nella città catalana. Quattro anni fa furono elette col supporto di Ahora Madrid e Barcelona en Comù, due liste afferenti all’allora neonata Podemos (il partito di sinistra radicale nato nel solco del movimento degli indignados contro le politiche di austerità). Al termine del mandato quadriennale hanno deciso entrambe di ripresentarsi: ma, dopo il voto della scorsa domenica, la riconferma appare lontana.

Il sistema elettorale

In base ad una legge spagnola del 1985, non è prevista l’elezione diretta del sindaco: si vota con un sistema proporzionale a liste bloccate per i partiti che andranno a comporre l’emiciclo dell’Ayuntamiento e i seggi vengono poi ripartiti con metodo d’Hondt tra le formazioni che superano la soglia di sbarramento del 5%. Alla prima seduta i consiglieri sono chiamati ad esprimere un nome per la carica di sindaco: se si trova una maggioranza assoluta su uno stesso candidato, questo viene proclamato sindaco, altrimenti l’incarico è affidato al capolista della prima lista in ordine di consensi. È previsto infine l’istituto della sfiducia costruttiva (il sindaco può essere destituito dal consiglio comunale ma solo in presenza di un sostituto che ottenga la maggioranza dei consiglieri).

Sebbene questo sistema abbia garantito celerità e stabilità fin dalla sua entrata in vigore, da quando il bipartitismo spagnolo ha iniziato a trasformarsi in un sistema partitico più complesso e variegato inizia a scontare rallentamenti: i due casi di Madrid e Barcellona oggi ne sono un esempio.

Barcellona

Barcelona en Comù (BEC), la lista di Ada Colau, perde 4 punti percentuali rispetto al 2015 e si classifica seconda per una manciata di voti dietro a Esquerra Republicana de Catalunya (ERC), il partito indipendentista repubblicano di centrosinistra in sostegno dell’ex eurodeputato (e membro del Parlamento Catalano) Ernest Maragall, che invece raddoppia voti e seggi. La differenza di meno di 5.000 voti tra i due schieramenti (160.990 contro 156.157) risulta irrilevante per il sistema elettorale, che assegna 10 seggi a ciascuna lista a fronte di una maggioranza di 21 consiglieri.

Raddoppia anche il Partito Socialista Catalano, che conquista il terzo posto col 18,4% e 8 seggi. In crescita la lista dei liberali di Ciutadans (Cs) che però si ferma al quarto posto col 13,2% dei suffragi nonostante la candidatura forte di Manuel Valls – l’ex Primo Ministro francese sotto la presidenza Hollande a cui la città catalana ha dato i natali – e ottiene 6 seggi.

Seguono infine Junts, la formazione che fa riferimento all’ex Presidente della Generalitat catalana Carlos Puigdemont, col 10,5% dei consensi ed il Partito Popolare che supera lo sbarramento per il rotto della cuffia (5,01%) guadagnando rispettivamente 5 e 2 seggi. Sotto la soglia di sbarramento la maggior parte delle altre liste candidate, tra cui la neoformazione sovranista di Vox, ferma all’1,2%.

Prospettive e scenari

La prima seduta del Consiglio Comunale è convocata per il 15 giugno e, in quella occasione, i consiglieri esprimeranno una preferenza a testa per l’elezione del primo cittadino. Qualora nessuno raggiunga quota 21, verrebbe proclamato sindaco il capolista di ERC Ernest Maragal e Barcellona avrebbe per la prima volta un sindaco indipendentista. Gli scenari in campo restano però ancora molti e tutti ruotano intorno alla principale frattura tra indipendentisti (ERC e JUNTS) e costituzionalisti (PCS, Cs, PP). Mentre le trattative tra la formazione della Colau e quella dei repubblicani si aprono, l’ex primo ministro francese Valls mette a disposizione senza condizioni i suoi 6 seggi liberali per una maggioranza BeC+PSC+Cs pur di scongiurare l’elezione di un sindaco indipendentista.

Dal canto suo la Colau, che inizialmente rifiutava il dialogo con le liste di Ciutadans e Junts, decide per ora di non rifiutare la proposta Valls ma preferisce “un’alleanza a sinistra più ampia possibile”. Risponderebbe a questa definizione una maggioranza ERC+BeC+PSC, un’ipotesi che potrebbe non decollare considerando l’avversità del leader socialista ad un’alleanza coi repubblicani.

I Popolari infine, spingono invece per un’alleanza tra Barcelona en Comù e la componente costituzionalista col medesimo fine di contrastare una maggioranza indipendentista, ma a patto che non sia guidata dalla sindaca uscente.

La composizione dell’Ayuntamiento di Barcellona

Come hanno votato i quartieri di Barcelona?

La distanza ravvicinata tra le principali forze politiche in competizione delinea un quadro eterogeneo tra i diversi quartieri della città. Balza all’occhio la polarizzazione tra Ciutadans, che vince nei quartieri più ricchi di Barcellona, e i socialisti, primo partito nella periferia nord-orientale, la zona più povera della città. Più contesi invece i quartieri centrali e costieri, che si dividono tra la lista della Colau e gli indipendentisti di ERC.

La mappa dei quartieri, per lista più votata

Barcelona en Comù di Ada Colau perde voti in quasi tutti i quartieri ma specialmente nei quartieri poveri della periferia nordest. Sono pochi i casi di crescita ma si parla sempre di una crescita modesta e si verificano tutti in centro città. I quartieri più benestanti registrano una perdita irrisoria, in un caso anche un leggero aumento del consenso.

BEC: la variazione del voto sul 2014

Risultano abbastanza eterogenei i consensi del primo partito ERC, che fatica a sfondare solo nei quartieri più benestanti.

La distribuzione del voto di ERC

Madrid

Prima posizione per suffragi allo schieramento guidato dalla sindaca uscente Manuela Carmena, con Mas Madrid che ottiene il 31% e 19 seggi (su 57). Contenuta dunque la perdita di voti (circa l’1%) rispetto ai timori in seguito all’addio dell’assessore al bilancio Carlos Sanchez Mato allo schieramento della Carmena, in favore di una candidatura a Sindaco in uno schieramento indipendente.

Seguono i Popolari, in calo del 10% rispetto al 2015, che ottengono 15 seggi col 24% delle preferenze. Decisa crescita per i liberali di Ciudadanos (11 seggi con l’19%) mentre il PSOE tocca il 14% e ottiene 7 seggi, in leggera flessione. New entry nell’emiciclo, i sovranisti di Vox che ottengono 4 seggi grazie al loro 7,5%. Niente seggi per le restanti 14 liste, che non raggiungono lo sbarramento del 5% (tra queste, la già citata lista dell’assessore dimissionario Sanchez Mato col 2,8%).

Prospettive e scenari

Anche nella capitale nulla sembra essere scontato. La polarizzazione sull’asse destra-sinistra è forte, al punto che la sindaca uscente Manuela Carmena, poche ore dopo il voto, ha concesso la vittoria al leader dei popolari José Luis Martínez-Almeida: nonostante la formazione della Carmena sia la prima forza nel consesso, i 19 seggi di Mas Madrid sommati agli 8 dei socialisti non bastano a raggiungere i 29 voti necessari per formare una maggioranza di sinistra.

Dall’altra parte dell’aula inizia a profilarsi infatti una maggioranza diversa: PP + Ciudadanos + Vox, un blocco di centrodestra a sostegno del popolare Martìnez-Almeida, ad oggi il più quotato come primo cittadino. La prospettiva dei sovranisti al governo della Capitale non sembra di facile digestione per i sostenitori della sindaca uscente, al punto che il vicesegretario di Podemos Íñigo Errejón ha recentemente fatto irruzione nel dibattito sdoganando l’ipotesi di un sostegno di Mas Madrid e PSOE alla capolista di Ciudadanos Begoña Villacís pur di non lasciare una vittoria a Vox.

Anche in questo caso, dovremo aspettare la prima seduta prevista il 15 giungo per avere una risposta definitiva. È bene ricordare però che, se non si verificasse una maggioranza di 29 voti intorno a un nome, sarebbe automaticamente eletta a sindaco la capolista della forza di maggioranza relativa, ovvero la stessa sindaca uscente Manuela Carmena.

Madrid: così in Consiglio

Il voto per quartieri: una città divisa in due

Gli unici dati ad oggi disponibili sono quelli riguardanti il primo partito in ogni quartiere della capitale. La mappa che si delinea è quella di una città divisa, con la Carmena premiata soprattutto in centro e i popolari che conservano i loro feudi storici. Balza all’occhio però un bicromatismo inatteso persino dai sondaggi: il Partito Socialista non riesce a conquistare neanche uno dei 21 quartieri della capitale a fronte dei 13 ottenuti alle elezioni parlamentari dello scorso 29 aprile, attestandosi seconda forza solo in 3 di questi.

Fabio Riccardo Colombo

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