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Indignati di tutto il mondo

Indignati di tutto il mondo

Il nuovo movimento globale, noto anche come movimento degli indignados, è un movimento sociale di cittadini, nato sulla scia di una larga mobilitazione di protesta pacifica contro il governo spagnolo, di fronte alla grave situazione economica in cui versa il paese iberico.Le proteste sono iniziate il 15 maggio 2011 in occasione delle elezioni amministrative. A Madrid, almeno 28 mila indignados sfidarono il divieto di manifestare durante la pausa di riflessione per le elezioni amministrative e, nonostante la Commissione elettorale avesse chiesto di sciogliere gli assembramenti con cui da inizio settimana migliaia di giovani protestavano contro le misure di austerità, gli indignados rimasero a Puerta del Sol anche dopo la mezzanotte: al mattino, sulla piazza dell’indignazione, erano ancora in 18 mila. Nei giorni seguenti, altre 10 mila persone raccolsero l’appello di quello che è stato ribattezzato come “movimento 15 maggio” a Plaza de Catalunya, a Barcellona, e sit-in notturni si svolsero anche a Siviglia, Saragozza, Valencia.

Così nacque il movimento, con l’obiettivo di promuovere una democrazia più partecipata, in particolare superando il dualismo PSOE (socialisti) – PP (popolari) che dagli anni ’80 caratterizza la politica spagnola. La sfida degli indignados ha messo in seria difficoltà il governo socialista che, malgrado le richieste della Commissione elettorale, non poteva permettersi di reprimere la protesta a poche ore dalle elezioni amministrative.

Ad ogni modo, secondo alcuni, l’ispiratore di questo nuovo movimento globale è Stephane Hessel, soldato della resistenza francese durante la seconda guerra mondiale, che a 93 anni ha pubblicato un libricino dal titolo “Indignez-vous”, venduto a milioni di copie in tutto il mondo ad un prezzo irrisorio – affinché venisse diffuso il più possibile. “Un’azione civile risoluta” è quello che secondo Hessel dovrebbero intraprendere ora, nel mondo, i giovani e chiunque ne sia in grado: attraverso una via che deve essere non violenta (“strada che dobbiamo imparare a percorrere” scrive Hessel), il nuovo movimento globale denuncia una situazione economica senza prospettive, preda della disoccupazione e della povertà. Gli indignados chiedono un maggiore coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni della politica internazionale, attraverso l’utilizzo dei referendum popolari, cui sottoporre le leggi più importanti, e un maggiore decentramento del potere politico.

È soprattutto il tema del lavoro che sta a cuore al movimento “democracia real ya!”: gli indignados, infatti, vorrebbero una forte risposta per fronteggiare precarietà salariale e sfruttamento degli stagisti e chiedono l’istituzione di un salario minimo (la cifra obiettivo si aggira attorno ai 1.200 euro). Sempre in materia economica, il movimento sollecita un pacchetto di riforme fiscali in grado di favorire i redditi più bassi, l’applicazione dell’Iva come imposta progressiva, l’imposizione della Tobin tax e la nazionalizzazione delle banche salvate dall’intervento statale. Altre rivendicazioni sono la riduzione delle spese militari, la chiusura di tutte le fabbriche di armi e delle centrali nucleari.

Su questa scia, è nato anche il movimento “Occupy Wall Street”, che col passare del tempo ha riscosso sempre più consensi. Molti personaggi dello spettacolo, come Susan Sarandon, Michael Moore, Mike Mayers, Harry Belafonte, Yoko Ono e Sean Penn, da sempre impegnati politicamente per la difesa dei diritti civili, hanno espresso il loro appoggio agli occupanti della piazza finanziaria statunitense.

Ora, il 15 ottobre scorso, questa nuova visione globale si è espressa in contemporanea in ben 951 città e 82 Stati: in rappresentanza del “99% della popolazione del mondo” gli indignati hanno sfilato per dire no ad un’economia nelle mani di quell’1% che gode dei vantaggi del denaro e del potere economico. Contro gli abusi della finanza, il precariato e le ricette anticrisi della politica, la protesta globale degli indignados ha attraversato il globo, dall’Asia all’Europa, passando per Wall Street e la Bce. Un video del movimento spagnolo esprime bene il senso di questa “rivoluzione” globale: si vedono, infatti, le immagini delle piazze del Cile, dell’Egitto, della Tunisia, di Israele, di New York e di Madrid come segnali di un vento globale che scuote il mondo intero e che, dal 15 ottobre, sarebbe dovuto affiorare anche in Italia.

Sebbene nella memoria nazionale rimarranno impresse le immagini della guerriglia urbana andata in scena a Roma, “nota discordante”, si legge nello speciale pubblicato dal quotidiano spagnolo El Mundo, in tutto il mondo gli indignados sono scesi in piazza pacificamente. Decine di migliaia di spagnoli sono tornati in piazza a Madrid: cinque cortei partiti da quartieri periferici sono confluiti a fine giornata verso la Puerta del Sol, al grido di “Madrid sarà la tomba del sistema”. Più di 300 mila indgnados hanno tenuto fede alla promessa del 15 ottobre e, così, una massiccia manifestazione d’affermazione del risveglio della cittadinanza contro il sistema politico ha sfilato nella capitale spagnola, raccogliendo ad ogni angolo piccoli gruppi ad ingrossare le file del corteo. Pacifica, colorata e tanto indignata, la città simbolo del movimento europeo ha accolto ancora una volta migliaia di striscioni, cartelli e mani alzate simbolo della non violenza del movimento.

Similmente, a New York, molti si sono uniti agli “occupanti di Wall Street” sin dalle prime luci dell’alba, tutti pronti alla marcia. La giornata, che ha ottenuto l’appoggio di moltissime organizzazioni e degli studenti delle scuole di ogni ordine e grado, è stata suddivisa per temi e obiettivi. Uno di questi è stato la Chase Manhattan Bank, gruppo JP Morgan, una delle grandi banche beneficiarie del salvataggio di Stato, dove gli indignados hanno invitato i cittadini ad entrare per chiudere i propri conti correnti e trasferire i propri risparmi in una delle banche cooperative presenti in città. La marcia è stata pacifica e Washington Square Park è stata pacificamente invasa al grido di “occupy a day, occupy a week, occupy Wall Steet”: le tv erano tutte lì, nessuno gli ha ignorati e ad essere protagoniste sono state le loro istanze, e non questioni di ordine pubblico.

E ancora, in Europa e nel mondo:

Londra – circa 800 manifestanti, tra cui il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, si sono riuniti sui gradini e sulla piazza della Cattedrale di St. Paul vicino al London Stock Exchange, il mercato azionario britannico;

Berlino – circa 40 mila i tedeschi hanno sfilato vicino la sede del Parlamento: ad un tratto un gruppo di circa 200 giovani si è staccato dal resto del corteo e ha fatto irruzione nell’edificio dove, però, un forte contingente di polizia lo ha respinto.

Francoforte – oltre 5.000 persone hanno manifestato pacificamente al grido di “non svendiamo la democrazia alla Bce!”, davanti all’edificio della Bce, definita dagli indignados simbolo di un sistema finanziario “irresponsabile” ed incapace di gestire la crisi;

Bruxelles – circa 10 mila indignati hanno manifestato per le strade del centro. Il corteo, dopo aver toccato la piazza della Borsa, si è diretto verso il quartiere delle istituzioni comunitarie per concludersi nel vicino parco del Cinquantenario;

Atene – diverse migliaia di persone si sono radunate davanti al Parlamento per protestare contro le misure di austerità varate dal Governo greco per fronteggiare la crisi. Alla manifestazione in piazza Syntagma sono anche intervenuti immigrati siriani che gridavano slogan per la libertà del loro paese. Molti manifestanti innalzavano cartelli contro l’Ue e il Fmi, alcuni con la scritta “non paghiamo” e altri che rivendicavano la sovranità della Grecia contro le grandi organizzazioni internazionali;

Portogallo – circa 40.000 persone hanno manifestato contro il sistema finanziario, 2 giorni dopo l’annuncio del Governo di centrodestra di nuove misure di austerità. A Lisbona, più di 20.000 manifestanti sono scesi in Piazza Marques de Pombal che circonda il Sao Bento, palazzo che ospita l’Assemblea nazionale, urlando slogan “il debito non è nostro”, mentre altre 20.000 persone hanno marciato a Porto, seconda città più grande del paese;

Belgado – centinaia di persone hanno manifestato e in altre città dei Balcani lo slogan gridato è stato “uniti per i cambiamenti globali!”;

Marocco – la protesta degli indignados si è concentrata nella capitale, Rabat, ma con scarso successo in quanto, secondo fonti della polizia, la manifestazione non era autorizzata;

Nuova Zelanda – ad Auckland migliaia di persone hanno marciato urlando slogan contro le grandi corporazioni, mentre analoghe manifestazioni si sono svolte anche nella capitale Wellington;

Sydney – circa duemila persone, tra cui alcuni aborigeni, hanno manifestato davanti la Banca centrale;

Tokyo – a centinaia hanno marciato per una protesta che ha visto la partecipazione anche degli antinuclearisti;

Filippine – a Manila un piccolo gruppo di manifestanti si è diretto verso l’ambasciata americana urlando slogan contro “l’imperialismo americano”;

Taiwan – un centinaio di persone hanno occupato simbolicamente il grattacielo Taipei 101, sede della Borsa;

Israele – centinaia di israeliani hanno partecipato ad una manifestazione nel cortile del museo di Tel Aviv, chiedendo un cambiamento radicale nel sistema economico del paese e del mondo;

Canada – alcune centinaia di indignados hanno sfilato a Montreal, piantando le tende a Victoria Square, nel centro della città;

Sudafrica – a Johannesburg, una cinquantina di persone hanno protestato e chiesto la cancellazione del debito dei paesi africani;

Australia – a Melbourne, circa 750 persone si sono riunite per protestare contro la crisi economica globale.

In conclusione, alcuni tentativi d’interpretazione del nuovo movimento degli indignati hanno chiamato in causa il ‘68 del vecchio continente o il movimento “no global” che attraversò il mondo circa 10 anni fa. Ad ogni modo, per trovare un’ispirazione comune della nuova ventata di indignazione, certamente il riferimento d’obbligo va alla crisi economica globale: questa ha contribuito a generare una rivolta generazionale più o meno estesa che sembra avere una forte efficacia mediatica. È una sorta di vento in crescita che ha portato gli indignados di tutto il mondo ad unirsi per chiedere ai Governi ed alle élite del potere di elaborare risposte eque alla crisi economica globale, attraverso la creazione di posti di lavoro e smettendo di investire in avventure militari senza senso. Il movimento insiste sulla necessità che i grandi gruppi finanziari e le corporations paghino con i propri profitti il prezzo della crisi e della recessione che hanno contribuito a creare e che, ora, sta spingendo milioni di persone verso la disoccupazione e la povertà.

In sostanza, quella del 15 ottobre è stata una giornata in cui si è chiesto in maniera pressoché unanime che il concetto di crescita globale abbracci quello di crescita locale e di sostenibilità. Le parole d’ordine sono state e rimangono: pensare globalmente e agire localmente, rispettare l’ambiente e praticare la giustizia sociale. Come in Piazza Tahrir, a Puerta del Sol o a Zucconi Park, l’idea che vuole essere alla base di questo nuovo movimento è che la gente si organizzi prima come reti di gruppi ed individui e, successivamente, cerchi di mantenere il ritmo degli incontri con assemblee permanenti. Si ritiene che solo una tale forma di organizzazione della voce della società civile possa essere in grado di resistere agli attacchi del sistema finanziario globale e attuare il cambiamento: consenso e costante interazione tra le masse, potenziato da media digitali, pare dunque essere la concretizzazione di un nuovo concetto di democrazia: democracia real ya.

Francesca Petrini

Dottoranda in Teoria dello Stato e istituzioni politiche comparate, si è laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali ed ha conseguito il titolo di Master di II livello in Istituzioni parlamentari per consulenti d´Assemblea.

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