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Immigrazione e insicurezza: le preoccupazioni che uniscono (e dividono) gli italiani

La società italiana è divisa in tante “tribù”, molto diverse per valori, idee e abitudini. Ma alcune preoccupazioni sono trasversali: su tutte, economia e sicurezza

More in common è un’associazione attiva a livello internazionale che si pone l’obiettivo di contrastare polarizzazione e divisioni sociali. Lo scorso anno ha pubblicato uno studio volto a individuare le dinamiche e i “sentimenti” dell’opinione pubblica nei confronti del dibattito politico. L’approccio utilizzato dalla ricerca riflette gli obiettivi dell’associazione: invece di proporre la classica suddivisione del campione su base puramente socio-demografica, individua sette categorie (segmenti) accomunati da atteggiamenti e opinioni analoghe. Il campione è stato così suddiviso in: Italiani Cosmopoliti, Cattolici Umanitari, Moderati Disimpegnati, Trascurati, Preoccupati per la Ssicurezza, Difensori della CulturaNazionalisti Ostili. Come abbiamo visto in un precedente articolo, questo studio ha accertato come ciascuno di questi gruppi abbia un proprio mix di opinioni/valori ed è inserito in macro-aree politiche che non necessariamente rispecchiano l’appartenenza a uno schieramento politico preciso: ma i timori sulla perdita dell’identità nazionale erano risultati piuttosto trasversali.

I sette segmenti della società italiana

Globalizzazione e immigrazione

Da dove vengono (e da cosa sono giustificati) questi timori? L’indagine in effetti ha dipinto un ritratto dell’opinione pubblica italiana a tratti inaspettato. La globalizzazione è una delle principali cause di preoccupazione soprattutto perché viene percepita come un malus per l’economia italiana (l’82% la pensa così) più di quanto non venga vista come un pericolo per l’identità culturale nazionale (59%). Anche l’approccio degli italiani verso i fenomeni migratori non assume i caratteri “emergenziali” tipici del dibattito pubblico: il 57% del campione considera la migrazione un fenomeno prevalentemente negativo soprattutto perché associata ad un senso di perdita di controllo dei confini, alla mala gestione dei processi di accoglienza e di integrazione, e ad un aumento del livello di insicurezza; tuttavia – e senza che ciò rappresenti necessariamente una contraddizione – rimane un ampio sostegno per il principio dell’asilo politico ai rifugiati, proveniente dal 72% degli italiani. Inoltre, il 61% si dice preoccupato per il crescente clima di razzismo e discriminazione. Dietro a questa apparente contraddizione (l’immigrazione è negativa/una minaccia ma bisogna garantire l’accoglienza) c’è il carattere intrinsecamente religioso che gli italiani attribuiscono all’identità nazionale: quasi metà della popolazione, infatti, concorda sul fatto che l’Italia, in quanto paese cattolico, debba farsi carico dei bisogni di chi vi giunge. I timori sui fenomeni migratori, per di più, nascondono una forte preoccupazione relative alle difficoltà di integrazione degli immigrati di fede musulmana, ritenuti da buona parte della popolazione (40%) incompatibili con l’identità culturale italiana.

I timori sull’economia e l’insoddisfazione verso l’élite

È importante sottolineare che i timori nei confronti dell’immigrazione e della sicurezza sono solo al secondo posto: in vetta alla classifica delle ragioni di inquietudine per gli italiani ci sono le difficoltà economiche, e l’elevato tasso di disoccupazione è visto come il problema da risolvere più urgentemente. Un dato trasversale ai vari segmenti (sia pure con sfumature più o meno nette) è anche il sentimento negativo nei confronti delle élite, ritenute causa dell’attuale instabilità politica e attore inaffidabile nelle prospettive future di un paese che si auto-percepisce come diviso, debole e arrabbiato: il 73% degli italiani ritiene inadeguati i partiti politici tradizionali e i politici in generale. Un dato che contribuisce certamente a spiegare gli attuali tassi di astensione, molto cresciuti negli ultimi decenni. Ricordiamo che, come si può notare nel grafico a barre, gli italiani che ricadono nei vari segmenti non condividono necessariamente le stesse preferenze politiche: tra gli elettori di un partito può essere presente una quota – più o meno grande – di un segmento che si ritrova anche nell’elettorato di un altro partito, anche molto distante dal primo.

I sette segmenti nei diversi elettorati

Uno dei temi che distingue nettamente i segmenti “aperti” (in arancio) da quelli “chiusi” (blu scuro) è proprio quello dell’immigrazione: anche se – come detto – la maggioranza degli intervistati la vede in modo negativo, tra chi appartiene ai segmenti “aperti” (28%) prevalgono invece i giudizi positivi. Questa polarizzazione si deve proprio al crescente peso della questione identitaria che caratterizza il dibattito politico odierno, che tende a inquadrare la figura degli immigrati (rifugiati compresi) in una logica di contrapposizione (“noi” contro “loro”). Ma le motivazioni di tipo identitario, largamente prevalenti soprattutto tra gli appartenenti ai segmenti più “chiusi”, si sommano a quelle legate alla sicurezza, sia essa fisica o economica: ossia, rispettivamente, il rischio terrorismo e la concorrenza sleale sul mercato del lavoro.

Timori e politiche pubbliche: alla conquista dell’elettore “di mezzo”

Se disoccupazione e immigrazione risultano essere i principali fattori di insicurezza per la maggior parte dei segmenti individuati dalla ricerca, (compresi quelli che non esprimono opinioni particolarmente radicali) si comprende bene perché le politiche del nuovo governo (su tutte reddito di cittadinanza e chiusura dei porti) abbiano riscosso finora percentuali di consenso molto alte e piuttosto trasversali.

More in Common si propone tuttavia di andare al di là dei dati fino ad ora analizzati, che per quanto utili (e a tratti inaspettati), rappresentano già un patrimonio comune tra gli attori del dibattito scientifico e culturale. Ciò che rende particolarmente interessante questo studio è il focus sul cosiddetto “elettorato di mezzo”, composto da chi si sente trascurato, preoccupato per la propria sicurezza e in generale si interessa poco di questioni politiche. Segmentare questa fetta di popolazione, spesso determinante nell’esito delle elezioni nel nostro Paese, permette di intuire le possibili soluzioni ai problemi della radicalizzazione e della polarizzazione del discorso politico.

Secondo gli autori della ricerca, l’attore politico che miri a intercettare le preferenze di questi elettori mediani deve sapersi collocare idealmente in maniera equidistante tra “populisti” e “status quo”, proponendo un cambiamento positivo. Per fare ciò, è necessario prestare particolare attenzione alle preoccupazioni più sentite dalla popolazione, offrendo soluzioni concrete alle incertezze dei diversi gruppi e mettendo in campo competenza e soprattutto pragmatismo.

In particolare, il tema dell’immigrazione risulta oggi determinante nel definire le preferenze politiche di molti elettori ed è ampiamente percepito come divisivo, dunque causa della crescente polarizzazione delle società occidentali. Sulla base di queste considerazioni, l’opinione di More in Common è che su un argomento come questo la sola dimostrazione di maggior competenza di fronte alle criticità sia insufficiente, e che sia invece necessario riuscire a comunicare un messaggio meno allarmistico sia riguardo la gestione del fenomeno, sia riguardo i migranti stessi: solo in questo modo, utilizzando questa comunicazione “positiva”, sarebbe possibile conquistare quella fetta di popolazione con posizioni non radicali (i segmenti intermedi) che potrebbe passare dalla visione basata sulla contrapposizione (“noi contro loro”) a una più inclusiva.

Gianluca De Feo

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