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Brexit: e se ci fosse un secondo referendum?

Superato lo “scoglio” della mozione di sfiducia interna, Theresa May non può comunque dirsi soddisfatta: il suo partito è sempre più lacerato tra euroscettici e non, e la bozza di accordo negoziata con l’Unione Europea continua ad avere pochissime chance di essere approvata dal Parlamento di Westminster (motivo per cui la May ha rinviato a gennaio la votazione che doveva tenersi martedì scorso).

Come mostra la grafica del New York Times, nel caso – pressoché certo – che la maggioranza dei deputati rigetti la sua bozza di accordo, la May potrebbe chiedere di andare ad elezioni anticipate per tentare di ritrovarsi con dei numeri più favorevoli. Ma è difficile che provi a fare una seconda volta qualcosa su cui era già andata a sbattere con le elezioni anticipate (volute da lei stessa) del 2017. Una proposta del genere avrebbe ben poche possibilità di essere accolta anche se venisse dalle opposizioni. E dal momento che nessuno vuole realmente arrivare ad una ‘No Deal Brexit’ (cioè un’uscita del Regno Unito dalla UE non regolamentata da alcun accordo) ecco che un secondo referendum – indetto dalla May o richiesto dalla maggioranza del Parlamento – diventa una possibilità concreta.

Al netto dell’aspetto politico, come funzionerebbe tecnicamente un secondo referendum sulla Brexit? La risposta (o meglio, le risposte) le troviamo riassunte in un articolo del quotidiano The Guardian. Prima di tutto, occorrerebbe uno specifico atto legislativo “quadro” (come fu già per il primo referendum, che richiese l’approvazione dello EU Referendum Act nel 2015). La Commissione Elettorale dovrebbe poi elaborare (attraverso il “question testing”) il miglior testo possibile per il quesito referendario.

Quanto tempo occorrerebbe per tutto questo? Secondo una stima dello University College London, almeno 22 settimane a partire dal momento in cui una simile decisione (quella di tenere un secondo referendum) venisse presa. Il che vuol dire, realisticamente, votare non prima della fine di maggio 2019. Nel frattempo, naturalmente, la procedura attivata dal Regno Unito con l’invocazione dell’articolo 50 del Trattato UE (quello che disciplina l’uscita dalla UE) dovrebbe essere necessariamente sospesa, poiché la sua scadenza attuale è fissata al 29 marzo. Una sospensione che – come ha recentemente stabilito la Corte di Giustizia della UE – il Regno Unito potrà ad ogni modo decretare in modo unilaterale, cioè senza dover attendere l’assenso degli altri 27 stati membri.

Le opzioni per un secondo referendum sono 4:
1) Brexit con Deal della May
2) “No Deal Brexit”
3) Nuovo negoziato
4) Remain
Per quanto riguarda le tempistiche, però, la principale complicazione è un’altra: a fine maggio ci sono anche le elezioni per il Parlamento Europeo. Dando per assunto che un eventuale secondo referendum non possa tenersi prima di quella data, che fare con i seggi spettanti al Regno Unito? Rischiare di eleggere degli eurodeputati “a breve scadenza”, nel caso la Brexit venisse in qualunque modo ribadita dalle urne? Oppure evitare del tutto di eleggerli, correndo così il rischio di privare il Regno Unito dei suoi rappresentanti a Strasburgo per un’intera legislatura se vincesse il ‘Remain’?

Ma, più in generale, quello dei tempi non è nemmeno il peggiore degli ostacoli. Il problema principale sarebbe infatti di natura squisitamente politica: quali dovrebbero essere le due opzioni su cui far scegliere gli elettori in questo eventuale secondo referendum? Sulla carta, infatti, ce ne sono ben 4: confermare la bozza May per uscire dalla UE; uscirne con un ‘No Deal’; avviare una nuova negoziazione; e, infine, restare nella UE (‘Remain’). Non è semplice capire quali scegliere di includere, e quali invece escludere, nelle opzioni referendarie. Alcuni deputati – scrive ancora il Guardian – hanno proposto un referendum con una pluralità di opzioni tra cui scegliere; un’altra possibilità è quella di tenere più consultazioni, a seconda dell’esito della prima. Nessuna di queste alternative è priva di complicazioni, non ultime quelle legate proprio alla tempistica.

In caso di referendum con più di due opzioni, con quale criterio andrebbe stabilito il vincitore? Non certo quello “classico” del ‘first past the post’, evidentemente. Ma anche il metodo del “voto alternativo” – come avevamo scritto qui  – non sarebbe ottimale, poiché rischierebbe di escludere l’opzione effettivamente meno sgradita dagli elettori (la cosiddetta “opzione Condorcet”).

Secondo il Sunday Times, l’opzione più probabile tra quelle valutate dalla May per un secondo referendum sarebbe quella di una scelta tra due diverse Brexit: una ‘No Deal Brexit’ e una regolata dall’accordo da lei negoziato con l’UE.

Potrebbe non trattarsi di un caso: proprio il sondaggio di YouGov, di cui abbiamo scritto pochi giorni fa, mostra una netta prevalenza per questa seconda opzione, se gli elettori fossero chiamati a una scelta binaria di questo tipo.

Se il risultato di questo sondaggio venisse confermato in una (ripetiamolo ancora, eventuale) seconda consultazione referendaria, l’esito potrebbe essere piuttosto paradossale. Non solo perché andrebbe contro la volontà della maggioranza degli elettori del Regno Unito (aggregando i sondaggi più recenti sull’argomento, il ‘Remain’ è in vantaggio nei confronti del ‘Leave’ per 53 a 47). Ma anche perché, come mostra una ricerca di Opinium la maggioranza degli elettori ritiene che quello raggiunto dalla May in effetti non sia un buon accordo.

Solo nel sotto-campione degli elettori conservatori pro-Remain i giudizi negativi verso la ‘bozza May’ sono meno numerosi di quelli neutri (anche se persino qui sono comunque superiori ai giudizi positivi). Più in generale, è la stessa idea di un secondo referendum che non passerebbe esattamente in cavalleria presso l’opinione pubblica. L’idea che si parli di un secondo referendum, che possa rimettere in discussione l’esito del voto del giugno 2016, solo per far sì che finalmente gli elettori votino nel “giusto” (dove “giusto” sta per ciò che è ritenuto tale da quel they – cioè “loro”, le élite) è molto diffusa. È d’accordo con questa idea, in tutto in parte, ben il 57% degli elettori, sempre secondo il sondaggio di Opinium.

Percentuali che salgono ulteriormente tra i ‘leavers’, toccando il 75% tra quelli laburisti e addirittura l’83% tra quelli conservatori. Insomma, se da un lato una seconda consultazione – quali che siano le modalità scelte per il quesito referendario – avrebbe il pregio di ridare la parola agli elettori, dall’altro una buona parte di essi (persino tra chi oggi voterebbe ‘Remain’) sarebbe vista come un’operazione non molto corretta, e costituirebbe probabilmente una – ulteriore – fonte di delegittimazione per le élite politiche britanniche.

Da qualunque lato la si guardi, quindi, la Brexit continua ad essere l’elemento di gran lunga più “ingombrante”, e allo stesso tempo destabilizzante, della politica del Regno Unito. Negli ultimi anni e , con tutta probabilità, anche in quelli a venire.

Salvatore Borghese

Laureato in Scienze di Governo e della comunicazione pubblica alla LUISS, diplomato alla London Summer School of Journalism e collaboratore di varie testate, tra cui «il Mattino» di Napoli e «il Fatto Quotidiano».
Cofondatore e caporedattore (fino al 2018) di YouTrend. È stato tra i soci fondatori della società di ricerca e consulenza Quorum e ha collaborato con il Centro Italiano di Studi Elettorali (CISE).
Nel tempo libero (quando ce l'ha) pratica arti marziali e corre sui go-kart. Un giorno imparerà anche a cucinare come si deve.

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