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Il voto in Svezia in 5 punti

Le elezioni in Svezia hanno visto una crescita dei nazionalisti, ma meno impetuosa previsto. I Socialdemocratici mantengono il primato, ma ora formare un governo sarà difficile…


In Svezia le elezioni che dovevano segnare una forte discontinuità hanno alla fine riservato meno sorprese del previsto. Hanno votato l’84,4% degli aventi diritto, un’affluenza certamente molto alta, ma piuttosto nella norma per gli standard svedesi. Vediamo quali sono i 5 elementi più importanti di questo voto.

I risultati

Il primo partito (come accade ormai ininterrottamente dal 1917) è anche questa volta quello dei Socialdemocratici, con il 28,4% dei voti, in calo di quasi 3 punti rispetto al 2014. Al secondo posto il partito Moderato, di centrodestra (-3,5%). Terzi si piazzano i Democratici Svedesi, partito di tendenze populiste, euroscettico ed anti-immigrati (17,6% in aumento di 4,7 punti rispetto al 2014). Seguono il partito di Centro (8,6%), la Sinistra (7,9%), i Cristiano-democratici (6,4%), i Liberali (5,5%) e i Verdi (4,3%). Anche questa volta quindi entrano al Riksdag ben 8 partiti, peraltro gli stessi dal 2010 ad oggi. Se guardiamo solo a questi numeri, e ai voti guadagnati o persi rispetto al 2014, dovremmo parlare di un risultato deludente per Socialdemocratici e Moderati, e di un buon risultato per tutti gli altri – a cominciare dai Democratici Svedesi. Ma le cose non stanno proprio così.

Vincitori e sconfitti

Le aspettative di questo voto in effetti erano piuttosto diverse. I Socialdemocratici si aspettavano un risultato decisamente inferiore (intorno al 25%), mentre i Democratici Svedesi, che crescono vigorosamente ad ogni elezione sin dal loro debutto (risalente ormai a 20 anni fa) speravano di superare il 20%, e alcuni si aspettavano addirittura che fossero in grado di puntare al primo posto. In effetti questo era lo scenario dipinto dai sondaggi fino a pochi giorni prima del voto. Ma proprio negli ultimi giorni – quando, come in tutte le elezioni, masse di elettori indecisi fino all’ultimo maturano una preferenza – gli stessi sondaggi avevano rilevato una tendenza che vedeva i Socialdemocratici in rialzo e i DS in calo, addirittura dietro i Moderati.

Sia i sondaggi degli ultimi giorni, sia i due exit poll diffusi al momento della chiusura delle urne, si sono quindi dimostrati piuttosto precisi. Gli scostamenti rispetto al risultato finale rientrano pienamente nel margine d’errore proprio delle rilevazioni demoscopiche di questo genere.

In ogni caso, al netto delle dichiarazioni di circostanza dei leader di questo o quel partito, si tratta di un voto senza vincitori: e non solo perché nessuno ha ottenuto (come vedremo) un numero di seggi sufficiente per assicurarsi il governo. Tutti hanno infatti almeno un buon motivo per vedere il bicchiere mezzo vuoto: i Socialdemocratici fanno registrare il loro peggior risultato da quando esiste il suffragio universale; i partiti di centrodestra non sono riusciti a vincere il maggior numero di seggi, nonostante una legislatura all’opposizione; i Verdi hanno rischiato seriamente di non ottenere alcun seggio; e quelli che sono rimasti esclusi dal parlamento (come la lista femminista o quella di destra radicale) hanno ottenuto risultati piuttosto miseri.

Scenari di governo

Come era stato abbondantemente pronosticato alla vigilia, non sarà facile sciogliere il rebus per formare una maggioranza di governo. È vero che in Svezia non è necessaria la maggioranza assoluta dei 349 seggi per governare (anzi, la formula del “governo di minoranza” negli ultimi decenni costituisce la regola più che l’eccezione); ma in questo caso non solo nessuna delle due coalizioni dispone di un numero sufficiente di seggi, ma non è nemmeno chiaro quale coalizione abbia il diritto di provarci, dal momento che i partiti di sinistra hanno raccolto 144 seggi e l’alleanza di centrodestra 143.

La grande frammentazione del nuovo parlamento svedese impedisce di individuare un partito chiaramente “obbligato” a governare in ragione dei numeri. I Socialdemocratici non sono autosufficienti, né lo sarebbero coalizzandosi con la Sinistra e con i Verdi. I Moderati potrebbero costruire una maggioranza di centrodestra solo allargandosi ai Democratici Svedesi, cosa che più o meno tutti nella coalizione conservatrice hanno escluso prima delle elezioni. Nemmeno una “Grosse Koalition” tra Socialdemocratici e Moderati avrebbe abbastanza seggi, anche se forse potrebbero contare sulla “desistenza” di qualche gruppo centrista (e a questo punto si tratta forse dell’ipotesi più plausibile).

Chi ha votato chi

L’exit poll diffuso dalla tv pubblica SVT non è servito solo ad anticipare il risultato finale, ma ha indagato a fondo le caratteristiche sociali degli elettori dei diversi partiti e il loro comportamento di voto. I dati hanno rivelato, ad esempio, che rispetto al 2014 ben il 41% degli elettori ha votato per un partito diverso, e che i Democratici Svedesi (oltre ad avere un quinto dei propri voti proveniente da ex elettori dei Socialdemocratici) hanno registrato il “tasso di fedeltà” più alto, ottenendo il voto dell’86% di chi li aveva già votati nel 2014, contro il 66% dei Socialdemocratici e il 54% dei Moderati.

Flussi di voto in entrata verso i Democratici Svedesi (Fonte: exit poll SVT)

Flussi di voto in entrata verso i Socialdemocratici (Fonte: exit poll SVT)

Flussi di voto in entrata verso i Moderati (Fonte: exit poll SVT)

La “scansione” del voto per fasce socio-demografiche mostra invece delle differenze anche molto forti tra i diversi gruppi sociali. Ad esempio, emerge chiaramente come i Socialdemocratici siano più competitivi tra gli anziani (con più di 65 anni) mentre i Moderati – e il centrodestra in generale – lo siano tra i più giovani; oppure come vi sia una netta distinzione tra il voto degli uomini (decisamente più spostato a destra, si veda il dato dei Democratici Svedesi) e quello delle donne (che premia la sinistra); fortissime infine sono le differenze tra il voto degli operai e quello di imprenditori e agricoltori: tra questi ultimi i 4 partiti di centrodestra raccolgono ben il 53% dei consensi.

A proposito degli operai, si noti il calo nel voto ai Socialdemocratici che emerge dalle rilevazioni di SVT: nel 2002 in Svezia un operaio su due votava per lo storico partito dei lavoratori, mentre oggi solo il 34% degli operai svedesi vota per i Socialdemocratici.

Geografia del voto

Come spesso accade, la geografia del voto ci racconta molto delle evoluzioni del consenso politico. Guardando alle zone dove i vari partiti hanno guadagnato voti rispetto al 2014, si vede bene come i Democratici Svedesi (in giallo) abbiano aumentato i loro consensi in modo praticamente uniforme in tutto il paese: al nord nelle tradizionali roccaforti della sinistra, e al sud nelle periferie urbane dove era (ed è) più competitivo il centrodestra. Ma è anche interessante – come fa notare lo studioso francese Mathieu Gallard – il fatto che i Socialdemocratici, nonostante il generale arretramento, guadagnino nella zona urbana di Stoccolma, la capitale. Mentre i Moderati di centrodestra a loro volta perdono voti ovunque, ma fanno breccia proprio in alcune zone nel nord progressista.

In conclusione, cosa ha rappresentato questo voto in Svezia? Qualcuno, soprattutto alla vigilia, aveva ipotizzato uno scenario paragonabile a quello delle elezioni italiane del 4 marzo, con uno sprofondamento del centrosinistra al governo e un’impennata dei populisti. Questo scenario non si è verificato, almeno per ora. Più che alle elezioni italiane del 2018, queste elezioni svedesi ricordano semmai le Politiche del 2013, quando il tradizionale bipolarismo fu “spezzato” da un terzo incomodo (il Movimento 5 Stelle) che rese molto difficile la formazione una maggioranza autonoma da parte di una delle due coalizioni – che peraltro avevano sostanzialmente pareggiato.

Naturalmente nemmeno in questo senso l’esperienza italiana può suggerirci cosa accadrà adesso in Svezia. Sono due situazioni non paragonabili: troppo diversa dal nostro Paese è la Svezia, per storia, per cultura (politica e non solo), per come funzionano le istituzioni, l’economia e la società. Da un certo punto di vista, queste elezioni ricordano piuttosto quelle olandesi del marzo 2017: sia per i timori della vigilia (in quel caso si paventava la vittoria dei populisti del PVV di Wilders) sia per l’esito (la vittoria, pur senza raggiungimento della maggioranza, per il partito di governo uscente). Ma anche – visti gli equilibri del nuovo parlamento svedese, che tanto richiamano quelli del parlamento olandese – per ciò che probabilmente seguirà a queste elezioni: lunghe e complesse trattative per capire come e con chi potrà formarsi una maggioranza in grado di governare.


Salvatore Borghese

Laureato in Scienze di Governo e della comunicazione pubblica alla LUISS, diplomato alla London Summer School of Journalism e collaboratore di varie testate, tra cui «il Mattino» di Napoli e «il Fatto Quotidiano».
Cofondatore e caporedattore di YouTrend. È stato tra i soci fondatori della società di ricerca e consulenza Quorum e ha collaborato con il Centro Italiano di Studi Elettorali (CISE).
Nel tempo libero (quando ce l'ha) pratica aikido, tira con l'arco e corre sui go-kart. Un giorno imparerà anche a cucinare come si deve.

1 commento

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  • Troppo pompati dai media le associazioni populiste volano.
    Sembra proprio così, almeno in Italia, a leggere i giornali ci si rende conto che il lavoro dei giornalisti è drasticamente cambiato. Infatti i loro articoli sembrano sempre più scritti per spingere gli elettori in una o in un’altra direzione, condizionando non poco i risultati elettorali. Cosa che non accade ancora nella maggior parte dei paesi europei dove ancora si limitano a dare le notizie asettiche e prive di commenti. Il risultato? In Svezia i Populisti non hanno vinto.

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