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USA: la convention di Obama

Se Ann Romeny è diventata la protagonista della campagna per le presidenziali 2012 del marito, Michelle Obama, già nella settimana che precedeva la convention democratica, è passata al contrattacco.

Lei, che il mestiere di first lady lo conosce da più tempo, ha occupato gli show popolari con la sua presenza e il suo carisma, in attesa che si mettesse in moto la macchina mediatica democratica a Charlotte. Nel frattempo, Obama incassato una vittoria importante: un giudice, in Ohio, ha deciso che si potrà votare anche il fine settimana prima di martedì 6 novembre, negando le contestazioni repubblicane che puntano a rendere sempre più difficile, per chi lavora e vive in un altro Stato, il diritto al voto.

A dare inizio alla convention democratica è stata la first lady, Michelle, preparata ad un discorso per forza di cose diverso da quello dell’avversaria Ann Romeny, la quale, seppur infiammando i repubblicani con un discorso battagliero, facendo appello alle donne, rimane associata ad un’immagine di donna ricca che passa i giorni di festa in villa e sulla moto d’acqua. Michelle parla invece di Barack Obama, della sua infanzia difficile, che tempi in cui lottavano per pagare il mutuo, delle cose che ha fatto e di quelle che “non è riuscito a fare, ma vedrete!”. Non è lì solo per mostrare l’immagine della first lady moderna, forte, sempre al fianco dello sposo: la missione di Michelle è di scaldare i cuori degli elettori neri che la volta scorsa, mobilitati dai volontari, votarono in massa e fecero vincere Obama, anche in North Carolina, Stato del sud, cristiano e conservatore. A Charlotte, dove arrivano i delegati per la convention democratica, Michelle grida all’America che Obama darà la sanità a tutti. Nonostante ciò, gli entusiasmi non sono quelli di quattro anni fa: la popolarità del Presidente è più bassa di quella di sua moglie e i militanti pensano alla crisi e alla mancanza di lavoro.

Alla convention di Charlotte spetta quindi a Michelle convincere che suo marito è ancora l’uomo della speranza, del cambiamento, che il grande sogno del 2008 non è finito, anche se le cose non sono andate come sperava, con una disoccupazione altissima e un’economia che stenta a ripartire. Come Ann Romeny, Michelle parla alle donne, ma i modelli che rappresentano non potrebbero essere più diversi: la figlia di una buona famiglia che ha allevato cinque figli e non ha mai lavorato da una parte, e la ragazza della South Chicago, povera operaia, diventata avvocato dall’altra. È bella Michelle, dice Obama commentando una foto sul giornale mentre è in Ohio, con tre operai della locale fabbrica automobilistica, quella che lui ha voluto salvare quattro anni fa, quando la recessione cercava di risucchiare il paese. “Certo ancora molto rimane da fare”, ammette il Presidente che, prima della convention, è andato in missione a New Orleans, dove il suo sistema di protezione ha tenuto, anche se intere zone sono ancora allagate. Incompleto, come il voto che gli chiedono di dare a un consuntivo del suo primo mandato: “lasciatemi finire il lavoro”, chiede però Obama a quel 56% di americani che non crede più in lui, ma crede in Michelle.

La quale entusiasma i 23.000 della convention democratica con un discorso emozionante sul sogno americano che Barack conosce bene, perché l’ha vissuto e vuole che tutti in America abbiano le stesse possibilità. I democratici si commuovono quando la first lady parla degli anni trascorsi con il giovane Barack, anni di macchine scassate e scarpe vecchie, debiti e mutui da pagare, una nonna messa da parte sul lavoro perché donna e, per questo, Obama, da Presidente, ha varato subito una legge sulle pari opportunità. Obama è un uomo che si è fatto amare scegliendo di lavorare nei quartieri poveri di Chicago, invece di arricchirsi in uno studio di avvocati. Barack, sottolinea la moglie, è rimasto quello di un tempo, ossia un uomo che s’è fatto da solo, molto diverso dal miliardario rurale Romeny: questa sarebbe la prova che Obama può far rivivere il sogno americano. Tocca ad altri ricordare l’uccisione di Bin Laden, la legge che dà il via libera ai gay nell’esercito, il salvataggio dell’industria dell’auto e 4 milioni e mezzo di posti di lavoro creati – più di Bush in due mandati. Michelle parla dell’uomo e, nel confronto con la moglie di Romeny, secondo tutti gli osservatori vince lei.

Poi alla convention democratica c’è l’intervento di Bill Clinton ed è la prima volta che un ex Presidente sia allo sponsor principale per l’elezione del successore. Bill Clinton resta un mito per i democratici: è l’uomo capace di far breccia sul terreno più difficile per il partito, quello dei lavoratori maschi bianchi. Clinton punta sull’economia con la frase chiave che fino a quel momento era mancata nella campagna democratica: “stiamo come vorremmo? No! Ma stiamo meglio da quando c’è Obama? La risposta è sì: Obama ha ereditato un’economia molto più disastrata di quella che trovai io ed ha creato posti di lavoro. Ha assunto tanti che stavano con Hillary e… ha assunto pure Hillary!”. Bill Clinton lancia una sfida: se volete una società dove ognuno è per sé e chi vince prende tutto, votate i repubblicani, ma se credete in una società dello stare bene insieme, scegliete Barack Obama.

E infine arriva il momento del Presidente che apre il suo discorso di accettazione con un monito alle figlie le quali, seppure è passata mezzanotte e sono ancora sul palco della convention, il giorno seguente dovranno andare a scuola. La prima volta che Obama ha parlato alla convention democratica, nel 2004, era un giovane governatore dell’Illinois che parlava di speranza: otto anni dopo, Obama racconta la sua lotta per mantenere la speranza, le sue vittorie: la riforma sanitaria, la legge sui gay nell’esercito, la fine della guerra in Iraq. Parla anche delle sue sconfitte: la crescita troppo lenta, la disoccupazione ancora alta, la riforma fiscale ma realizzata. Mette in guardia gli americani, perché quella del prossimo 6 novembre sarà una scelta fra due diverse visioni del futuro: battersi in nome di quei valori che hanno costruito la più grande classe media e la più forte economia del mondo, oppure scegliere i repubblicani ed il loro piano che vuole ridurre drasticamente gli aiuti del governo ai disoccupati, alle famiglie in difficoltà, agli studenti, agli anziani. “Non sarà facile né veloce”, dice Obama, “ma possiamo farcela, insieme!”. La parola chiave del discorso è “share”, condivisione delle responsabilità e dei problemi, ciò che il Congresso repubblicano gli ha sempre negato. Il Presidente chiede tempo per finire il lavoro iniziato per costruire un mondo migliore, sognato quattro anni fa e non ancora del tutto realizzato.

Francesca Petrini

Dottoranda in Teoria dello Stato e istituzioni politiche comparate, si è laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali ed ha conseguito il titolo di Master di II livello in Istituzioni parlamentari per consulenti d´Assemblea.

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