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Nel mondo c’è sempre meno libertà di stampa

Com’è cambiata la situazione della libertà di stampa negli ultimi anni? Il trend è negativo ed è preoccupante.

Il 2021 è stato l’anno che più di ogni altro ha mostrato quanto l’informazione e la libertà di espressione abbiano un ruolo cruciale nella decodificazione della società. Le notizie legate alla pandemia hanno contribuito alla polarizzazione del dibattito e hanno mostrato entrambe le facce dell’informazione: da una parte la possibilità di accedere a una quantità di nozioni praticamente infinite sui temi di cui vogliamo discutere consente un’informazione che senza il web non sarebbe possibile; dall’altra c’è il rischio di restare inconsapevolmente vittime della mastodontica rete di fake news in cui ci muoviamo ogni giorno.

 

La pandemia e la sfiducia

Il tema della pandemia è quello che si presta meglio a quest’analisi: il continuo bombardamento mediatico sfuma i contorni della verità e mina le certezze riguardo alle notizie che vediamo ogni giorno. Non a caso solo il 13,9% degli italiani reputa “equilibrata” la gestione comunicativa legata alla pandemia. Si stima che gli italiani si siano imbattuti in 29 milioni di fake news nell’ultimo anno, stando a quanto riportato da una ricerca Censis di aprile 2021.

Non si tratta, però, di un problema unicamente italiano. Globalmente c’è una crescente parabola di sfiducia nei confronti dei mezzi di comunicazione. Una ricerca di Edelman Trust Barometer, che ha analizzato 28 Paesi, riporta che oltre il 60% degli intervistati ha dichiarato che i media non sono oggettivi ma di parte: per questo le persone fanno fatica a riconoscere le fonti di informazione affidabili da quelle che non lo sono. Una maggioranza di persone sostiene che i leader di governo, i businessmen e i giornalisti depistano e plagiano le informazioni a seconda dei loro interessi. Inoltre, solo il 35% delle persone ha fiducia nell’informazione sui social network, che sono comunque la principale fonte da cui si recepiscono, anche se involontariamente, le informazioni.

 

La sfiducia e le visioni politiche

Un buon modo per capire come la fiducia verso i mezzi di comunicazione sia legata alle visioni politiche – e quindi come queste due sfere si influenzino a vicenda – può essere analizzare i votanti di Trump e quelli di Biden nel 2020.

Chi ha votato Trump ha solo il 18% di fiducia nell’informazione, mentre chi ha votato Biden il 57%: una discrepanza di 39 punti percentuali che ben fotografa la radicalizzazione del pensiero politico e come esso influenzi tutto il resto. Tutti i discorsi negazionisti, complottisti e manipolatori di Trump sul proprio elettorato hanno avuto un’efficacia riscontrabile in questi numeri.

A questo proposito, Ipsos ha condotto un’indagine su un campione statunitense di 21.502 adulti a luglio 2021 riguardo a quali sono le fonti di informazione meno credibili secondo chi rispondeva: al primo posto c’è il governo, poi i media, infine i social media. Questo quadro di sfiducia sociale collettiva rende l’informazione fonte di scetticismo e indebolisce i regimi democratici. Il risultato è proprio che tra il 2020 e il 2021 Freedom House ha riportato un calo di 3 punti di libertà complessiva negli Stati Uniti.

 

I giornalisti detenuti

Una volta menzionati i trend più evidenti riguardo la sfiducia verso l’informazione tradizionale e digitale, è bene entrare nel dettaglio delle condizioni dei giornalisti nel mondo.

L’accenno precedente al calo di libertà complessiva negli Stati Uniti è correlato al crescente scetticismo riguardo alla comunicazione: c’è infatti un rapporto serrato che intercorre tra la libertà di espressione e i regimi nei quali è situata.

Capire questo significa capire perché nel 2021 i 5 Paesi che detengono il maggior numero di giornalisti prigionieri al mondo sono tutti regimi autoritari. In regimi di questo genere, infatti, dove il potere è detenuto da giunte militari, singoli uomini o ristretti gruppi di persone, l’informazione è il primo fattore da arginare per far sì che il popolo non protesti. I 5 Paesi in questione sono: Cina (127 giornalisti detenuti); Myanmar (53); Vietnam (43); Bielorussia (32) ed Arabia Saudita (31). Anche nel 2020 Cina, Arabia Saudita e Vietnam erano presenti nella top 5.

Complessivamente nel 2021 ci sono stati 488 giornalisti detenuti, 46 uccisi e 65 tenuti in ostaggio, oltre a 2 momentaneamente spariti, con un aumento di oltre il 20% solo nell’ultimo anno. A cosa è dovuto questo aumento? A tre Paesi principalmente incuranti delle norme umanitarie dei propri cittadini: Myanmar, Bielorussia e Cina.

Tutti i dati sono presi da RSF, che dal 1995 redige un report annuale sulla libertà di stampa nel mondo.

Fonte immagine: RSF

La crisi del giornalismo in 5 fattori

Secondo una ricerca di Reporters Sans Frontières, soltanto il 26,7% del mondo versa in una situazione giornalistica definita “buona” o “piuttosto buona”: tutto il resto è etichettato in modo negativo, oscillando tra una definizione “problematica” o “difficile” o “molto grave”.

Il progressivo impoverimento della libertà nel giornalismo mondiale è legato a molte crisi che si sono susseguite e anzi sovrapposte negli ultimi anni. In primis una crisi geopolitica alimentata dall’aggressività dei regimi autoritari: basti pensare a ciò che è accaduto ultimamente al confine tra Russia e Ucraina, con la spinta violenta di Putin verso un’espansione territoriale che ha messo in crisi il Paese controllato da Zelensky. L’influenza diretta della Russia ai danni della Bielorussia è nota sin dalla fine della Guerra Fredda: nelle ultime settimane proprio in Bielorussia, a sua volta confinante con l’Ucraina, sono state svolte delle esercitazioni militari russe per mettere pressione all’Ucraina stessa. Questa pressione specifica e complessiva della Russia sulla Bielorussia non prevede come possibilità la libertà d’espressione. Il risultato è che la Bielorussia è tra i principali detentori di giornalisti: ecco spiegato come le crisi geopolitiche influenzano il giornalismo.

Altri fattori che influenzano la crisi giornalistica sono sicuramente la crisi di fiducia e i sospetti verso l’informazione – di cui si è già discusso – così come la crisi economica che impoverisce la qualità del giornalismo e la possibilità di allocare risorse finanziarie sull’informazione, cosa che nel migliore dei casi diventa un lusso e nel peggiore un problema.

Appare importante anche valutare la crisi della tecnologia. Il fattore tecnologico è quello più controverso: se da una parte consente l’accesso a molte informazioni, dall’altro può provocare danni ingenti se usato in modo distruttivo. Basti pensare agli attacchi hacker russi nei confronti degli ucraini, oppure alla censura attuata da Xi Jinping in Cina, a quella di Putin in Russia, oppure ancora al caso del blackout di Internet del Myanmar, stratagemma utilizzato spesso durante le guerre civili o i colpi di stato per staccare lo Stato e quindi i cittadini da ogni collegamento esterno.

Infine, la crisi democratica è la più evidente tra le cause. Il livello di democraticità di uno Stato è del resto direttamente proporzionale alla libertà di stampa e di espressione: non a caso i Paesi meno democratici – che vengono così definiti da Freedom House sulla base di parametri empirici – sono anche quelli con il minor grado di libertà di stampa. Lo stesso vale per il contrario: esempi sono l’Italia, la Germania, la Spagna e il Regno Unito.

Fonte immagine: RSF

 

 

In conclusione

È l’11° anno consecutivo in cui la libertà su internet è in declino. I peggioramenti più evidenti sono stati registrati in Myanmar, Bielorussia e Uganda (3 regimi autoritari). Il Myanmar in particolar modo ha subìto un declino di 14 punti percentuali, il peggior risultato mai registrato dai report di Freedom House. Il brusco calo del Myanmar è iniziato il 1° febbraio 2021, quando il governo di Aung San Suu Kyi è stato smantellato, con la destituzione e l’arresto della vincitrice del Nobel per la pace. Il motivo ufficiale è legato alle accuse di brogli elettorali e instabilità, ma nei fatti si è trattato di un colpo di stato a tutti gli effetti: l’ennesima dimostrazione di come libertà di stampa e regimi politici siano indissolubilmente legati.

La conseguenza più notevole è che la libertà di espressione online è sotto controllo più che mai. Non ci sono mai stati così tanti arresti per discorsi e pensieri non violenti, siano essi politici, sociali o religiosi. Internet è stato sospeso durante il 2021 in almeno 20 Paesi e 21 Stati hanno bloccato l’accesso ai social media.

“Stiamo entrando in una decade decisiva per il giornalismo, e questo dipende da tutte le crisi che ne stanno mettendo a rischio il futuro. La pandemia di Covid-19 ha mostrato i fattori negativi che minacciano il diritto a un’informazione affidabile. Come sarà la libertà di informazione, il pluralismo e l’affidabilità del giornalismo nel 2030? La risposta a questa domanda sarà determinata da ciò che accade oggi.” Lo dice Cristophe Deloire, il segretario generale di RSF.

Federico Roberti

Nato nel 2001 con la penna in mano e la curiosità negli occhi. Da ottobre 2020 ho creato e sono direttore di Zeta, un giornale online che comunica ai giovani. Ogni giorno in cerca di nuove esperienze, nuove emozioni e nuovi spunti per scrivere.

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