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La fotografia dell’università italiana

98 università, 57.000 professori e un tema: la sottorappresentazione delle donne

Quanti sono i professori nelle università italiane? Qual è il campo con il maggior numero di professori? Dove ci sono più ricercatori? Quale è il peso delle donne a livello accademico in Italia? Per rispondere a queste e ad altre domande utilizzeremo i dati forniti da Cineca, un servizio fornito dal Miur che aggrega i dati delle università pubbliche e private nel nostro paese. 

Partiamo dall’inizio: in Italia ci sono 98 università, divise tra 67 pubbliche e 31 private. Ogni regione dispone di almeno un ateneo, con Lazio e Lombardia ne contano più di dieci a testa: queste due regioni messe insieme risultano avere infatti ben 14 atenei pubblici e 20 privati.

Nel raccogliere i dati di Cineca bisogna considerare che non tutti gli atenei sono università nel senso classico: tra quelli pubblici infatti ci sono infatti tre scuole di formazione dottorale (il Gran Sasso Science Institute, la SISSA di Trieste e l’IMT di Lucca), altre tre scuole superiori universitarie (la Normale e il Sant’Anna a Pisa e lo IUSS a Pavia) e due università per stranieri (a Siena e Perugia). Tra i 31 atenei privati, invece, si contano 11 università telematiche.

I professori nelle università italiane, tra ordinari, associati e ricercatori, sono oltre 57.000: di questi, 53.500 sono in servizio presso gli atenei pubblici e 4.100 presso quelli privati. In totale in Italia ci sono 14.800 ordinari, 18.800 ricercatori, 23.500 associati e 400 professori straordinari.

Nelle università pubbliche e private gli ordinari sono il 26% del totale degli accademici, mentre per gli associati si rileva una differenza: nelle private sono infatti il 33% del corpo docenti totale, mentre nelle pubbliche il dato sale al 41%. La differenza è spiegabile con i professori straordinari, ovvero docenti con contratti triennali, che costituiscono il 9,6% del corpo docente delle private e appena lo 0,1% di quelle pubbliche. 

 

 

Ma quali sono le discipline con il maggior numero di docenti, professori e ricercatori? Occorre premettere che ciascun accademico appartiene a una delle 14 aree disciplinari delineate dal MIUR, le quali però sono molto ampie: ogni area è infatti divisa in macrosettori, poi in settori concorsuali e infine in settori scientifico-disciplinari (SSD). Ogni professore e ricercatore universitario è pertanto incardinato, per la sua attività di ricerca e insegnamento, in uno specifico SSD.

Le scienze mediche, con 9.166 professori, sono l’area disciplinare con il maggior numero di accademici. A seguire troviamo l’area di ingegneria industriale e dell’informazione con 6.003 docenti e quella di scienze economiche e statistiche con 5.179. L’area con in assoluto meno docenti è quella di scienze della Terra, con 1.055 docenti.

 

 

Guardando alla tipologia di professori e alle aree disciplinari, vediamo che il maggior numero di ordinari lo si ha nelle scienze giuridiche, dove questi arrivano a essere il 34% del corpo docente. Al 32% troviamo le scienze economiche e statistiche e al 30% ingegneria industriale e dell’informazione. Le aree con meno ordinari (21%) sono scienze chimiche, della Terra e biologiche.

Il settore con il corpo docente più rappresentativo dell’università italiana lo si ha a scienze agrarie e veterinarie, dove il 23% dei docenti è ordinario, il 42% associato e il 34% ricercatore. 

 
La dinamica temporale dal 2000 ad oggi mostra che i professori ordinari hanno raggiunto il massimo numero nel 2006, per poi calare e solo a partire dal 2019 tornare a crescere. I ricercatori hanno invece raggiunto il numero massimo nel 2014, ma al loro calo è corrisposto un aumento costante nel numero di associati, segno che questi sono riusciti a proseguire nella carriera accademica. 

 

Infine, guardando al genere dei professori, si rileva che le donne sono il 46% dei ricercatori, il 41% degli associati e solo il 26% degli ordinari. L’area di ricerca con il minor numero di donne è ingegneria industriale e dell’informazione, dove sono solo il 18% del corpo accademico; altre percentuali basse si hanno nelle scienze fisiche (con il 22%) e nelle scienze matematiche e informatiche (30%).

Le donne sono invece più degli uomini a scienze biologiche e a scienze dell’antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche, dove rappresentano il 54% degli accademici. Un bilanciamento perfetto lo si ha invece nelle scienze chimiche.

 

 

Isolando i dati degli ordinari, vediamo come in tutte le aree gli uomini siano maggiormente rappresentati, con le donne che sono solo il 12% degli ordinari nell’area di ingegneria industriale, il 14% nelle scienze fisiche e il 19% nelle scienze mediche. In scienze dell’antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche arrivano a essere il 44%, ma solo qui arrivano ad essere più di 4 su 10.

 

La dinamica temporale dal 2000 del corpo accademico mostra che, in ogni caso, il numero di donne nel tempo è aumentato: nel 2000 gli uomini ricoprivano il 71% delle posizioni, nel 2010 il 65% e nel 2020 il 61%. Le professoresse ordinarie nel 2000 erano solo il 13%, nel 2010 il 20% e nel 2020 sono arrivate a essere il 25%. Le donne erano inoltre il 28% degli associati e il 42% dei ricercatori nel 2000, il 35% e il 45% nel 2010 e il 40% e il 46% nel 2020. 

Lorenzo Ruffino

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