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Norvegia: le elezioni che non vincerà nessuno

Il 13 settembre il Paese scandinavo sarà chiamato a rinnovare il suo parlamento, con pochissime certezze

Il prossimo 13 settembre in Norvegia si voterà, fino alle 21:00, per il rinnovo dello Storting, il parlamento unicamerale del Paese, di cui fanno parte 169 deputati eletti con il sistema proporzionale.

L’attenzione su questo voto è particolarmente alta, non solo per il timore – come altrove in Europa – di una deriva populista o sovranista (ricordiamo che la Norvegia non fa parte dell’UE, sebbene aderisca all’area Schengen), ma anche per altre due ragioni: la prima è che nessuno sa davvero chi vincerà e anzi, al di là del voto, tutto si giocherà sulle coalizioni che nasceranno ex post; la seconda è che, come ha scritto il Financial Times, queste saranno le prime “elezioni sul clima” della storia, dal momento che il cuore del dibattito politico norvegese ruota, quasi esclusivamente, attorno ai temi della transizione verde e del petrolio (di cui la Norvegia è ricchissima).

 

Elezioni senza nessun vincitore

La Norvegia esce da otto anni di governo relativamente stabile sotto la guida della premier Erna Solberg, leader del partito Høyre: abbreviato in H, letteralmente vuol dire “Destra”, anche se si tratta di una forza politica più di centro-destra che di destra, per molti aspetti simile alla CDU di Angela Merkel e Armin Laschet. Erna Solberg è una figura politica generalmente apprezzata anche dagli avversari e la cui popolarità è relativamente molto alta (tra il 46 e il 50%), nonostante un pasticcio combinato nella scorsa primavera quando, in piena crisi Covid, pensò bene di violare le regole che lei stessa aveva imposto per festeggiare con parenti e amici il suo 60° compleanno.

La maggioranza di governo è formata, oltre che da Høyre, anche da due partiti di centro: il Partito Popolare Cristiano (Kristelig Folkeparti, o semplicemente KrF) e Venstre (abbreviato in V, letteralmente vuol dire “Sinistra”, anche se come detto è un partito centrista). Nonostante la sostanziale popolarità di “Iron Erna”, i partiti del suo governo sono andati incontro a un calo nei consensi, con il risultato che ora l’ipotesi di ricreare una coalizione di governo di centro-destra tale e quale a quella uscente appare praticamente impossibile.

Nei sondaggi Høyre è dato attorno al 19% (anche se pochi mesi fa era attorno al 28%), mentre gli altri due partiti della maggioranza, KrF e Venstre, potrebbero addirittura non superare la soglia di sbarramento del 4%. Questo significa che, anche inglobando in un’ipotetica maggioranza i populisti del Partito del Progresso (Fremskrittspartiet o FrP, dato all’11%), in ogni caso il centro-destra non avrebbe i numeri per governare.

In un quadro del genere verrebbe naturale e spontaneo pensare che, dato per perdente il centro-destra, la vittoria possa andare al fronte di centro-sinistra. Ma le cose non sono così facili. Anzi, è vero il contrario, sia perchè in Norvegia vige un sistema multipartitico come in Italia, sia perché lì non esiste nessun vero fronte di centro-sinistra. A esistere invece è il Partito di Centro (Senterpartiet, o Sp), che è molto forte – ora è al 13%, ma pochi mesi fa veleggiava attorno al 20% – e a guidarlo è un leader molto carismatico e riconoscibile, Trygve Slagsvold Vedum. Esiste inoltre una galassia di sinistra formata da vari partiti: i Laburisti dell’Arbeiderpartiet (Ap) sono dati al 24%, i Verdi (Miljøpartiet De Grønne, o semplicemente MDG) al 5%, il Partito della Sinistra Socialista (Sosialistisk Venstreparti, SP) al 10%, infine Rødt (abbreviato in R, in italiano “Rosso”) al 6%.

Per poter formare un governo, anche di minoranza, questi gruppi dovrebbero arrivare a una sintesi e formare un’alleanza. Questo, almeno per il momento, appare però impossibile per una serie di veti incrociati: il Partito di Centro, che ha un consistente pacchetto di voti, non vuole avere niente a che fare con Verdi, Rødt e Sosialistisk Venstreparti. Questi tre, dal canto loro, non vogliono avere niente a che fare con il Partito di Centro.

Si tratta di uno scenario nel quale, dunque, nessun partito è in grado di governare da solo, ma neppure di creare un’alleanza solida.

Per questo, ad oggi, la maggior parte dell’attenzione di giornalisti e osservatori è rivolta ai partiti minori, perché la possibilità di formare un governo dipenderà dalle loro strategie e dalla loro maggiore o minore capacità di imporre veti e istanze.

Media dei sondaggi per le prossime elezioni, in confronto con i risultati del 2017. Fonte: Politico.

 

Il tema ambientale

Tema numero uno di queste elezioni è l’ambiente. Nonostante i problemi economici e sanitari legati al Covid, il dibattito politico norvegese rappresenta un’anomalia. Lì, infatti, non si dibatte (come in altri paesi) di lavoro, sussidi, Green pass et similia, perché in Norvegia il tema centrale di talk show e dibattiti è l’ambiente. Questo per effetto di una contraddizione profonda e radicata della politica norvegese: da un lato la Norvegia è uno dei massimi produttori al mondo di petrolio (nonché il primo in Europa), dall’altro però è anche uno dei paesi maggiormente minacciati dal cambiamento climatico e in cui viene dedicata maggiore attenzione all’ambiente e alla transizione energetica. In Norvegia, infatti, buona parte dell’elettricità arriva dall’idroelettrico e dall’eolico offshore, con Oslo che è la città al mondo con la più alta presenza di auto elettriche.

Il petrolio è la principale fonte di entrate dello Stato, tra tasse, diritti di estrazione e altri benefici economici. Ora che l’Unione Europea e il mondo hanno intrapreso un percorso di progressivo abbandono dei combustibili fossili, la Norvegia si trova nella condizione di dover reinventare, da zero o quasi, la sua economia.

“Il settore del petrolio e del gas – scrive Bloomberg – impiega circa 200.000 persone e ha riempito le casse del fondo sovrano di 1400 miliardi di dollari che andranno a sostenere il benessere delle generazioni a venire. L’imposizione del declino dell’industria potrebbe avere un impatto maggiore e più duraturo sulla vita dei norvegesi rispetto a qualsiasi politica climatica fino ad oggi”.

Per questo si discute tanto di ambiente: perché la storia ha imposto alla Norvegia di rispondere da un lato a una forte esigenza di tutela dell’ambiente (se i ghiacci si sciogliessero, le cose per i norvegesi si metterebbero malissimo), dall’altro di trovare una fonte di ricchezza alternativa al petrolio, ormai obsoleto.

Per questo, nei prossimi anni, la Norvegia dovrà scrivere una pagina del tutto nuova della sua storia. Il problema è che sarà difficile capire da dove si comincerà, considerato che il governo che la scriverà sarà figlio di una maggioranza raccogliticcia e di veti incrociati.

Luciana Grosso

Giornalista di esteri, ha passato le notti dell’adolescenza a inseguire ‘The West Wing’ tra i canali in chiaro degli anni ‘90. Scrive (soprattutto di USA e di UE) per Il Foglio, Linkiesta, Business Insider, Il Venerdì di Repubblica. Cura una newsletter settimanale sull’Unione Europea.

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