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Perché le primarie andaluse del PSOE sono un test importante per il Premier Sánchez

Nelle primarie socialiste della più grande Comunità autonoma spagnola non si sfidano candidati, ma modelli di partito

Mentre la politica spagnola è attraversata dalla crisi diplomatica marocchina e dal delicato e complesso riavvicinamento tra il Governo di Pedro Sánchez e la componente indipendentista catalana di ERC, un nuovo appuntamento elettorale è alle porte e rischia di aprire una crisi nel partito socialista.

Domenica si vota infatti per le primarie andaluse del Psoe, il Partido Socialista Obrero Español. Un partito ancora fortemente debilitato dalla vittoria della destra di Ayuso e dal conseguente fracasso nella Comunidad de Madrid del suo candidato, Angel Gabilondo. L’effetto domino della sconfitta madrilena ha portato la dirigenza nazionale del PSOE ad anticipare le primarie in Andalusia: la dirigenza del partito teme infatti che l’attuale giunta andalusa guidata da Juan Moreno e sostenuta da tutti e tre i partiti della destra (Vox, PP, Cs) possa anticipare il termine delle elezioni e guadagnare un nuovo mandato, approfittando della crisi e della confusione generalizzata che ruota attorno ai socialisti.

 

Il retroscena

L’Andalusia è la comunità autonoma più popolata del Paese, la regione in cui nel lontano 1974 gli allora giovanissimi Felipe González e Alfonso Guerra prepararono l’assalto al Psoe di Rodolfo Llopis e portarono il partito alla guida del Paese nel 1982. Dalla fine del franchismo in poi, l’Andalusia è sempre stata feudo inespugnabile del PSOE. Per ben 37 anni ha visto alternarsi alla guida esclusivamente leader socialisti, da Rafael Escuredo a Manuel Chaves González, da José Antonio Griñán alla stessa Susana Díaz, contribuendo in questo modo a formare buona parte della classe dirigente nazionale del partito.

Negli ultimi anni, tuttavia, il quadro sembra essere decisamente cambiato. La triplice crisi economica, territoriale e politica degli ultimi anni ha contribuito alla fine dell’egemonia socialista nella regione. Le elezioni autonomiche del 2 dicembre 2018 si sono infatti convertite nel trampolino di lancio dell’ultradestra di Vox, che forte del proprio discorso nazionalista ha ridisegnato gli equilibri politici regionali, con un Psoe che rispetto alle precedenti autonomiche si è ritrovato a perdere ben 14 seggi e 400.000 voti. Elezioni andaluse del 2018 che, va ricordato, sono state il primo appuntamento elettorale successivo alla crisi catalana scoppiata a ottobre 2017.

 

Ripartizione dei seggi dopo le elezioni autonomiche andaluse del 2018. Fonte: El Pais.

 

Per poter comprendere cosa sia in gioco in queste primarie è tuttavia necessario fare un ulteriore passo indietro e tornare al maggio 2017. Lì, in quella tornata di primarie nazionali del partito, l’allora presidenta della comunità andalusa, data favorita nei sondaggi e sostenuta dalla dirigenza, subì un’inattesa quanto incredibile debacle ad opera di quello stesso Pedro Sánchez che da lì a pochi mesi sarebbe diventato Presidente del Governo, spodestando la leadership popolare di Mariano Rajoy con una mozione di censura. Da quel momento in poi la relazione tra Susana Díaz e il Presidente del Governo è stato un alternarsi continuo di tensioni e (brevissime) distensioni.

Le ferite non ancora sanate di quella rimonta e il risultato deludente delle elezioni autonomiche del 2018 sono le due principali traiettorie che rendono le primarie di domenica un appuntamento importante per comprendere il futuro del partito socialista, delle sue correnti e della sua leadership.

 

La campagna elettorale

Da Siviglia a Jaén, da Cádiz a Granada, a partire dal 30 maggio, le strade, i circoli e le piazze andaluse, confortate dal buon ritmo delle vaccinazioni e dal calo netto di positività al virus, hanno ricominciato ad assistere, seppur con le dovute misure di sicurezza, ai comizi elettorali dei tre candidati. Una campagna elettorale senza sconti e caratterizzata, come si poteva immaginare fin dalle premesse, da toni particolarmente accesi.

 

I protagonisti

La quarantaseienne Susana Díaz Pacheco, segretaria del PSOE andaluso ed ex presidenta della Junta dal 2013 al 2019, ha deciso di incentrare la sua campagna elettorale su una issue precisa: l’autonomia del PSOE andaluso rispetto all’ingerenza della direzione madrilena.

Libertad para decidir. Libertad para votar. Libertad para soñar.

Questo è il motto della campagna. Un motto che riprende quasi alla lettera il fortunato slogan della candidata madrilena dei Populares Isabel Diaz Ayuso e che ha destato non poche critiche. Questa volta però l’idea di “libertà” è declinata nella dimensione interna del PSOE andaluso come una rivendicazione di maggiore autonomia dalla segreteria da Ferraz (La sede madrilena del PSOE si trova in Calle de Ferraz,70).

 

Wordcloud dei testi che accompagnano i 187 post pubblicati su Fb da Susana Diaz dal 30 maggio al 10 giugno.

 

“Hasta fuera de España saben que no soy la candidata de Madrid. Quiero ser la candidata de la voz de la militancia” – “Persino all’estero sanno che non sono la candidata di Madrid. Voglio essere la candidata della voce della militanza”. Il frame dell’autonomia del PSOE Andaluso da Madrid diventa così il centro nevralgico di quello che alcuni analisti hanno cominciato a definire come “susanismo”. Lo scetticismo nei confronti della direzione centrale del partito è stato ulteriormente alimentato, nel corso di questi mesi, anche da alcuni interventi della vecchia guardia del Psoe andaluso, i quali non si sono affatto risparmiati nell’avanzare critiche nei confronti del Presidente Sánchez. Il frame dell’autonomia risulta utile anche nell’ impostare la campagna negativa dell’avversario, dipinto come il candidato dell’establishment, calato dall’alto dalla dirigenza federalista del PSOE madrileno.

 

A sfidare l’ex presidenta andalusa c’è Juan Espadas, 54 anni, sindaco di Siviglia. Espadas, forte del supporto di Pedro Sánchez e del vantaggio dei sondaggi della vigilia, si trova comunque ad affrontare alcuni nodi problematici relativi alla sua candidatura. Il primo è che l’Andalusia è da sempre una comunità contraddistinta da un forte localismo: c’è quindi il rischio che il suo ruolo di sindaco di Siviglia possa esacerbare queste fratture e sfavorirlo. La seconda è che l’appoggio della segreteria nazionale rischia di alimentare “il frame della sudditanza” messo in campo dalla sua avversaria. Timido il tentativo di rovesciarlo contrapponendo all’idea di sudditanza quella di dialogo e lealtà. Molto più efficace invece, lo slogan della campagna: El cambio para gobernar. Uno slogan che raccoglie tra le righe il senso stesso della candidatura di Espadas, ovvero la necessità di cambiare il volto della leadership andalusa per poter avere maggiori chances di successo nelle future e prossime elezioni autonomiche, in un territorio che vede una destra sempre più forte nella regione.

 

Infine c’è Luis Angel Hierro, 58 anni. Candidatura certamente più debole quella del Professore di economia dell’Università di Siviglia, che ha scelto di dirigere le proprie attenzioni da una parte verso quel gruppo di militanti disillusi della presidenza Sánchez e dall’altra verso tutti coloro poco entusiasti della ricandidatura di Susana Díaz. Sebbene le aspettative siano poco entusiasmanti, in caso di ballottaggio gli elettori di Luis Angel Hierro potrebbero diventare l’ago della bilancia.

 

I sondaggi e gli scenari

Secondo un sondaggio apparso in Publicaciones del Sur di Social Data, pare che il 49,1% dei votanti del PSOE-A preferisca Juan Espadas alla ex vice-presidenta, che si ferma invece ad un gradimento del 43,1%. Un margine, tuttavia, da prendere con le pinze, anche per via del campione molto ridotto dell’inchiesta demoscopica. Quel che appare chiaro è che la partita, in realtà, è ancora apertissima.

Domenica 13 giugno saranno 46.577 i militanti socialisti andalusi convocati alle urne. Qualora nessuno dei due principali candidati dovesse superare il 50% dei voti si andrà al ballottaggio, previsto per la domenica successiva. Díaz contro Espada. “Sanchismo” contro “Susanismo”. La battaglia nel Psoe è aperta. Rispetto al 2017, stavolta i ruoli sono rovesciati. Sánchez rappresenta l’apparato federale del partito, Susana Díaz colei che vuole rovesciarlo. Una vittoria al primo turno di Juan Espadas rafforzerebbe non poco la leadership di Sánchez, riducendo notevolmente le aspettative di rivincita da parte della ex presidenta e dei suoi sostenitori. Lunedì scopriremo se Pedro Sánchez potrà dormire sonni tranquilli e concentrarsi maggiormente sul dialogo avviato in Catalogna, o se invece dovrà ritornare in Calle de Ferraz 70 a ricucire, ancora una volta, il tessuto sempre più fragile del suo partito.

Nicola Riccardi

Dottorando all'Università di Modena e Reggio Emilia. Autore di un podcast, "La strada per la Moncloa".

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