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Francia e cambiamento climatico: la partita si fa seria

Clima, rilancio economico e pandemia: ecco perchè la Francia è a un bivio. Incassata la condanna per inazione climatica, Parigi reagisce.

Colpevole! Per la prima volta la giustizia francese ha riconosciuto lo Stato come responsabile di mancanze nella lotta contro il cambiamento climatico. Dopo i Paesi Bassi nel 2019, ora è dunque il turno della Francia.

Il 3 febbraio 2021, il tribunale amministrativo di Parigi si è pronunciato sull’affaire du siècle, la questione del secolo. Sostenuta da oltre 2 milioni di firme, di cui il primo raccolto in appena 48 ore, la petizione è stata lanciata da quattro associazioni: Greenpeace, la Fondazione Nicolas Hulot, Notre affaire à tous e Oxfam Francia. Ora il governo ha due mesi di tempo per dettagliare nuove misure e non rischiare pene severe.

Fra le varie accuse, c’è quella di non aver agito abbastanza contro le emissioni di CO2 nel periodo 2015-2018. Da quando infatti la Francia ha introdotto un budget carbone – un limite di emissioni di gas serra su un certo lasso di tempo – il Paese ha regolarmente oltrepassato la soglia.

Il bilancio provvisorio del saldo del primo budget carbone 2015-2018 indica un superamento di 65 Mt CO2 eq su tutto il periodo, ovvero circa 16 Mt CO2 eq all’anno. Questa formula a prima vista incomprensibile rappresenta le tonnellate di anidride carbonica equivalenti ed è il valore di riferimento per quantificare l’impatto sul riscaldamento globale delle emissioni di un certo settore o di un’attività economica.

Dopo 5 anni dall’accordo di Parigi, insomma, si torna finalmente a parlare di clima. E lo si fa in un modo inedito, integrando cittadine e cittadini nel processo di creazione del testo di legge.

 

Un brainstorming da 150 per la nuova Loi Climat della Francia

“Mi impegno affinché ciò che uscirà da questa convenzione sia sottoposto senza filtri al voto del Parlamento, a referendum o all’applicazione immediata”. Con queste parole, il Presidente Emmanuel Macron prometteva, il 29 aprile 2019, di non interferire con le proposte di un nuovo organismo: la Convention citoyenne sur le climat.

Nata dal fiasco della tassa sul CO2, quella che ha innescato la protesta dei gilets jaunes, la convenzione cittadina sul clima è un esempio di democrazia partecipativa: essa è composta da 150 persone scelte in maniera casuale fra oltre 255.000 numeri di telefono. Un po’ come una giuria che assiste a un processo, ma con un ruolo propositivo.

Per 9 mesi a partire da ottobre 2019, 74 volontari e 76 volontarie si sono confrontati su 6 dossier: consumo, lavoro e produzione, mobilità, abitazione, nutrimento, difesa giuridica dell’ambiente. Dopo una formazione ricevuta da un pool scientifico, i cittadini hanno quindi elaborato 149 proposte, il cui obiettivo principale è quello di ridurre entro il 2030 le emissioni di gas a effetto serra del 40% rispetto ai valori del 1990.

Fra le proposte che verranno applicate subito: un referendum per integrare la protezione dell’ambiente nella costituzione, lo stop alle terrazze riscaldate a partire dal prossimo inverno e la lotta contro gli appartamenti considerati dei colabrodo energetici. Dal 2023, infatti, gli inquilini potranno esigere dei lavori di rinnovo dai proprietari il cui bene immobile supera i 500 kWh al metro quadro di consumo energetico.

Altre misure, invece, sono state bocciate prima ancora di arrivare in Parlamento: per esempio, non ci sarà nessuna tassa del 4% sui dividendi da oltre 10 milioni di euro per finanziare progetti ecologici, né il riconoscimento del danno ambientale in quanto crimine.

Il 21 giugno 2020, il Ministero della transizione ecologica guidato da Barbara Pompili ha ricevuto le proposte. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il Parlamento: il dibattito sulla futura Loi Climat si è aperto l’8 marzo, approderà all’Assemblea nazionale a inizio aprile e sarà trasformato in legge non prima di settembre. In queste 3 settimane, una commissione parlamentare speciale dovrà smaltire i 4.953 emendamenti depositati.

 

Una transizione ecologica elettrica

Intanto, la centrale di Le Havre, una delle ultime quattro centrali a carbone francesi, dovrebbe chiudere fra un mese. Nonostante il carbone contribuisca a circa l’1,8% del fabbisogno energetico francese, rappresenta oltre il 30% delle emissioni di gas serra della produzione elettrica. Parigi ha così deciso di chiudere le centrali a carbone entro fine 2022.

Come noto, la Francia è un campione mondiale di energia nucleare: 56 reattori attivi forniscono oltre il 70% della produzione elettrica. Anche per una volontà di diversificare il fabbisogno energetico, entro il 2035 la contribuzione del nucleare sul totale dovrebbe scendere al 50%: il gap risultante verrebbe compensato dalle energie rinnovabili.

La Francia produce circa la metà dell’energia che consuma, ma è fra i primi esportatori mondiali di energia elettrica. Non a caso la sua potenza energetica, detenuta dallo Stato fin dal secondo dopoguerra, è al centro di un dibattito fra ecologia, economia e concorrenza europea.

L’UE spinge affinché EDF, gigante della produzione elettrica, sia smembrato in tre gruppi distinti – blu, azzurro e verde. Un’idea che agita i sindacati. Il gruppo verde, infatti, quello che concentrerà le fonti rinnovabili, è il più redditizio e sarà introdotto sul mercato. Gli altri due, che richiedono investimenti considerevoli, rimarranno invece in mano pubblica, innescando uno squilibrio costi-guadagni considerevole.

Tutto ciò rientra nel quadro più generale della salute economica dei nostri vicini d’oltralpe.

 

#FranceRelance, quando rilancio e realtà (non) fanno rima

In un’intervista rilasciata a Politico il 4 marzo, il ministro dell’economia Bruno Le Maire, espone le priorità di quest’anno: “siamo giunti ad un momento di svolta in questa crisi. Per 16 mesi abbiamo protetto i francesi, l’economia e le aziende, costi quel che costi. Ora la parola d’ordine del 2021 deve essere investimenti”.

Tradotto : la stagione degli aiuti si chiuderà anche perché i soldi stanno finendo. Fra prestiti (300 miliardi di euro) e spese, la Francia ha sborsato circa 460 miliardi di euro per mantenere l’apparato economico e il livello di vita a livelli simili del pre-crisi.

Nonostante ciò, nel 2020, il PIL è sceso di oltre 10 punti. Per il 2021, una media delle statistiche di FMI, Commissione Europea, OCSE e Banca di Francia indica una ripresa tra il 7 e l’8%.

A inizio anno, però, Parigi ha portato il suo debito pubblico dal 98 al 121% del PIL. Le Maire assicura che il debito verrà ripagato: “Se un grande Paese viene meno alla sua firma, allora la sua parola non significa più nulla, anche agli occhi degli investitori internazionali”.

E la Francia ci tiene agli investitori, soprattutto dall’estero: da quest’anno, il Paese oltralpe è primo per numero di investimenti diretti esteri.

Il progetto più ambizioso di Bercy, sede del Ministero delle finanze, è #FranceRelance, il piano di rilancio finanziato dai 100 miliardi del Recovery Fund. Le Maire ha intenzione di impegnarne circa 40 nella legge di bilancio del 2021, selezionando minuziosamente i progetti capaci di rilanciare l’economia locale e l’industria francese.

A seconda dell’indicatore economico preso in considerazione, però, si passa dal rosa al nero in un attimo. Le scorie lasciate da oltre un anno di pandemia sono infatti pesanti: benché lo Stato francese si sia caricato sulle spalle l’80% dello stipendio degli impiegati di tutte le attività, le fasce sociali più fragili hanno pagato un prezzo amaro. Lavoratori e soprattutto lavoratrici precarie, giovani tra i 18 e i 29 anni e le persone dipendenti dagli aiuti di Stato già prima dell’arrivo del virus hanno visto le proprie condizioni di vita degradarsi.

La crescita della povertà è documentata non solo dai video di centinaia di studenti in fila alle distribuzioni alimentari, ma una prova tangibile è il boom di richieste per l’RSA: il revenu de solidarité active è un reddito minimo di base che si aggira intorno ai 550€ al mese ed è previsto a partire dai 25 anni. L’incremento improvviso dei beneficiari RSA ha coinciso con l’inizio della pandemia e ha fatto sprofondare, rispetto a novembre 2019, oltre 150.000 persone nella precarietà. E gli effetti sul lungo periodo non sono ancora visibili, contando che stiamo entrando nel secondo anno della pandemia.

Covid-19 : stato di allerta perenne in metà della Francia

In questi giorni ricorre l’anniversario del primo discorso alla nazione di Macron sul Covid-19. Allora, con 5 000 casi, la Francia si era chiusa in un lockdown molto rigido: una misura che a livello nazionale rischia di non tornare più, da qui alle elezioni.

Da un mese, la media giornaliera supera stabilmente i 20.000 casi, di cui il 60% della variante inglese. L’incidenza delle varianti era uno dei criteri da monitorare per un eventuale lockdown: nell’ultimo aggiornamento i valori si aggiravano ancora intorno al 3%. La situazione è particolarmente critica nella regione di Parigi, con 350 casi ogni centomila persone e “un abitante della regione ricoverato nei servizi di rianimazione ogni 12 minuti”, allerta il ministro della salute Olivier Véran. A Nizza e a Dunkerque sono stati introdotti dei lockdown nei fine settimana, e l’Île-de-France potrebbe seguire a ruota molto presto.

L’obiettivo nazionale è quello di accelerare con le vaccinazioni sul modello di Israele. Sanofi, il colosso farmaceutico francese al lavoro su due vaccini propri, si è impegnato a produrre 125 milioni di dosi Pfizer-BionTech nei suoi stabilimenti di Francoforte a partire dall’estate 2021.

E Il governo spera, dopo i rallentamenti subiti nelle forniture, di vaccinare da qui alla bella stagione, 30 milioni di cittadini e cittadine.

Daniel Peyronel

Giornalista indipendente, vivo a Parigi da due anni. Collaborazioni con Perspective Daily, The Conversation France, L'éléphant...
Dopo la triennale in geografia umana a Francoforte, ho studiato giornalismo scientifico in Francia, ma il mio cuore batte per Torino.

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