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5 motivi per cui seguire le elezioni nei Paesi Bassi

Il partito del premier uscente Rutte è in testa nei sondaggi, ma restano le incognite PVV e CDA

Mercoledì 17 si vota nei Paesi Bassi. A giudicare dai sondaggi, la faccenda, più che a un’elezione, somiglierà a una specie di conta interna al centrodestra e alla destra olandese: a quel che risulta dalle rilevazioni, infatti, la fetta più grande dei voti andrà a tre partiti, tutti di centrodestra e destra.

Il favorito dei sondaggi è il Partito popolare per la libertà e la democrazia (VVD) del premier uscente Mark Rutte, che nella media dei sondaggi è attorno al 24%. Lo seguirebbe, a 10 punti di distanza, il Partito per la libertà (PVV) del populista di destra Geert Wilders, a cui dovrebbe andare il 14% dei consensi. Terzo classificato, poi, il partito Appello Cristiano Democratico (CDA) guidato dal ministro delle finanze Wopke Hoekstra, che è dato al 12%. 

Per il resto, per tutti gli altri partiti (e sono tanti: 37 liste e simboli in tutto) solo briciole, inclusi tutti i partiti di sinistra che, di fatto, nella politica olandese non toccano palla da anni: il partito liberale di sinistra D66 è dato al 10%, quello dei laburisti (PvdA) all’8, quello dei socialisti (SP) al 7, quello dei verdi (GL) al 6. Insoma, niente di che, ma percentuali che nella migliore delle ipotesi potranno portare un numero di parlamentari sufficiente a fare da stampella al governo uscente (e verosimilmente anche entrante) di Rutte.

 

Nonostante l’esito del voto appaia praticamente scontato, però, ci sono almeno 5 motivi per cui guardare con interesse al voto nei Paesi Bassi.

 

Primo: le coalizioni

Il sistema olandese è un sistema proporzionale a lista aperta (ossia con preferenze, non con listini bloccati come da noi). Questo significa che prima del voto, sostanzialmente, non si fanno coalizioni: si corre tutti contro tutti. Poi, dopo il voto, ci si conta in Parlamento, e allora e solo allora si stringono alleanze e desistenze.

Per come funzionano le cose in Olanda nessuna coalizione è veramente esclusa: più volte partiti di destra e sinistra hanno dimostrato di non avere pregiudizi a lavorare insieme. Anzi, al momento potrebbe sembrare che la massima aspirazione dei gruppi di sinistra sia quella di entrare in un governo di coalizione con il leader di centrodestra Mark Rutte. 

La loro speranza potrebbe verosimilmente concretizzarsi, perché Rutte da solo non prenderà abbastanza voti per governare: i sondaggi lo danno al 24%, e ammettendo anche che siano errati per difetto, comunque sono ben lontani dal 50%. Quindi a Rutte serviranno alleanze, rispetto alle quali lo stesso premier uscente ha detto più volte di avere un solo e radicatissimo tabù: il PVV del populista Geert Wilders – con il quale, in realtà, nessuno dei partiti maggiori intende allearsi. 

Il partito di Wilders è però saldamente al secondo posto nei sondaggi, attorno al 14%: questo obbligherà i vincitori a coalizioni molto ampie e, per così dire, colorate. Anche la coalizione uscente, del resto, lo è, visto che è formata da 3 partiti di centrodestra (il VVD di Rutte, il CDA di Hoekstra e l’Unione Cristiana) e da una forza di centrosinistra (D66). 

 

Secondo: il destino di Mark Rutte

Sul fatto che Rutte vincerà le elezioni e sarà nuovamente premier ci sono pochissimi dubbi. Quello che tutti si chiedono, però, è: fino a quando la sua stella brillerà? Fino a quando la solidità del suo ‘regno’, che continua senza interruzioni dal 2010, durerà?

In particolare, ci si chiede come sia possibile che non sia uscito indebolito dal terribile (terribile davvero) scandalo che ha portato, lo scorso gennaio, alle sue dimissioni. Ma ripercorriamo la vicenda.

Tra il 2013 e il 2019, l’ufficio delle imposte olandese ha preso a inviare alcune lettere ai beneficiari di assegni familiari, nelle quali non solo si accusava chi aveva ricevuto contributi di non averne diritto, ma si intimava anche di restituire tutto quanto ricevuto negli anni: si trattava di cifre che in alcuni casi erano di decine di migliaia di euro e per restituire le quali migliaia di famiglie (già evidentemente povere in partenza) si sono indebitate o sono finite sul lastrico. Non solo: a peggiorare le cose si è aggiunto il fatto che a nessuno di loro è stata data occasione di fare ricorso e che, a un’indagine più approfondita, è risultato che i destinatari di queste missive del fisco olandese erano per lo più famiglie di origine straniera.

Il Parlamento ha definito la vicenda “una vergogna senza precedenti” e lo stesso Rutte, che pure all’epoca delle lettere era premier, ha definito la cosa “gravissima”. Tuttavia, nonostante il fatto che sotto il suo governo siano stati commessi evidenti abusi di potere nei confronti dei più deboli, Rutte è uscito immacolato dallo scandalo: anche se si è dimesso, non è stato considerato, dagli olandesi, responsabile per quelle lettere. Anzi, l’unico riconosciuto colpevole è un politico laburista, Lodewijk Asscher, che all’epoca dei fatti era ministro degli affari sociali in un governo di coalizione. 

 

Terzo: quanto bene andrà Wopke Hoekstra?

Molti italiani ricordano Wopke Hoekstra, ministro delle finanze olandese, per il fatto che la scorsa primavera, quando si discuteva di Recovery Fund, ricoprì il ruolo di ‘poliziotto cattivo’, opponendosi al fatto che l’Italia potesse ricevere fondi per riprendersi dalla crisi economico-sociale legata alla pandemia.

In realtà, però, al di là della pessima nomea che Hoekstra ha ricevuto in Italia (e della quale immaginiamo poco si curi), in Olanda è uno dei politici più popolari e in ascesa, oltre che l’unico, per ora, in grado di impensierire Mark Rutte (seppur da lontano: il suo partito, Appello Cristiano Democratico, è dato al 12%). 

 

Quarto: quanto bene andrà Geert Wilders?

Anche se è dato ‘solo’ al 14% e se nessun altro gruppo sembra intenzionato a portarlo in alleanze di governo, il PVV di Geert Wilders è l’osservato speciale di queste elezioni. Il motivo è sempre lo stesso dal 2016 e dai tempi di Brexit e Trump: il suo è un partito populista e sovranista che, anche se non vince, comunque di certo non perde. Anzi, negli ultimi anni ha dimostrato di avere grandi capacità di mobilitazione.

Non solo: il partito di Wilders è tra i più islamofobi d’Europa e il fatto che abbia tanto successo in un Paese con una larga fetta di popolazione musulmana (circa il 7% del totale, percentuale che sale al 12% ad Amsterdam) potrebbe avere pesanti ripercussioni politiche e sociali. 

 

Quinto: quanto male andranno i laburisti?

Di fatto, la sinistra in Olanda non c’è. O meglio, ci sarebbe, ma è frammentata tra mille gruppi e partitini che raccolgono solo le briciole che il Partito Popolare di Rutte lascia loro.
Di fatto, i laburisti, nonostante un ottimo risultato nel 2012 (quando presero il 23%), non vincono nessuna elezione legislativa dal 2006, anzi hanno visto il loro consenso sgretolarsi, fino a toccare il 5% nel 2017. Solo nel 2019, grazie alla presenza dello spitzenkandidat alla Presidenza della Commissione Europea Frans Timmermans, i laburisti hanno avuto un sussulto di vitalità, arrivando al 12%: ora, però, gran parte di quel consenso è andata quasi del tutto smarrita.

 

Sarà dunque interessante osservare quanto bene andrà (davvero) Mark Rutte, per cui qualunque risultato sotto il 24% sarebbe deludente; quanto bene andrà Geert Wilders, per cui qualunque risultato sopra il 14% sarebbe eccellente; e quanto male andranno i laburisti del PvdA, per i quali scendere sotto l’8% equivarrebbe ad una (ennesima) disfatta.

Luciana Grosso

Giornalista di esteri, ha passato le notti dell’adolescenza a inseguire ‘The West Wing’ tra i canali in chiaro degli anni ‘90. Scrive (soprattutto di USA e di UE) per Il Foglio, Linkiesta, Business Insider, Il Venerdì di Repubblica. Cura una newsletter settimanale sull’Unione Europea.

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