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La cancellazione del debito pubblico è possibile? 

La proposta del Presidente dell’Europarlamento Sassoli ha aperto un dibattito tra gli economisti e non solo

Le spese per far fronte alla crisi economica generata dal Covid-19 non hanno risparmiato nessun Paese, andando ad aumentare i debiti pubblici nazionali. Le ultime stime della Commissione Europea prevedono per l’Italia un balzo del debito al 160% del Pil: una cifra enorme, che per ora rimane sotto controllo grazie ai programmi di acquisti App e Pepp della BCE. Ma l’ombrello di Francoforte non durerà per sempre, e prima o poi i tassi aumenteranno.

 

La proposta di Sassoli 

Nel novembre scorso il presidente dell’Europarlamento David Sassoli ha lanciato una proposta che ha suscitato dibattiti nel mondo accademico ed economico: quella di cancellare la quota di debito acquistata dalla BCE dall’inizio della pandemia (per l’Italia circa 530 miliardi). Da tale richiesta è seguito poi un appello di oltre 100 economisti, tra i quali Thomas Piketty, a sostegno di questa manovra.

Lasciando da parte i veti legali contenuti nell’Art.123 del TFUE, i quali vietano espressamente azioni di questi tipo, sarebbe davvero possibile cancellare il debito? E che conseguenze avrebbe un’azione del genere?

 

I rischi per l’Eurozona 

Va detto che il tema non è nuovo, poiché nel ventunesimo secolo sono stati 48 gli episodi di cancellazione di debiti, ma ciò è avvenuto nella maggior parte dei casi in Paesi emergenti o con grosse difficoltà finanziarie.

Inoltre, bisognerebbe fare chiarezza sul concetto di cancellazione, visto il termine molto vago e vuoto. Verosimilmente, quando si parla di cancellazione del debito si fa riferimento alla monetizzazione, ovvero agli acquisti di titoli pubblici da parte della Banca Centrale da detenersi per una durata indefinita, finanziando così le manovre dello Stato.

Un “pasto” gratis, quindi? Non proprio: siccome i titoli acquistati dalla BCE formano le sue attività, una “cancellazione” provocherebbe una perdita di bilancio, portando la Banca Centrale ad avere un capitale negativo. Tale perdita, come giustamente fa notare il Professor Tommaso Monacelli su Lavoce.info, si tradurrebbe in una riduzione dei profitti distribuiti alle Banche Centrali dell’Eurozona, e a loro volta ai governi.

Posto che la Banca Centrale può comunque operare con un capitale negativo in momenti di politiche espansive, il problema, come sottolineano due insigni economisti quali Stiglitz e De Grauwe, diventa cruciale nel momento di attuazione di politiche restrittive. Se un domani dovesse salire l’inflazione, una continua perdita sul lato delle attività impedirebbe all’istituto di Francoforte di ritirare la liquidità in eccesso dal mercato, minando non solo la fiducia nella moneta, ma anche l’indipendenza della Banca Centrale.

Lo scenario inflazionistico, oggi, può sembrare poco credibile, ma come scrive Ferdinando Giugliano su Bloomberg lle mode macroeconomiche passano abbastanza in fretta. Insomma, i governi e le banche centrali dovranno essere preparati.

 

L’eccezionalità del momento 

Non è di questo avviso il Professor Francesco Saraceno, il quale sul quotidiano Domani sottolinea che in un momento così eccezionale servono scelte coraggiose. L’economista di LUISS e Sciences Po delinea tre elementi che potrebbero conciliare la monetizzazione e la tenuta della Banca Centrale Europea: in primo luogo, la scelta di monetizzare dovrebbe venire solo dalla BCE, e non da una iniziativa di Consiglio o Commissione. In secondo luogo, questa manovra dovrebbe essere una tantum, coinvolgendo tutti i Paesi dell’Eurozona, non solo quelli più in difficoltà. Saraceno, infine, sottolinea come il rischio inflazionistico sia relativamente basso, affermando che “non occorre chiedersi se monetizzare, ma come farlo”.

 

La possibile alternativa alla cancellazione 

Un’altra idea, diversa dalla monetizzazione, viene dal Professor Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica. La sua idea si basa sull’utilizzo della riserva obbligatoria: in sostanza, per evitare che la Banca Centrale riassorba la liquidità in eccesso attraverso la vendita di titoli di stato, essa “obbliga” le banche commerciali, attraverso lo strumento della riserva una tantum, a depositare tale liquidità, permettendo così alla BCE di rinnovare i titoli pubblici. Ancora una volta, il concetto una tantum è fondamentale, poiché se questo obbligo venisse prorogato ingesserebbe le banche commerciali, limitando così la loro azione di intermediazione finanziaria.

 

La sfida del futuro

Al netto delle soluzioni emerse dal dibattito generato dalla proposta del Presidente Sassoli, oggi appare un solo antidoto al debito: la crescita. Nonostante l’Italia produca da oltre 20 anni avanzi primari positivi (ovvero entrate superiori alle uscite), gli interessi sul debito rimangono comunque maggiori, alimentando il debito pubblico. La crescita è fondamentale per l’abbattimento di questo “macigno”, soprattutto se i tassi d’interessi vedranno un rialzo finita la pandemia.

La sfida di oggi non è capire se “il debito è abbastanza grande da badare a sé stesso”, motto dell’ex Presidente Usa Ronald Reagan, ma rendere l’Italia abbastanza capace di poter badare al debito da sé.

Riccardo Boiani

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