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The Upper House: Arizona, il seggio di McCain e l’uomo venuto dallo spazio

Secondo appuntamento con la rubrica dedicata alle sfide più delicate e avvincenti delle elezioni senatoriali di novembre

Il prossimo 3 novembre, negli Stati Uniti, non si vota solo per la Presidenza. Si vota anche per 35 seggi al Senato e per il rinnovo completo della Camera dei Rappresentanti. La cosa non è secondaria, anzi: senza un Parlamento dalla sua parte, il Presidente può incontrare grandi difficoltà nel suo mandato.

La gara più serrata è al Senato perché lì i numeri sono molto ristretti: ogni Stato dispone di due senatori indipendentemente dalla popolazione, per un totale di 100 Senatori. Attenzione però: il Senato si rinnova solo per un terzo, perché si vota ogni due anni e ogni Senatore rimane in carica sei anni.

In queste settimane Luciana Grosso ci racconta allora le sfide più delicate, avvincenti e cruciali per diventare o restare Senatore degli Stati Uniti e, di fatto, avere nelle mani il destino di milioni di persone.

Oggi ci spostiamo in Arizona, seconda tappa del nostro viaggio oltreoceano. Chi sarà eletto qui resterà in carica fino al 2022, e non sei anni: si tratta infatti di una special election e non di un’elezione ordinaria. Scopriamo perché.

 

La storia che raccontiamo comincia molto lontano dall’Arizona del 2020. Comincia nel cielo del Vietnam, il 26 ottobre del 1967.

Quel giorno l’aereo di un giovane sergente venne abbattuto dalla contraerea vietnamita. Per lui sembrava la fine, ma in realtà non lo era, perché il giovane soldato era un tipo tosto, uno che non si dava per vinto facilmente. Mentre il suo aereo bruciava, si gettò con il paracadute.
Pensò di essere salvo, ma si sbagliava.
Il suo paracadute lo portò a cadere nel lago di Truc Bach, uno dei laghi interni alla città di Hanoi. L’acqua, a tuffarcisi dentro con dolcezza, non fa male. Ma se ci si cade dall’alto, e magari male, è dura come il cemento. Così, nell’impatto, il giovane militare si ruppe entrambe le gambe e un braccio. Sembrava ancora la fine, ma nemmeno questa volta lo era: arrivò una barca di pescatori ad aiutarlo. 

Il soldato, ancora una volta, pensò di essere salvo ma, ancora una volta, si sbagliava.
Lui era uno Yankee e quelli che lo avevano salvato erano dei pescatori vietnamiti: difficile finisse bene. I pescatori lo portarono a riva, lo spogliarono nudo e presero a picchiarlo. Forte. Volarono pugni, sputi, calci, bastonate, sassate. Il soldato, già messo male, rimediò altre fratture: alla spalla, alla caviglia, all’inguine. 

Sembrava che questa fosse la fine ma, ancora, non lo era.
A salvarlo arrivarono i militari vietnamiti che dissero che quell’uomo era un prigioniero, e che dunque doveva restare vivo.
Il soldato pensò di essere salvo ma, di nuovo, si sbagliava.
Il prigioniero americano fu portato nella prigione di Hoa Lo, una specie di inferno in Terra, dove rimase per sei anni, di cui due trascorsi in completo isolamento e senza mai esser curato dalle fratture. Fu interrogato e torturato per mesi e leggenda vuole che non abbia mai detto altro che nome, cognome e numero di matricola. Si procurò altre varie fratture e ferite. Perse 23 chili, arrivando a pesarne 47. I suoi capelli da neri diventarono bianchi. Tentò il suicidio. Rifiutò di essere liberato, per lasciare il posto a un compagno di grado inferiore. Fu rilasciato, claudicante e mezzo invalido, solo alla fine della guerra e solo dopo torture che non ha mai del tutto raccontato. 

Quel soldato si chiamava John McCain. 

 

Da soldato a senatore

La storia di John McCain potrebbe fermarsi qui. Ce ne sarebbe già per scrivere un film. Ma in realtà procede, eccome. E lo fa sempre con lo stesso schema: sembra che stia per arrivare la fine, poi sembra che il pericolo sia scampato, ma in realtà, dopo solo qualche minuto per tirare il fiato, qualcosa o qualcuno lo fa precipitare in un nuovo guaio ancor più grosso.
Per esempio, al suo rientro dalla guerra, McCain pensò di essere in salvo e di poter tornare alla vita di prima. Certo, era molto malandato, zoppicava, muoveva poco e male le braccia (che non torneranno mai più come prima) e aveva continui incubi e attacchi d’ansia (non guarirà mai del tutto dalla fobia del rumore di chiavi). Però era ancora giovane e sembrava che il peggio fosse alle spalle. Cos’altro poteva succedere di brutto?
E invece, ad attenderlo al suo rientro in America, c’erano un bel po’ di novità.
La prima, per esempio, era che sua moglie Carol aveva quasi completamente perso l’uso delle gambe in un incidente d’auto. Senza che lui ne sapesse niente, era stata per mesi in ospedale e aveva subito più di 20 operazioni. Nota di colore: le cure di Carol McCain erano state pagate da un imprenditore texano che si era preso a cuore le vicende delle mogli dei veterani. McCain non aveva mai sentito parlare di quell’uomo, ma noi sì: si chiamava Ross Perot.

La seconda sorpresa che lo aspettava era che, nonostante tutto quel dolore e quella sofferenza (o forse proprio per effetto di tutto quel dolore e quella sofferenza) il suo matrimonio con Carol non funzionava più. O meglio, sì, funzionava, ma a John stava stretto. Si racconta di molte sue avventure in giro, di molte liti e di separazioni provvisorie che si trascinarono fino al 1979, quando John si innamorò di Cindy Lou Hensley, una giovane, bella, bionda e ricca ereditiera dell’Arizona. 

La terza sorpresa per John McCain fu che, al suo rientro dalla guerra e dalla prigionia, nella Marina non c’era più posto per lui. Sì, qualcosina, qualche incarico di ufficio qui e là (anche uno da consulente per il Senato) ma niente di che. Lui era un eroe, e alla Marina servivano soldati, non eroi. Così, deluso e arrabbiato, McCain si congedò da quello che pensava sarebbe stato per sempre il suo posto nel mondo e iniziò la seconda parte della sua vita. 

Dapprima, nella sua nuova vita, senza divisa e con una nuova moglie, McCain si limitò a fare il commerciale per la fabbrica del ricco nuovo suocero. Poi, visto che era bravo e che si era fatto notare, in breve tempo si fece una buona rete di conoscenze e amici, anche molto importanti. Inoltre, da qualche mese, un tizio che aveva conosciuto al ritorno dalla guerra e che, all’epoca, era governatore della California, un certo Ronald Reagan, era diventato presidente. Così McCain iniziò a accarezzare l’idea della politica: era sveglio, era bravo a parlare in pubblico, era un eroe di guerra, era repubblicano in un periodo (e in uno stato) in cui i repubblicani andavano fortissimo. I soldi poi non gli mancavano. Dunque, perché no?

Così McCain si candidò alla Camera dei Rappresentanti, nel 1982. Vinse. Vinse anche due anni dopo, nel 1984, con il 78% dei voti. Poi, nel 1986 si candidò al Senato. Vinse di nuovo. E da allora, dal Senato, John McCain non è mai più uscito, diventando, col tempo, uno dei politici più ammirati e stimati dell’intera storia americana.

 

Il repubblicano che piaceva ai democratici

A questo punto credo sia abbastanza chiaro che John McCain era un tipo fuori dal comune. 

Ma la cosa interessante è che, da politico, McCain fu ancor più apprezzato e, per così dire, ‘valoroso’ di quanto lo fosse stato da soldato. 

Ha fatto il politico per 40 anni, è stato deputato, senatore, candidato alle primarie e candidato alla Presidenza. In tutto il Senato americano, almeno fino alla frattura nelle coscienze operata da Donald Trump dopo il 2016, non si trovava un solo senatore, democratico o repubblicano, che dicesse male di lui.
McCain era un ‘maverick’, uno spirito libero: era repubblicano, sì, e lo era fino al midollo. Ma se una legge proposta da un repubblicano non lo convinceva, non c’era verso che la votasse. Allo stesso modo, se l’idea di un democratico gli piaceva si dava da fare perché venisse approvata. 

Nei suoi 23 anni da senatore McCain ha fatto di tutto, anche forse molti errori, ma sempre di testa sua. 

Ha sostenuto con tutto se stesso Ronald Reagan e George H. W. Bush; ha criticato con forza George W. Bush, non tanto per aver iniziato la guerra in Iraq quanto per non averla saputa concludere; ha fatto parte della Gang Eight, un gruppo di 8 senatori (quattro democratici e quattro repubblicani) che voleva riformare in senso inclusivo le leggi sull’immigrazione. E’ stato amico fraterno di Joe Biden e di John Kerry, suo compagno d’armi, tanto da rifiutarsi di fare campagna contro di lui e tanto da essere stato a un passo dall’accettare la proposta di Kerry di fargli da vice nel ticket contro George W. Bush nel 2004;  è stato candidato contro Barack Obama, nel 2008 e, da quella posizione, soleva prendere a male parole chiunque dicesse male del suo avversario o lo chiamasse “africano” o “arabo”. Nel 2016 non ha votato per Trump e anzi, da senatore, finché è stato in vita, ha fatto di tutto per rendergli la vita impossibile, più dei suoi colleghi democratici.
Forse l’insofferenza di McCain per Trump era un modo per cercare di rimediare a quello che lui stesso considerava il suo più grande errore politico: avere candidato come sua vice nel 2008, ai tempi delle presidenziali contro Obama, Sarah Palin, esponente della frangia più estrema del partito repubblicano. Con quella candidatura McCain aveva aperto, senza volerlo, il vaso di Pandora del Tea Party, della destra razzista, xenofoba, complottista e bugiarda. Quella destra lì con John McCain non c’entrava niente. Quella era la destra di Trump, e John McCain non ci voleva avere niente a che fare. 

Così il suo ultimo atto politico fu quello di votare in Senato contro le riforme di Trump. Lo ha fatto fino a che le forze glielo hanno consentito, e forse anche oltre.

Poi, nel 2018, quando ormai era finita e il tumore al cervello gli aveva ormai impedito di muoversi e di parlare, McCain lasciò il Senato e questo mondo. Prima di morire, però, diede un ultimo, preciso ordine: al suo funerale non doveva esserci Donald Trump. Al contrario, volle che le orazioni funebri fossero tenute dai due ex presidenti che lo avevano sconfitto: Barack Obama – contro cui perse le presidenziali del 2008 – e George W. Bush – che lo sconfisse nelle primarie repubblicane del 2000.

 

Arizona, stato repubblicano ma non troppo

Tutta questa lunga premessa è servita non solo per raccontare la storia della vita incredibile di John McCain, ma anche per iniziare a parlare di Arizona. A guardare i risultati elettorali degli ultimi 50 anni verrebbe da dire che l’Arizona è un posto che più repubblicano non si può. Ma in realtà non è proprio così. L’Arizona è un po’ come John McCain: fa quello che le pare.
Sì certo, l’ultimo candidato presidente democratico a vincere qui è stato Bill Clinton, nel 1996. E prima di lui occorre arrivare a Harry Truman, nel 1948, per trovare un altro vincitore democratico.

Sì, certo, anche i governatori recenti sono quasi tutti repubblicani. Ma non tutti. Anzi. Nel 2003 divenne governatrice Janet Napolitano, una specie di superstar tra i democratici, che nel 2009 lasciò l’incarico per fare il Segretario alla Sicurezza Nazionale nel governo di Barack Obama e che più volte è stata in odor di corsa presidenziale. 

Se si guarda ai senatori recenti, si nota ancora una distesa di vittorie repubblicane, ma il discorso non cambia: repubblicani sì, ma con juicio.
Per più di vent’anni uno dei due seggi dell’Arizona è stato fisso per John McCain, non c’era partita. L’altro è rimasto solidamente in mano repubblicana dal 1994 al 2018, ma sempre in mano a repubblicani “strani”. Per un po’ ci si è seduto il superconservatore Jon Kyl. Poi, dal 2012 al 2018, il seggio è stato di un certo Jeff Flake, che era un po’ come McCain: repubblicano sì, ma a modo suo. Spesso votava con i democratici e, tanto per dire, nel 2017 pubblicò un libro che si chiamava “Conscience of a Conservative”, un pamphlet tutto contro Trump e il trumpismo. Ovviamente, allo scadere del suo mandato, nel 2018, non si ricandidò. Anzi, decise di lasciare proprio la politica: lui si considerava un repubblicano e non uno ‘del partito di Trump’, e dunque tanti saluti. Così, al suo posto, fu candidata una deputata piuttosto nota in zona: Martha McSally. 

 

Martha McSally, la repubblicana che non piace ai repubblicani

McSally era, ed è, su posizioni molto più a destra di quelle di Flake: è stata ufficiale dell’aeronautica (anzi, la prima comandante donna dell’USAF), ha combattuto in Iraq, ha trascinato in tribunale il Dipartimento della Difesa perché cambiasse il regolamento che imponeva alle donne militari di stanza in paesi musulmani di uscire dalla caserma con il capo coperto. Anche su Trump McSally aveva posizioni molto più concilianti di quelle di Flake: anche se non lo ha votato nel 2016, da deputata alla Camera lo ha sempre appoggiato e seguito, tanto da entrare nelle sue grazie ed avere il suo endorsement per le elezioni senatoriali del 2018 (alle cui primarie, va detto, sconfisse il famigerato e violento supersceriffo Joe Arpaio).
D’altra parte, per i democratici, c’era Kyrsten Sinema, omosessuale dichiarata e attivista della comunità LGBT.

Accadde l’impensabile: vinse Sinema. Per un soffio, ma vinse.
Fu una specie di rivoluzione, dietro la quale risulta difficile credere non ci fosse lo zampino della legacy da maverick di John McCain, il suo feroce antitrumpismo, la sua cocciutaggine nel votare per le persone e non per i partiti.
La carriera di McSally sembrava finita, ma invece no. Perché il giorno stesso della sua sconfitta contro Sinema accadde una cosa che, ancora oggi, in molti in Arizona non hanno mandato giù: l’altro senatore dell’Arizona Jon Kyl, che sedeva come reggente al posto di John McCain, si dimise per lasciare il posto – indovinate – a Martha McSally. Così McSally divenne senatrice pur avendo perso le elezioni. Una cosa così, ai maverick dell’Arizona, non poteva piacere. Per niente.

 

McSally contro se stessa 

Il prossimo 3 novembre si vota per assegnare in via definitiva il seggio di McCain, di cui McSally è diventata, un po’ rocambolescamente, reggente. Il problema però, è che McSally sembra avere poche possibilità di vincere le elezioni.
McSally, per varie ragioni, non piace agli elettori dell’Arizona (il suo tasso di popolarità è tra i più bassi del senato: 37%) che non ne apprezzano l’estremo conservatorismo, non ne capiscono la simpatia per Trump, non le perdonano l’aver preso il seggio al senato con uno stratagemma, non ne sentono nessuna empatia umana. Insomma, McSally, in Arizona, non funziona.
E poi, oltre a non essere popolare, ha un problema: il suo avversario democratico è una superstar famosa in tutto il mondo.

 

Il democratico che cadde sulla Terra

Il candidato democratico in corsa per il seggio al senato si chiama Mark Kelly. 

Vi dice niente?
Forse no, ma in realtà è molto probabile sappiate chi sia. E soprattutto sappiate che ha un fratello gemello, Scott.
Mark e Scott Kelly sono i due gemelli astronauti che sono stati studiati e ristudiati dalla NASA per comprendere gli effetti che la permanenza nello spazio ha su due organismi identici. Uno dei due, Scott, è stato per più di un anno nella stazione orbitante ISS, mentre il gemello Mark, pilota di shuttle, è rimasto a Terra. La ricerca ha attirato molta attenzione e gli organismi dei due fratelli Kelly sono stati studiati negli anni da 10 team di ricerca diversi.
Un esperimento così, scientificamente molto complesso ma allo stesso tempo facile da raccontare al grande pubblico, ha rotto la barriera delle riviste scientifiche ed è sbarcato senza problemi sui social e sui giornali popolari, rendendo i due gemelli famosi in tutto il mondo. 

Un patrimonio di popolarità contro cui, per McSally, potrebbe essere difficile combattere.
Ma non è tutto. Mark Kelly è famoso per un’altra ragione: è il marito di Gabrielle Giffords, un’altra che probabilmente avete sentito nominare più volte. Era la deputata democratica che, nel 2011, fu colpita alla testa da un pazzo che si mise a sparare ad un suo comizio e uccise sei persone. Lei fu ferita molto gravemente, tanto da perdere per lungo tempo l’uso della parola e dover rinunciare alla politica.

Tutta questa celebrità (anche se arrivata per strade diverse) sta molto agevolando la campagna di Mark Kelly. Che per di più ha una qualità che agli elettori dell’Arizona piace molto: è democratico sì, ma a modo suo.

Per esempio, anche se è democratico e se sua moglie è stata quasi uccisa da un pazzo a colpi di pistola, non è in nessun modo contrario al Secondo Emendamento (quello che sancisce il diritto per ogni cittadino a possedere armi): chiede solo che vengano introdotti controlli sui precedenti penali di chi compra una pistola o un fucile. Oppure, anche se non è in nessun modo razzista, ritiene che i confini federali vadano difesi con maggiore efficacia e forza. Oppure ancora, nel 2012 ha votato per le primarie repubblicane, salvo poi votare per Barack Obama alle presidenziali.

Insomma: Mark Kelly è un militare, un libero pensatore, uno che fa di testa sua, un maverick. 

Vi ricorda qualcuno?

Luciana Grosso

Giornalista di esteri, ha passato le notti dell’adolescenza a inseguire ‘The West Wing’ tra i canali in chiaro degli anni ‘90. Scrive (soprattutto di USA e di UE) per Il Foglio, Linkiesta, Business Insider, Il Venerdì di Repubblica. Cura una newsletter settimanale sull’Unione Europea.

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