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The Upper House: Alabama, storia di un’elezione impossibile

Primo appuntamento della rubrica curata da Luciana Grosso e dedicata alle sfide più delicate e avvincenti delle elezioni senatoriali di novembre

Il prossimo 3 novembre, negli Stati Uniti, non si vota solo per la Presidenza. Si vota anche per 35 seggi al Senato e per il rinnovo completo della Camera dei Rappresentanti. La cosa non è secondaria, anzi: senza un Parlamento dalla sua parte, il Presidente può incontrare grandi difficoltà nel suo mandato.

La gara più serrata è al Senato perché lì i numeri sono molto ristretti: ogni Stato dispone di due Senatori indipendentemente dalla popolazione, per un totale di 100 membri. Attenzione però: il Senato si rinnova solo per un terzo, perché si vota ogni due anni e ogni eletto rimane in carica sei anni.

In queste settimane Luciana Grosso ci racconta le sfide più delicate, avvincenti e cruciali per diventare o restare Senatore degli Stati Uniti e, di fatto, avere nelle mani il destino di milioni di persone.

Il nostro viaggio comincia nel feudo repubblicano dell’Alabama.

 

Avete mai visto “Pomodori verdi fritti alla fermata del treno”?
Ecco.
L’Alabama di oggi non è molto diverso da quello che fa da sfondo alle vicende del film, ambientato negli anni ’20.
Molte cose sono cambiate, ma molte sono rimaste le stesse.
Tanto per cominciare, oggi l’Alabama è uno degli stati più poveri d’America. Poi, anche se con alcune sfumature, è ancora uno dei più razzisti e, ovvimente, uno di quelli con la più alta percentuale di abitanti afroamericani (circa il 26% del totale).
Ancora oggi, a 150 anni dalla fine della Guerra di Secessione e a più di sessant’anni dal diritto di voto per i neri, gli abitanti bianchi dell’Alabama non si capacitano del tutto del fatto che i neri, quelli che una volta erano i loro schiavi e li chiamavano padroni, abbiano i loro stessi diritti, vadano nelle loro stesse scuole, siedano sugli stessi sedili dell’autobus.

Il razzismo è una faccenda seria in Alabama.

Non solo perché qui, nel 1955, Rosa Parks diede vita alla sua protesta, pacifica ma cocciuta, semplicemente rifiutandosi di cedere il suo posto sull’autobus a un bianco. Non solo perché qui, nel 1965, si è tenuta la marcia di Selma.

No. Il fatto è che qui, come in gran parte degli stati del Sud, il razzismo fa, per certi versi, parte della tradizione delle persone, bianche e nere. Una specie di riflesso pavloviano, come se la Guerra non fosse mai finita e il rancore e la rabbia che bianchi e neri provano gli uni verso gli altri non si fosse mai del tutto placato.  Anzi, man mano che lo stato si impoverisce (e lo sta facendo a tutta forza: solo da marzo, per il Covid-19, ci sono stati 17 mila disoccupati in più), rancore e rabbia prendono sempre più vigore.

 

La roccaforte repubblicana (che una volta era democratica)

Per decenni, a cavallo tra la seconda metà dell’800 e la prima metà del ‘900,  a farla da padrone in Alabama è stato il partito democratico. La ragione però è meno ovvia di quanto si creda.

Quelli erano gli anni del Dixiecrat, ossia gli anni in cui il partito democratico aveva sposato le posizioni segregazioniste degli stati del Sud, opponendosi a quelle abolizioniste del repubblicano Abraham Lincoln. A quell’epoca, per dirla facile, se eri razzista, votavi democratico. Non è una faccenda poi così lontana nel tempo come potrebbe sembrare, visto che la corrente segregazionista dei Dem fu sciolta da Lyndon Johnson solo nel 1964. Ieri, praticamente.
Da allora, da quando le parti in commedia si sono invertite e i repubblicani hanno preso le parti dei padroni, lasciando al loro destino gli ex schiavi mentre i democratici si sono spostati dalla parte dei diritti civili, in Alabama le elezioni sono diventate ‘proprietà’ della destra repubblicana. Qui, da decenni, i Dem non toccano palla.

Nel 1968, per dire, Richard Nixon vinse le presidenziali con il 72% dei voti. Dopo di lui solo Jimmy Carter è riuscito a vincere lo stato da democratico, probabilmente, per caso. Per il resto, da qui, sono sempre usciti vincitori repubblicani.

Al Senato le cose non sono molto diverse. L’ultimo candidato democratico a vincere un seggio è stato Howell Heflin nel 1978. A essere pignoli ci sarebbe anche Richard Shelby, eletto con i Dem nel 1992. Ma la sua elezione vale mezzo, perché nel 1994 Shelby cambiò casacca, diventando repubblicano (schieramento a cui appartiene ancora ancora oggi).

 

La vittoria per caso di Doug Jones

In questa lunga e ininterrotta sequela di vittorie repubblicane, si è inserita, per caso o per errore, la vittoria del democratico Doug Jones nel 2017.
Jones era un misconosciuto avvocato di mezza età di Birmingham, nel nord dello stato. I suoi trascorsi politici erano lontani nel tempo e coincidevano, grossomodo, con la presidenza di Bill Clinton, che lo aveva nominato procuratore del distretto settentrionale dell’Alabama. In quella veste, Jones si occupò soprattutto di crimini razziali. In particolare divenne brevemente famoso per aver riaperto un cold case, ossia l’attentato alla chiesa battista di Birmingham di domenica 15 settembre 1963: quel giorno quattro uomini del KKK misero una bomba sotto le gradinate della chiesa. Nell’esplosione morirono quattro ragazze e 22 persone rimasero ferite.

Benché fossero passati trent’anni, all’epoca in cui Jones era procuratore, si trattava di una storia ancora molto sentita, perché ancora senza colpevoli. In realtà l’FBI aveva individuato quasi subito i quattro colpevoli ma solo uno di loro era andato a processo, nel 1977. Un altro era morto. Gli altri due li processò Doug Jones. L’eco della storia fu enorme, e per qualche mese Jones divenne una specie di eroe per la comunità dei neri dello stato.
Dopo questo exploit, però, Jones lasciò perdere la politica e si ritirò a vita privata, continuando a fare quello che aveva sempre fatto: l’avvocato di provincia.

Nel 2017, quando il partito lo scelse per correre per un seggio al Senato, verosimilmente non aveva nessuna reale intenzione di fare il senatore.
Si era candidato per perdere. Del resto, cosa pretendere? Era un candidato democratico in Alabama all’epoca di Donald Trump. Lì, nel 2016, Trump aveva preso il 62%. I senatori repubblicani, da quelle parti, non prendevano mai meno del 60%. La sua avrebbe dovuto essere poco più che una candidatura di rappresentanza: qualche mese di campagna elettorale, qualche discorso, una telefonatina di concessione al vincitore repubblicano e buonanotte.

E invece no.
Le cose andarono diversamente da quanto Jones (e chiunque con lui) aveva previsto. Perché Jones quelle elezioni le vinse. E soprattutto quelle elezioni le persero i repubblicani.

 

Qualcosa che si rompe nel partito repubblicano

In teoria, nel 2017, in Alabama non si sarebbe proprio dovuto votare. In America si vota solo negli anni pari, a meno che un deputato o un senatore non si dimettano dal loro seggio. In quel caso si convocano le cosiddette special elections, per votare un sostituto che rimanga in carica fino alla scadenza naturale del mandato del dimissionario.
Questo era uno di quei casi.
Bisognava sostituire Jeff Sessions, senatore di lungo corso che, l’8 febbraio del 2017, si era dimesso dal suo seggio per diventare Procuratore Generale (il nostro Ministro della Giustizia) nell’Amministrazione Trump. Dapprima fu indicato un sostituto provvisorio che avrebbe dovuto tenere il seggio fino alle elezioni, il repubblicano Luther Strange, e poi fu decisa la data delle elezioni, fissate per il 12 dicembre. Quel giorno si sarebbe deciso chi avrebbe affiancato Richard Shelby, l’altro senatore repubblicano dello stato.

Sostituire Sessions non era impresa facile. Sessions è uno dei repubblicani più di destra che ci siano, uno dei più duri e puri, da sempre vicino al Tea Party e alle posizioni più radicali del partito. Nel 2016, per dire, era stato il primo senatore a dare il sue endorsement a Donald Trump. La popolarità di Sessions, nel suo stato, era altissima: nel 2014 i democratici non avevano nemmeno presentato un candidato contro di lui e Sessions era stato eletto con il 97% dei voti.

Il suo erede naturale era lo stesso che era stato chiamato come supplente per il periodo che separava le dimissioni di Sessions dalle elezioni: Luther Strange, procuratore generale dell’Alabama e repubblicano relativamente moderato (seppure, per esempio, contrario agli accordi di Parigi o al diritto all’aborto) che aveva dalla sua l’appoggio dell’intero partito, Trump e Sessions inclusi.

Le primarie repubblicane, però, andarono diversamente dal previsto. Strange, il vincitore annunciato, perse.

A vincere fu invece un personaggio piuttosto improbabile: Roy Moore, giudice della Corte suprema locale. Moore aveva un curriculum parecchio discusso e discutibile: tanto per cominciare, benché fosse giudice della Corte del suo stato, era stato rimosso dall’incarico con un ordine federale. Non una volta sola, ma due: una nel 2004 per essersi rifiutato di togliere dall’atrio del suo ufficio un monumento ai Dieci Comandamenti, e un’altra nel 2016 per aver diffidato i pubblici ufficiali dello stato dal celebrare matrimoni omosessuali. Moore aveva posizioni che lo collocavano più dalle parti dell’Alt-Right che da quelle del partito repubblicano: era un birther (uno di quelli convinti che Obama fosse nato in Africa e dunque non avesse diritto a fare il Presidente), si era detto convinto che ai non cristiani dovesse essere proibito fare politica e che l’omosessualità dovesse essere un reato da punire con il carcere. Ovviamente era anche contrario a ogni forma di diritti civili per neri e immigrati, e si era detto vicino alle posizioni dei neo-confederati e del suprematismo bianco.
Per quanto strano possa sembrare, in Alabama, un curriculum politico del genere non è necessariamente un problema. Anzi, potrebbe funzionare. Anzi, ha funzionato, perché alla fine Moore ha vinto le primarie.

Ma nella storia di Moore c’era anche un’altra cosa che lo rendeva indigeribile ad almeno la metà degli elettori repubblicani: nove donne lo avevano accusato di molestie. La più giovane di loro, all’epoca dei fatti, aveva 14 anni.

Questo, in effetti, era troppo.
Così le elezioni le vinse il democratico Doug Jones.

Attenzione però: non è che i repubblicani dell’Alabama si sono svegliati tutt’un tratto democratici. Per niente. Doug Jones ha preso un numero di voti sovrapponibile a quelli che un anno prima aveva preso Hillary Clinton (anzi, un po’ meno, per la precisione). Mentre Moore ne ha presi circa la metà di quelli di Trump.
Semplicemente, quella volta, i repubblicani – almeno in parte – non sono andati a votare.

 

Le elezioni del 2020

Ora, dopo aver vinto il seggio per caso e per manifesta inadeguatezza dell’avversario, a Doug Jones tocca l’ingrato compito di ripetere l’impresa. Un’impresa che nemmeno lui sa davvero come ha fatto a compiere e che non ha la minima idea di come ripetere, anche perché ora, dall’altra parte, non ci sarà più un impresentabile come Moore, ma un candidato certamente più potabile e popolare.
La posizione di Jones è così debole che anche il partito democratico stesso traccheggia e non sa se e quanto finanziare la corsa di Jones: certo, il suo seggio al Senato serve come l’acqua. Ma, in giro, ci sono più di trenta seggi da difendere o conquistare e forse non vale la pena spendere soldi ed energie per un’elezione che, quasi certamente, sarà persa.
I sondaggi danno Jones per spacciato.

E la cosa buffa è che lo danno per perdente comunque, contro chiunque fosse uscito dalle primarie repubblicane, sia che le avesse vinte Jeff Sessions (di nuovo ricandidatosi), sia che le avesse vinte  Tommy Tuberville, appoggiato da Trump in persona. Nel caso specifico, le ha vinte Tuberville, un allenatore di squadre universitarie di football senza nessuna esperienza politica, ma popolarissimo, conosciuto e benvoluto grazie ai suoi successi sportivi. La sua campagna elettorale (che ha per consulente Sean Spicer, l’ex portavoce di Trump) ha puntato tutto sul parallelismo tra politica e sport, sul fatto che in entrambi i campi bisogna essere rigorosi, tenaci, combattivi, leali, e mai darsi per vinti. Inoltre è un trumpiano di ferro, cosa che di questi tempi non guasta, specie in Alabama. 

In ogni caso, Jones è dato come perdente. Del resto stiamo parlando dell’Alabama, il posto più repubblicano che c’è. E i miracoli non succedono due volte.

Luciana Grosso

Giornalista di esteri, ha passato le notti dell’adolescenza a inseguire ‘The West Wing’ tra i canali in chiaro degli anni ‘90. Scrive (soprattutto di USA e di UE) per Il Foglio, Linkiesta, Business Insider, Il Venerdì di Repubblica. Cura una newsletter settimanale sull’Unione Europea.

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