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Coronavirus, i primi dati sui test sierologici in Lombardia

La Regione ha già effettuato oltre 30mila test sierologici su operatori sanitari e soggetti in quarantena mai sottoposti a tampone.

Gli ultimi parametri epidemici sulla diffusione del coronavirus in Italia sembrano incoraggianti. In questo quadro, arriva la prima e molto parziale fotografia dell’impatto che ha avuto il virus nella zona più colpita del nostro Paese: la Regione Lombardia ha infatti rilasciato i dati sugli esiti dei primi 33.313 test sierologici, realizzati a partire dal 23 aprile nelle aree più colpite e dal 29 in tutte le province lombarde. Finora sono stati sottoposti al test, in via prioritaria, due categorie: gli operatori sanitari e i soggetti che, nelle settimane precedenti, erano stati messi in quarantena fiduciaria sulla base di una diagnosi clinica di Covid-19 effettuata dai medici di base, e quindi senza un tampone in grado di accertare o meno l’avvenuto contagio da coronavirus.

 

I test

I test in uso da parte delle 8 ATS (le Agenzie di Tutela della Salute, ossia i distretti sanitari lombardi) sono i Liaison Sars-CoV-2 S1/S2 IgG, validati dal Policlinico San Matteo di Pavia ad aprile. Si tratta di test basati sulla chemiluminescenza (CLIA), e necessitano quindi, a differenza dei cosiddetti “test rapidi” eseguiti con puntura del dito, di un prelievo ematico dal braccio.

Questa tipologia di analisi è in grado di rilevare la presenza di IgG da Covid-19, anticorpi che insorgono e diventano rilevabili nel sangue periferico circa due settimane dopo l’infezione nei pazienti guariti. Per quanto l’affidabilità sia molto alta, superiore certamente a quella dei cosiddetti “test rapidi”, queste analisi non garantiscono una certezza assoluta nella diagnosi, e anzi alcuni risultati sono addirittura classificati come “dubbi”. Tuttavia, il numero di test effettuati comincia a costituire un buon campione per analizzare l’impatto del virus sulle due categorie di soggetti sottoposte al prelievo.

In generale, la percentuale di positivi, cioè di soggetti testati sierologicamente che hanno o hanno avuto il coronavirus, è pari al 50,6% tra i soggetti in quarantena fiduciaria e mai sottoposti a tampone, mentre tra gli operatori sanitari questa percentuale è molto più bassa (13,9%). Si tenga però presente che le due categorie non sono state testate nella loro totalità, anche se si tratta comunque di quote significative: sono infatti 7.982 i soggetti in quarantena fiduciaria e 25.331 gli operatori sanitari che si sono sottoposti ai test sierologici.

 

Soggetti in quarantena fiduciaria

Come detto, questa categoria comprende parte dei residenti in Lombardia che nelle settimane precedenti hanno riscontrato una sintomatologia da Covid-19, si sono rivolti al proprio medico curante o all’ATS e si sono poi isolati a casa per almeno 14 giorni. Questi soggetti hanno ricevuto una diagnosi clinica, spesso effettuata telefonicamente, e in ogni caso senza la somministrazione del tampone faringeo necessario per la diagnosi molecolare.

Nello specifico, la percentuale di soggetti in quarantena positivi ai test sierologici ma mai sottoposti a tampone supera il 50% in 3 ATS: quella di Bergamo, quella della Montagna (corrispondente alla provincia di Sondrio e alle parti settentrionali delle province di Como e Brescia) e quella di Brescia, con rispettivamente il 59, il 58,6 e il 53,8% di positivi. Ciò sembra essere in linea con i dati della Protezione Civile, che identificano proprio nel bergamasco e nel bresciano le zone più colpite dall’epidemia.

La percentuale più bassa – ma comunque significativa – si registra invece nell’ATS dell’Insubria (corrispondente alla provincia di Varese e a parte di quella di Como), dove il 31,9% dei soggetti in quarantena fiduciaria mai sottoposti a tampone sono risultati positivi ai test sierologici (e quindi hanno o hanno avuto il coronavirus).

 

Operatori sanitari

Gli operatori sanitari rappresentano circa tre quarti dei soggetti sottoposti ai test sierologici e, a differenza dell’altra categoria, qui la percentuale di positivi risulta più modesta: si va da un massimo di 24% di positivi nella provincia di Bergamo a un minimo del 6% delle province di Lecco e Monza (unite nell’ATS Brianza). Non è tuttavia disponibile il dato dell’ATS Insubria.
Dietro la provincia di Bergamo, l’incidenza più alta di operatori sanitari che hanno o hanno avuto il coronavirus viene rilevata nelle zone dove quest’ultimo ha fatto la sua prima comparsa negli ospedali: si tratta del lodigiano e del milanese (inglobati nella ATS Città metropolitana), ma anche delle province di Cremona e Mantova (che costituiscono la ATS Val Padana).

In definitiva, questi primi dati sui test sierologici restituiscono un’ulteriore conferma dei parametri già noti sulla diffusione del coronavirus nel nostro Paese e in particolare in Lombardia. Tuttavia, anche tra i soggetti in prima linea nell’emergenza Covid –  cioè tra gli operatori sanitari lombardi – la maggior parte non sembra ad ora essere stata contagiata dal coronavirus.

Fabio Riccardo Colombo

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