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Le grandi campagne elettorali raccontate da YouTrend: speciale 1948

Ecco perché quella del 1948 è “la madre di tutte le campagne elettorali” nel nostro Paese.

Se l’elezione dell’Assemblea Costituente ha rappresentato, di fatto, la prima consultazione politica dell’Italia liberata, quella del 18 aprile 1948 può essere considerata “la madre di tutte le campagne elettorali” poiché, come riporta Edoardo Novelli, l’idea stessa della campagna elettorale come un periodo con regole, modelli e stili comunicativi diversi, prima del ’48 non esisteva.

Insomma, fu la prima campagna elettorale di massa e fissò temi, strategie e stereotipi che hanno segnato per decenni la comunicazione politica italiana, e la vittoria della Democrazia Cristina arrivò in uno scenario politico e sociale, interno e internazionale, tutt’altro che disteso.

 

Un “puzzo acre di guerra civile”

Con il referendum del 2 giugno 1946 e l’elezione dell’Assemblea Costituente, alla politica di unità nazionale si contrapponeva un paese già fortemente diviso. Se da un lato soffiava il “vento del Nord”, partigiano e antifascista, dall’altro la maggioranza del Sud Italia votava per la monarchia. 

Le piazze venivano invase quotidianamente da manifestazioni, le fabbriche del Nord bloccate dagli scioperi, e i terreni del Sud occupati dai contadini. Iniziava ad aleggiare un “puzzo acre di guerra civile” come ammonì De Gasperi.

 

Dimostranti arrampicati sulla facciata di Palazzo Chigi protestano contro la disoccupazione (18 aprile 1947).

 

La DC e il Governo sembravano però sempre più saldi, e anche la nascita del IV Governo De Gasperi non aveva indebolito la forza dei democristiani: al rimpasto nell’Esecutivo che vedeva entrare socialdemocratici e repubblicani al posto di PCI e PSI, si aggiungeva il supporto sempre più esplicito di Vaticano e Stati Uniti.

 

Guerra fredda

Ad aggravare la delicatezza delle vicende nazionali intervenivano importanti cambiamenti nello scacchiere mondiale: Churchill già nel ’46 parlava di “cortina di ferro”, il Presidente Truman nel marzo ’47 dichiarava l’impegno dell’America “in difesa della libertà”, l’URSS procedeva al blocco di Berlino Ovest, preludio del muro che reggerà ai colpi di 29 anni di storia. 

Insomma, stava iniziando la Guerra Fredda e l’Italia non poteva non esserne coinvolta: un po’ per la sua posizione geografica, ma soprattutto perché la vittoria del fronte socialcomunista avrebbe rappresentato, almeno simbolicamente, una conquista del Cremlino sull’Europa.

 

Schieramenti e aspettative

Alla vigilia della campagna elettorale si contrapponevano due grandi schieramenti: la Democrazia Cristiana da un lato e il Fronte Democratico Popolare dall’altro: quest’ultimo era un raggruppamento composto dal PCI di Togliatti, dal PSI di Nenni e da diversi movimenti minori come la Democrazia del Lavoro e il Partito Cristiano Sociale. Il Fronte nasceva, così, forte dei risultati ottenuti dal Blocco del Popolo nelle elezioni amministrative, con l’obiettivo di unire le forze di sinistra progressiste.

Intorno a questi due poli, c’erano una serie di partiti e sigle che avrebbero potuto ambire esclusivamente ad un ruolo secondario: L’Unione Socialista (composta dal Partito Socialista dei Lavoratori Italiani e dal Partito d’Azione) il Blocco Nazionale (Partito Liberale Italiano e Movimento dell’Uomo Qualunque), il Partito Repubblicano Italiano, il Movimento Sociale Italiano e il Partito Nazionale Monarchico e Alleanza Democratica.

 

 

Le sinistre sembravano credere in un esito positivo. Ai risultati incoraggianti del ’46 che avevano visto i socialisti e i comunisti raggiungere un complessivo 39,6 %, si aggiungevano anche alcune vittorie locali ottenute dal Blocco, come la conquista del Campidoglio nel 1947. Tuttavia, proprio l’elezione capitolina mostrava delle dinamiche elettorali che avrebbero segnato le consultazioni nazionali: i moderati sembravano riversarsi sotto la sigla della DC, la quale sottraeva consensi a monarchici, liberali e qualunquisti; in più, il neonato PSLI erodeva voti (3 seggi) ai vecchi compagni del PSIUP.

 

Prima pagina del 10 aprile 1948 dell’Avanti! “Ad una settimana dal traguardo” Pietro Nenni dichiara che «le prospettive del Fronte stanno tra la certezza della maggioranza relativa e la possibilità della maggioranza assoluta».  Fonte: archivio del Senato della Repubblica.

 

Prima pagina del 18 aprile 1948 de L’Unità. Le indicazioni dai territori indicano “Prospettive di vittoria in tutto il Paese”. Fonte: archivio storico de L’Unità.

 

Una campagna di massa

Il campo di battaglia, composto da blocchi contrapposti e da forti partiti e movimenti di massa, lasciava presagire una “campagna di posizione” caratterizzata da una gestione accentrata della comunicazione che aveva l’obiettivo principale di definire il proprio campo, evidenziare le differenze con l’altro e mobilitare il proprio elettorato.

 

Grafico elaborato su dati raccolti in Novelli 2018 e Montanelli 1986.

 

Il PCI era senza dubbio il più grande partito di massa, contava più di 2 milioni di iscritti, 10.000 sezioni e 50.000 cellule, mentre il PSI poggiava su 600.000 iscritti e 7.000 sezioni. Anche la DC poteva contare su un dispiegamento imponente di forze con 1 milione di iscritti e oltre 8.700 sezioni, ma, a differenza delle sinistre, non aveva ancora né una forte guida centralizzata, né una presenza territoriale omogenea e coordinata.

Le carenze e le lentezze della macchina democristiana erano, però, ampiamente colmate dai Comitati Civici: un gruppo di pressione fondato da Luigi Gedda, presidente dell’Azione Cattolica, per volere di Pio XII. Ufficialmente il loro obiettivo era combattere l’astensionismo e il comunismo, ma chiaramente la loro comunicazione rafforzava e completava quella della Democrazia Cristiana. Con l’intervento del movimento civico si aggiungevano agli schieramenti 300.000 volontari distribuiti in 22.000 parrocchie.

Il contributo dei Comitati Civici non fu solo legato a questi numeri, ma anche allo stile innovativo della loro comunicazione guidata dal “culto delle immagini”. Così Turi Valise, responsabile della Sezione Psicologica, spiegava la strategia del Comitato realizzata grazie a un ampio gruppo di artisti e illustratori che comprendeva Giovanni Guareschi, Alberto Perrini, Marcello Vazio, Giancarlo Vigorelli, Diego Fabbri. Da una loro intuizione nacque il manifesto e lo slogan “coniglio chi non vota”.

 

Gli strumenti della propaganda

I comizi, i manifesti e i volantini erano i principali strumenti della campagna elettorale, anche se si iniziavano ad utilizzare alcuni film di propaganda e delle comunicazioni alla radio.

Esistevano diversi tipi di eventi pubblici, i comizi cittadini, le discussioni di quartiere, i giornali parlati, fino ai più classici comizi dei leader nazionali. Questi non si esibivano solamente nelle piazze della capitale, ma erano impegnati in veri e propri tour elettorali che richiamavano decine di migliaia di cittadini. Ad esempio il 4 aprile, il più importante comizio di De Gasperi in Veneto allestito nella scenica cornice del piazzale della Vittoria a Monte Berico, coinvolse più di 80.000 persone.

Militanti e attivisti imparavano a utilizzare questi strumenti, ad attaccare un manifesto o a organizzare un comizio, grazie agli Uffici della Propaganda dei vari partiti. Le sezioni producevano dei veri e propri manuali che oltre a slogan e messaggi, davano suggerimenti e indicazioni pratiche. Il PCI diffondeva “Guida per il Propagandista” (nelle elezioni del ’46) e “Propaganda” durante la campagna del ‘48, la DC pubblicava il “Manuale dell’attivista” e la rivista “Traguardo. 18 aprile”.

Si definiva in questi termini un “campagna autarchica” in cui tutta la comunicazione, dall’ideazione alla realizzazione e fino alla diffusione, veniva realizzata internamente ai partiti.

 

 

Uno scontro di civiltà

La forte influenza della Chiesa nella competizione elettorale aveva modificato i toni e l’oggetto della contesa: la propaganda dei Comitati Civici si caratterizzava per una forte demonizzazione dell’avversario, anzi del nemico, traditore e servo di potenze straniere. L’imposizione dei loro frame, cui si adeguarono sia la DC che, malvolentieri, il Fronte, invitava a scegliere tra comunismo e anticomunismo. Dilemma centrale che veniva poi declinato come un bivio tra libertà e schiavitù, miseria e benessere, bene e male.

Dilemma centrale di tutte le discussioni: comunismo o anticomunismo. Tutte le altre alternative […] non sono state che formule mascherate dal dilemma centrale; nel campo costituzionale scelta tra libertà e dittatura; nel campo spirituale tra salvezza e dannazione; nel campo economico tra pane e fame; nel campo internazionale tra America e Russia. 

(Calamandrei, Preludio al 18 aprile)

 

 

Clima arroventato

Ai numerosi scontri e incidenti che spinsero il Governo, nella figura del Ministro dell’Interno Mario Scelba, a forti limitazioni e repressioni, si unirono dei toni da subito molto accesi. Non esisteva ancora uno spazio pubblico, una piazza comune dove gli esponenti politici potevano essere presenti contemporaneamente, ma, come racconta Novelli, per la prima volta i politici si leggevano e si rispondevano sui quotidiani. 

Il 2 febbraio, ancor prima che venisse comunicata la data del voto, De Gasperi pronunciava un discorso con parole forti parlando di “gas della paura” e di “lotta aspra e decisa”. Il PCI rispose a tono due giorni dopo, sulle pagine dell’Unità, con un articolo a firma di Luigi Longo dal titolo “Fiele austriaco”. 

Gli attacchi furono ripetuti da ambo le parti fino agli ultimi giorni. Se De Gasperi dal palco della Basilica di Massenzio incitava a non credere ai travestimenti dei comunisti dei quali “conosciamo bene le loro zanne e lo zoccolo da caproni”, Togliatti rispondeva da piazza San Giovanni in Laterano “invece di togliermi le scarpe (per dimostrare di non avere il piede caprino) me le sono fatte risuolare facendovi mettere due fila di chiodi che mi riprometto di applicargli presto su parti del corpo che non nomino”. 

Espressioni forti, che fatichiamo a immaginare pronunciate da un politico contemporaneo, ma che rappresentano in modo emblematico la dialettica dell’epoca. 

 

Un cazzotto nello stomaco

Nonostante la grande quantità di “parole parlate” della politica del tempo, queste contrapposizioni vivevano anche di una forte dimensione iconografica: immagini e illustrazioni forti, senza lunghe o complicate argomentazioni, che potevano arrivare a un pubblico ampio ed eterogeneo.

In primis i Comitati Civici, ma a seguire tutti i partiti, cercavano una comunicazione che creasse uno shock, un coinvolgimento emotivo o, per dirlo con le parole di Turi Valise un “cazzotto nello stomaco”. Paura, autostima e riso erano gli elementi su cui si faceva leva utilizzando delle immagini con una forte valenza simbolica e un riconoscibile background ideologico.

La demonizzazione portava alla caricatura dell’avversario, ma la comunicazione politica non conosceva ancora il concetto di personalizzazione, che era evitato anche per non richiamare l’esperienza del fascismo. Nella campagna elettorale del ’48 non si trovavano, ad esempio, manifesti con i volti di Togliatti, Nenni o De Gasperi.  Al primo posto nelle motivazioni dell’elettore c’era l’ideale, poi il partito che incarnava quell’ideologia e solo dopo i leader. 

 

 

Lupi e agnelli (lo smascheramento)

Associato alle immagini del comunismo sovietico, il Fronte veniva rappresentato come interprete del totalitarismo antidemocratico. Un messaggio che negli italiani risvegliava il ricordo e la paura del recente regime fascista, premendo su una ferita ancora non pienamente cicatrizzata. 

I Comitati Civici sfruttarono questo elemento utilizzando contenuti che estremizzavano la demonizzazione dell’avversario, richiamando scheletri, filo spinato, criminali e cadaveri.

Difendi il frutto dei tuo sudori

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 Anche la Democrazia Cristiana utilizzava messaggi e manifesti che mettevano a nudo le menzogne del Fronte, l’influenza del comunismo sovietico e i suoi crimini.

Vi vergognate del vostro simbolo e del vostro colore?

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L’operazione verità, l’intento di smascherare le menzogne del Fronte, era realizzata anche con contenuti leggeri e sarcastici. Ad esempio, un manifesto dei Comitati Civici, capovolgendo il simbolo del Fronte trasformava il volto di Garibaldi in quello di Stalin.

 Molti attacchi erano realizzati poi ricorrendo a personaggi, situazioni e linguaggi della fiaba. Celebre è l’esempio del Pinocchio anticomunista prodotto e diffuso dal Partito socialista dei lavoratori di Saragat.

Le avventure di Pinocchio

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Il burattino è vittima dei «fratelli dalla testa di legno» (Basso e Longo) manovrati come marionette dal «Signor Baffone» Mangiafuoco (Stalin). Viene liberato dalla fatina tricolore dalla prigione del comunismo, ma incontra il Gatto (Nenni) e la Volpe (Togliatti) ed è condotto nel paese della cuccagna dove incontra uno Stalin mascherato da Garibaldi. Solo grazie a un nuovo intervento della fatina, Pinocchio riuscirà a mettere il suo voto «nell’urna della libertà» (Le avventure di Pinocchio, 1948).

 

La salvezza

Oltre a mettere in guardia gli elettori sul pericolo comunista, la Democrazia Cristiana si presentava come l’unico argine, scudo delle famiglie e delle madri italiane.

Benché nella società di massa, composta da poche e omogenee classi sociali, non fosse corretto parlare di targhettizzazione, è evidente come alcuni materiali richiamavano l’immagine della donna o dei giovani.

L’uso di queste figure era infatti particolarmente utile per declinare l’elemento centra del messaggio, quello ideologico. Così, come evidenziato da Novelli, la donna dei Comitati Civici e della DC era l’angelo del focolare, la madre, la moglie, la sposa. Mentre le sinistre si riferivano a lei come elemento dinamico e attivo della società. Come recita un volantino del Fronte: “Lavori e ti spezzi la schiena e ti rovini le mani, proprio come un uomo. E perché allora il tuo salario non è uguale a quello degli uomini?”.

Difendetemi!

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Il sogno americano

Un’altra cornice interpretativa estremamente efficace era quella economica. Lo scontro tra America e Russia, tra capitalismo e comunismo, trasformava le elezioni in una battaglia tra due modelli di sviluppo economico, con un vincitore già annunciato. Grazie al sostegno americano, alla dottrina Truman e agli aiuti del Piano Marshall, l’economia italiana stava ripartendo. Il desiderio di benessere degli italiani era alimentato dall’immaginario di un’America della ricchezza e delle opportunità, che si rafforzava anche con l’esperienza dei tanti italiani emigrati nel nuovo continente. 

La società comunista non permetteva agli italiani di sognare allo stesso modo. Nenni andò in visita a Praga da Malenkov (il vice di Stalin), ma non ottenne, ad esempio, una promessa di aiuti spendibile in campagna elettorale: «Se le sinistre vincono le elezioni e tornano al governo, nel 1948 l’Unione Sovietica potrà far fronte al fabbisogno di grano. Per il carbone non può far nulla per ancora tre anni». In campo economico il confronto con il Fronte era impietoso.

Il pane che noi mangiamo

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Dio ti vede, Stalin no

Lo slogan ideato da Guareschi “Nel segreto della cabina Dio ti vede, Stalin no!” è il simbolo più conosciuto dell’uso che DC e Comitati Civici fecero della fede, trasformando la competizione in una “crociata religiosa”. 

Presero parte attivamente alla campagna anche molti esponenti del clero: diversi vescovi definivano peccato mortale non votare o votare per chi non rispettava i diritti di Dio e della Chiesa; Padre Lombardi, soprannominato il “microfono di Dio”, parlava di Togliatti come uno straniero schierato “con la Russia dei senza Dio” e lo invitava a lasciare il nostro paese (“Va’ fuori d’Italia, va’ fuori straniero!”). I Frati Volanti, gruppo di religiosi costituito dal cardinal Lercaro, agivano nel capoluogo emiliano per contrastare – salendo fisicamente sui palchi – i comizi del Fronte. Anche i riti puramente religiosi, come il passaggio della madonna Pellegrina nei paesi della penisola, acquisirono una funzione politica. Persino Papa Pio XII poneva il voto come una scelta di credo “con Cristo o contro Cristo”.

La Chiesa […] non può mancare al dovere di denunziare l’errore di togliere la maschera ai “fabbricatori di menzogne”, che si presentano come lupi in veste di agnelli […] e di avvertire i fedeli di non lasciarsi stornare dal retto cammino, né illudere da fallaci promesse. La Nostra posizione fra i due campi opposti è scevra di ogni preconcetto, di ogni preferenza […] Essere con Cristo o contro Cristo: è tutta la questione. […] Disertore e traditore sarebbe chiunque volesse prestare la sua collaborazione materiale, i suoi servigi, le sue capacità, il suo aiuto, il suo voto a partiti e a poteri, che negano Dio.

(Radiomessaggio di Sua Santità Pio XII ai popoli di tutto il mondo in occasione del Natale – Mercoledì 24 dicembre 1947)

 

Il Fronte vince – vota Fronte!

Gli slogan, i messaggi su giustizia e sicurezza sociale, e persino la scelta di approvare l’articolo 7 della Costituzione, potevano essere letti come un tentativo vano, da parte del Fronte, di trasmettere un’immagine rassicurante. Una strategia per evitare la trasformazione delle elezioni in una crociata religiosa.  

Alcuni dei manifesti realizzati andavano proprio nella direzione di una campagna positiva, che faceva ricorso principalmente a colori luminosi e al simbolo del Fronte raffigurante il volto di Garibaldi. L’eroe dei due mondi, che era già stato chiamato in causa durante la resistenza dalle Brigate Comuniste e nel ’47 dal Blocco del Popolo, diventava una sorta di moderno testimonial.

Per la pace, la libertà, il lavoro: votate questo emblema

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Ma le sinistre non riuscirono a imporre un frame positivo, né tantomeno a rispondere con egual efficacia agli attacchi democristiani che incontravano maggiormente le credenze e l’immaginario degli italiani.

Accusarono la DC di essere asservita al capitalismo, all’America e al Vaticano, definendo il piano Marshall “un complotto per colonizzare l’Europa”. Il tentativo era quello di richiamare le gesta e lo spirito partigiano, ma il recupero dell’antifascismo a tre anni dalla fine della guerra non era un’operazione così semplice. L’Italia era cambiata, e procedendo verso il “boom economico”, viveva bisogni nuovi. La fiamma della resistenza non era forte come nel ’46. Inoltre, non aiutarono in questo senso gli anni del consociativismo e la creazione del Fronte, che, in un’epoca segnata da un forte “patriottismo di partito”, rischiavano di annacquare le identità di comunisti e socialisti.

L'ultima trasformazione

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Ad un posizionamento debole si aggiungeva una forma di propaganda razionale centrata su argomentazioni, numeri, rimandi a vicende politiche e figure internazionali. Una scelta figlia di una visione pedagogica della comunicazione politica, adatta ad un pubblico politicizzato, ma poco efficace con una popolazione con un basso livello di istruzione e competenze politiche.

Non stupisce, quindi, che nella prima parte della campagna, prima di dover rispondere alle innovazioni dei Comitati Civici, i primi manifesti del Fronte fossero pieni di lunghi testi, dati, tabelle e grafici, con un maggior ricorso alla fotografia che all’illustrazione.

 

 

 

 

La magia del cinema

I Comitati Civici furono i primi in Italia, a partire da queste elezioni, a utilizzare i film di propaganda in campagna elettorale. Ottennero risultati positivi soprattutto grazie alle competenze di Luigi Gedda in materia di cinema e alla rete di parrocchie (e di volontari) che ne permisero una grande diffusione.
Le sinistre non riuscirono a utilizzare con pari efficacia questo strumento: il PCI realizzò, ad esempio, solo tre filmati di cui pare essersi persa ogni traccia. 

L’azione dei Comitati proseguì il lavoro svolto già nei primi mesi dell’anno dall’Azione Cattolica che proiettò film legati alla fede in oltre cento diocesi. Se inizialmente queste iniziative si svolgevano nei centri urbani, nell’ultimo mese interessarono anche un centinaio di centri minori. Attraverso i carri-cinema si raggiunsero le località più periferiche, soprattutto nel centro Italia e nel mezzogiorno. Al di fuori dei centri urbani, in pochi avevano già visto un film: pertanto, oltre alla diffusione dei messaggi religiosi, questa campagna portò un forte messaggio di progresso e benessere.

 

Papa Pio XII benedice i carri-cinema.

 

Il Comitato Civico centrale realizzò sei cortometraggi utilizzando generi differenti, dal comico al drammatico, ma porto in scena anche pellicole cinematografiche come Pastor Angelicus, di Romolo Marcellini, in cui il Papa, con fare paterno e rassicurante, invitava a difendersi dalle insidie del mondo esterno.

Quattro produzioni avevano il chiaro obiettivo di vincere l’indifferenza e l’astensione: Amleto si crogiolava nell’indecisione, Ponzio Pilato mostrava le conseguenze nefaste del disinteresse e Il Signor Temistocle, astenutosi dal voto, subiva con passività vessazioni e soprusi. Lo stesso messaggio, ma con uno stile più simbolico, era diffuso da Incubo, in cui dei pupazzi raffiguranti la miseria e la paura, venivano spazzati via da una palla che rappresentava, ovviamente, il voto.

Altri due film erano invece più diretti e marcatamente politici, pensati per attaccare il Fronte. In Mondo libero la comunicazione democristiana utilizzava il ricordo della liberazione, l’immagine del “generoso popolo americano” e del “treno dell’amicizia”, contrapposto allo spettro delle dittature: nel mondo democratico si discute e poi si vota, nelle dittature decide un uomo solo (Hitler, Mussolini, Stalin). 

 

 

In Strategia della menzogna Nenni e Togliatti venivano descritti come “prestigiatori, bari, illusionisti e agitatori di professione”. Una sequenza di immagini negative di miseria, povertà, scioperi e sommosse era associata al totalitarismo sovietico e a Mussolini, e contrapposta a scene di cristianità e compassione.

 

 

Altri enti e agenzie esterne realizzarono dei filmati per i Comitati civici. In particolare, una di queste, la Public-Enic, produsse Considerazioni di Eduardo distribuito a ridosso dell’apertura delle urne. Nel film Eduardo De Filippo prendendo un caffè, spiegava al proprio dirimpettaio come fosse un obbligo morale andare a votare: «Votate per chi volete ma votate»”.

 

 

Il Cinegiornale

Uno ruolo di rilievo nella campagna elettorale fu ricoperto dalla Settimana Incom, un Cinegiornale di proprietà di Teresio Guglielmone, Senatore democristiano. Questo nuovo programma andava a rompere l’egemonia dell’Istituto Luce producendo un’informazione di più ampio respiro, più in sintonia con la nuova società italiana: alle cronache politiche si aggiungevano interviste, notizie di costume e mondanità, cronaca, musica e sport. 

La DC avrebbe avuto in questo canale un importante strumento di propaganda che, preservando una posizione formalmente terza, esercitava un’influenza sull’agenda dei cittadini dando maggior spazio a temi strategici. Inoltre, ad una manipolazione dei temi si aggiungeva l’uso di piccoli espedienti giornalistici: l’edizione “Verso il 18 aprile”, ad esempio, riporta dei discorsi di Togliatti e De Gasperi, ma a quest’ultimo concede sia l’apertura che la chiusura.

 

 

La valanga

Le elezioni del 18 aprile 1948 si chiudono con una netta vittoria della Democrazia Cristiana, una vittoria di dimensioni sorprendenti. Tanto sorprendente soprattutto per il Fronte che nei giorni seguenti reagì muovendo accuse di brogli e di un illecito intervento straniero.

La DC ottenne il 48,5% dei voti, 13 punti in più che nel ’46, mentre il Fronte si fermò al 31%, 10 punti in meno rispetto alla somma di PCI e PSIUP in occasione dell’elezione della Costituente. 

La forte polarizzazione dello scenario politico e della campagna elettorale aveva quindi portato a uno svuotamento dei partiti centristi. Il consenso dei moderati e della destra, come preannunciato dalle consultazioni capitoline, si era riversato sulla Democrazia Cristiana, segnando la fine del qualunquismo. La campagna anticomunista aveva avuto, quindi, come primo risultato la scelta del voto utile

Se può non stupire la fuoriuscita di voti dal Fronte verso l’area di centrosinistra, segno comunque del fallimento di Nenni come “garante democratico” delle sinistre, può colpire il 3% dei consensi che passa dal Fronte alla DC. 

Anche le preferenze indicarono una nettissima vittoria di De Gasperi sul Fronte popolare. A Roma, ad esempio, il leader della Democrazia Cristiana ottenne 285.000 preferenze contro le 97.000 di Togliatti e le 57.000 di Nenni.

Variazioni del risultato del Fronte rispetto alle precedenti elezioni (verde: aumento, rosso: calo). Fonte: https://www.youtrend.it/m/mappa-elettorale/index.html#/c/1948-04-18/p/italy

 

Il Fronte aveva perso rovinosamente le elezioni tenendo solo in alcune aree e guadagnando qualcosa al sud. Il crollo di consensi al nord, proprio dove i due leader avevano puntato maggiormente, indicava l’errore commesso nello scegliere il proprio posizionamento e la strategia da seguire. Forse, fermi all’Italia della liberazione, non avevano percepito che il “vento del nord” andava affievolendosi. Vinto il desiderio di libertà, la povertà aveva lasciato solo un desidero di tranquillità e benessere.  

 

Bibliografia

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Sitografia

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http://w2.vatican.va/content/pius-xii/it

https://avanti.senato.it/avanti/

https://archivio.unita.news/

https://patrimonio.archivioluce.com

https://www.youtube.com/watch?v=FKwvzppxaTA 

http://www.novecento.org/dossier/italia-didattica/le-elezioni-del-1948-e-la-demonizzazione-dellavversario-politico/

http://pinocchio-e-pinocchiate.blogspot.com/2012/07/pinocchio-anticomunista-elezioni-del.html

 

Indice delle illustrazioni

Leonardo Buccione

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