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Unione Europea

Il coronavirus penalizza i partiti populisti?

Con l’emergenza Coronavirus crescono i partiti di governo e perdono consenso quelli all’opposizione. Ma cosa succede ai partiti cosiddetti “populisti”?

Dall’inizio dell’emergenza Coronavirus i leader dei maggiori Paesi europei hanno visto crescere i propri consensi grazie all’effetto “rally around the flag” (letteralmente lo “stringersi intorno alla bandiera”) che ha spinto i cittadini dei paesi più colpiti dalla pandemia a raccogliersi intorno ai propri leader, nella speranza che questi ultimi riescano a risolvere la crisi. Ne avevamo parlato qualche giorno fa in questo articolo, notando come si trattasse di un fenomeno piuttosto comune in tempi di emergenza, poiché il sentimento di unità nazionale rinvigorisce e di conseguenza cresce anche l’unità intorno al governo. È forse questo uno dei motivi per cui nelle ultime settimane non se la passano così bene i partiti di opposizione, in particolare quelli più estremisti cosiddetti “populisti”?

Le definizioni di populismo

Al fine di osservare l’andamento dei partiti “populisti”, è necessario in primis comprendere quali di essi possano essere definiti tali. Cosa vuol dire populismo, e come si possono classificare i partiti populisti? Diversi studiosi hanno elaborato definizioni del termine; tra le più efficaci troviamo quelle di Cas Mudde e di Taggart & Szczerbiak. Di seguito, le loro definizioni di “partiti populisti”, “partiti populisti di destra”, “partiti populisti di sinistra” e “partiti euroscettici”:

Partiti populisti: “Partiti che sostengono un insieme di idee secondo cui la società è divisa in due gruppi omogenei e antagonisti, “il popolo puro” contro “l’élite corrotta”, e che sostengono che la politica dovrebbe essere un’espressione del volontà generale del popolo.” Cas Mudde, 2004

Partiti populisti di destra: “Partiti di ispirazione nativista, quell’ideologia secondo cui gli stati dovrebbero essere abitati esclusivamente da membri del gruppo nativo e che elementi non nativi stiano fondamentalmente minacciando lo stato nazionale omogeneo; e autoritaria, cioè l’idea di una società rigorosamente ordinata nella quale le violazioni dell’autorità devono essere punite severamente.” Cas Mudde, 2007

Partiti populisti di sinistra: “Partiti che rifiutano la struttura socioeconomica di base del capitalismo contemporaneo e sostengono strutture economiche e di potere alternative. Considerano la disuguaglianza economica come la base degli accordi politici e sociali esistenti, e chiedono un’importante ridistribuzione da parte delle risorse dalle élite politiche esistenti. Cas Mudde, 2007

Partiti euroscettici: “Partiti che esprimono l’idea di un’opposizione contingente o qualificata, oltre a incorporare un’opposizione diretta e non qualificata al processo di integrazione europea. Ciò include sia l'”euroscetticismo duro” – il totale rifiuto dell’intero progetto di integrazione politica ed economica europea e l’opposizione all’adesione o all’appartenenza del proprio paese all’Unione Europea – e “l’euroscetticismo debole”, l’opposizione contingente o qualificata all’integrazione europea.” Taggart & Szczerbiak, 2004

Chi sale e chi scende

Sulla base di questa impostazione, abbiamo selezionato i partiti classificati nella categoria “populisti” (sia di destra, sia di sinistra) della Popu-List, una lista stilata da studiosi tra cui gli stessi Mudde e Taggart per individuare e descrivere i partiti populisti in Europa. Di quelli presenti nei parlamenti di alcuni Paesi europei rappresentativi di ogni area geografica, abbiamo quindi raccolto le medie dei sondaggi elaborate da Politico nei suoi “Poll of Polls”, potendo notare come quasi tutti abbiano perso tra gli 1 e i 4 punti percentuali nel giro di un paio di mesi dall’inizio della pandemia di Coronavirus.

Le uniche evidenti eccezioni sono il PiS, partito nazionalista polacco al governo dal 2015, che in due mesi avrebbe guadagnato 5 punti percentuali portandosi al 46%, e Fidesz, guidato dal presidente ungherese Viktor Orbán, in crescita del 2% e ora al 52% nei sondaggi. Forse proprio perché al governo, questi due partiti potrebbero in fin dei conti beneficiare dell’effetto “rally around the flag”.

Il Movimento 5 Stelle, definito dalla Popu-List come partito populista euroscettico e al governo in Italia insieme al Pd, non registra particolari flessioni negative, e dopo aver toccato il 14% a marzo (la percentuale più bassa dal 2013 a oggi) nelle ultime due settimane sarebbe in leggera risalita (+1%). Altra eccezione – come vedremo – è Fratelli d’Italia, che pur non essendo al governo guadagna due punti percentuali rispetto all’inizio di febbraio, portandosi al 13%.

La media dei sondaggi dal 1 gennaio al 15 aprile dei partiti populisti in Italia, Spagna, Polonia e Ungheria

Tutti gli altri partiti presi in considerazione hanno invece iniziato a perdere consensi a partire da febbraio, quando l’emergenza Coronavirus è iniziata in Italia e si è poi allargata anche agli altri paesi europei. La Lega di Matteo Salvini passa dal 31% del pre-pandemia all’attuale 29%, il dato più basso mai registrato da metà luglio 2018. I tedeschi di Alternative für Deutschland perdono invece circa 3 punti percentuali, attestandosi al 10% (rispetto al 13% di inizio marzo), lo stesso fanno gli spagnoli di Vox (dal 17% al 14%) e gli olandesi del PVV (da 19% a 16%). Più leggera è la flessione dei populisti di sinistra spagnoli di Podemos, che passano dal 13% al 12%.

La media dei sondaggi dal 1 gennaio al 15 aprile dei partiti populisti in Germania, Austria, Paesi Bassi, Svezia e Finlandia

In calo anche il Partito della Libertà Austriaco (FPÖ), l’unico, tuttavia, a rialzare la testa negli ultimi giorni: tra febbraio e inizio aprile era passato dal 13% all’11%, ma nelle ultime due settimane avrebbe recuperato circa un punto percentuale. Giù anche i populisti di destra scandinavi del PS in Finlandia (dal 23% al 20% tra febbraio e aprile) e dei Democratici Svedesi in Svezia (dal 24% al 22%), Paese, quest’ultimo, dove il governo composto da Socialdemocratici e Verdi ha deciso di tentare un approccio diverso da quello degli altri paesi e non dichiarare lo stato di “lockdown”.

Perché il calo?

Benché sia difficile indicare le precise cause del declino dei partiti populisti europei e stabilire se si tratti di un fenomeno momentaneo o di lunga durata, è possibile azzardare alcune ipotesi. La prima è che un calo sarebbe fisiologico, dato che, come si nota nel grafico qui sotto, quasi tutti i leader di governo e i relativi partiti stanno giovando di un boom di popolarità che di conseguenza sottrarrebbe consensi ai populisti. Tuttavia c’è una eccezione: in Italia, il calo della Lega sembrerebbe giovare maggiormente a Fratelli d’Italia (+2% dall’inizio di febbraio) rispetto a Pd e Movimento 5 Stelle, ma si tratta di un caso pressoché isolato.

In quasi tutti gli altri Paesi, infatti, regge l’ipotesi iniziale, vale a dire quella di un travaso di consensi a favore dei partiti di governo, ancora meglio se partiti tradizionali e più moderati. Un trend confermato dai grafici contenuti in questo articolo, che oltre a dimostrare il decremento di popolarità dei populisti, conferma il particolare stato di forma dei partiti che esprimono il primo ministro nei rispettivi paesi. Crescono infatti vertiginosamente dall’inizio di febbraio i popolari della CDU-CSU in Germania (+10%), dell’ÖVP in Austria (+5%) e del VVD nei Paesi Bassi (+9%), ma anche i socialdemocratici dello PSOE in Spagna (+3%), del SAP in Svezia (+2%) e del SDP in Finlandia (+4%).

La media dei sondaggi dal 1 gennaio al 15 aprile dei partiti “tradizionali” che esprimono il primo ministro in Spagna, Germania, Austria, Paesi Bassi, Svezia e Finlandia

A favore della crescita nei sondaggi dei partiti di governo giocherebbe un ruolo fondamentale il senso di unità di cui abbiamo detto, che oltre a favorire gli esecutivi starebbe però anche svuotando le retoriche divisive e polarizzanti tipiche dei partiti populisti. Come riporta un articolo pubblicato su Foreign Policy, infatti, quest’ultimi non avrebbero più i consueti nemici da incolpare, siano essi le élite o gli immigrati, dato che la pandemia di Coronavirus non è di fatto attribuibile ad alcun nemico.

Di conseguenza, il messaggio dei populisti ne sta uscendo momentaneamente indebolito, ma la crisi economica che deriverà dall’emergenza potrebbe rilanciarlo per trasformare questi partiti in movimenti di ispirazione egualmente o più nazionalista e sovranista, come dimostra già ora il caso italiano di Fratelli d’Italia, che sembra guadagnare ciò che perde la Lega. Se cresce il senso di unità, infatti, crescono anche le tendenze nazionaliste ed euroscettiche, che potranno essere facilmente sfruttate nel dopo pandemia.

Inoltre, come abbiamo visto, in Polonia e Ungheria, dove gli stessi populisti sono al governo, il calo nei sondaggi non c’è stato e i partiti che guidano i rispettivi esecutivi sono cresciuti di percentuali in linea con i corrispettivi europei che hanno beneficiato allo stesso modo dell’effetto rally around the flag (anche se in misura minore rispetto ai partiti di governo in Germania e Paesi Bassi). Nel caso dell’Ungheria lo stato di emergenza ha addirittura rafforzato le tendenze autoritarie di Viktor Orbán, che sfruttando lo stato di emergenza si è fatto attribuire pieni poteri dal Parlamento, confermando quali effetti possano produrre condizioni di crisi sociale, indebolimento delle istituzioni europee presso le opinioni pubbliche e una certa conflittualità internazionale derivante da pulsioni protezionistiche.

Gianluca De Feo

Trentino, grande appassionato di politica americana ed europea. Vive in Italia ma studia politica e storia del Nord America alla Freie Universität Berlin.

2 commenti

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  • Il (sotto)titolo è abbastanza fuorviante: i casi polacco e ungherese (e pentastellato) dimostrano che non c’entra il “populismo”, ma chi sta o meno al Governo.
    Non sarebbe stato meglio evidenziare, invece, l’ulteriore conferma del fenomeno “rallying-around-the-flag”?
    Per i resto ottimo articolo, spero anzi che sia fatta una verifica sul “dopo”, ovvero sul secondo assunto dell’articolo di FP: l’effetto-bandiera dura poco (vedi Hollander 2017 e Churchill 1945).

  • Da qualche tempo la percezione é un indicatore di come i cittadini la pensano.
    Credo che in conseguenza della situazione che stiamo vivendo oggi, stia prevalendo la ragione sull’emozione.
    Domani, , ma soprattutto quando verrà presentato il nuovo DEF , prevarrà di nuovo l’emozione sulla ragione.

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