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Si fa presto a dire proporzionale…

Dopo il taglio dei parlamentari si torna a parlare di riforma elettorale. Tra le ipotesi sul tavolo, il ritorno ad un sistema proporzionale. Già, ma quale?

La recente riforma della Costituzione ha ridotto il numero di parlamentari di oltre un terzo. La nuova composizione delle Camere, e in particolar modo del Senato, avrà inevitabili ripercussioni di natura elettorale. Il nuovo articolo 57 Cost. modificato dalla riforma stabilisce la riduzione del numero di senatori da 315 a 200, confermando l’elezione degli stessi su base regionale.

Nella prossima legislatura – a meno che non venga indetto un referendum confermativo e che in quella sede vincano i ‘No’ alla riforma – i membri del Senato saranno eletti nell’ambito di molte circoscrizioni piccole o medie: 10 regioni su 20 avranno diritto a eleggere un numero di senatori pari o inferiore a 5. Soltanto una regione, la Lombardia, ne eleggerà più di 20.

Come sa bene chiunque abbia un po’ di familiarità con i sistemi elettorali, più è bassa la magnitudo di una circoscrizione (cioè il numero di membri da eleggere), più è alta la possibilità che i partiti piccoli e medi non riescano a ottenere alcuna rappresentanza, poiché si viene a creare una soglia di sbarramento “implicita” molto alta.

La legge elettorale vigente amplifica ulteriormente questo effetto. Il Rosatellum infatti prevede che oltre un terzo dei seggi in ciascun ramo del Parlamento venga eletto attraverso il maggioritario nell’ambito di collegi uninominali, che in seguito alla riforma saranno 147 alla Camera e 74 al Senato.



Proprio al Senato, infatti, dopo il taglio dei parlamentari il numero di seggi da eleggere attraverso il proporzionale diventerà ulteriormente esiguo in gran parte delle regioni: fino a 3 in dieci regioni, e 10 o poco più soltanto in quelle più popolose. Perfino in Campania (la regione che eleggerà più senatori dopo la Lombardia) per ottenere un seggio potrebbe essere necessario conquistare oltre il 5% dei voti in ambito regionale. Anche per queste ragioni, alcuni esponenti della maggioranza di Governo hanno ventilato l’ipotesi di istituire, per il Senato, l’elezione su base pluri-regionale, oppure di reintrodurre, dopo oltre 25 anni, un sistema interamente proporzionale, senza premi di maggioranza.

Tuttavia, parlare genericamente di “sistema proporzionale”, senza ulteriori specificazioni, non favorisce la comprensione degli esiti di una possibile riforma elettorale: l’adozione di soglie di sbarramento o l’ambito territoriale di assegnazione dei seggi possono infatti produrre sistemi molto disproporzionali, nei quali il divario tra la percentuale dei voti e la quota dei seggi ottenuti da ciascuna forza politica diventa anche molto rilevante.

Simulazione con diversi sistemi proporzionali

Abbiamo già visto, pochi giorni fa, una simulazione degli scenari elettorali basata sulla riduzione del numero dei parlamentari, sia con il sistema elettorale vigente che con un eventuale proporzionale con soglia di sbarramento al 4%. Qui amplieremo l’analisi simulando la configurazione del Parlamento in base a una pluralità di sistemi proporzionali. Combinando gli elementi tecnici dei sistemi elettorali (soglie di sbarramento, ampiezza delle circoscrizioni e formula elettorale) è infatti possibile ottenere esiti molto differenti in termini di disproporzionalità e – di conseguenza – la formazione di maggioranze parlamentari differenti.

Sono prese in esame tre variabili: l’ambito di attribuzione dei seggi (nazionale o circoscrizionale, ma al Senato l’assegnazione nel collegio unico nazionale è – per ora – esclusa per esplicita previsione costituzionale); la soglia di sbarramento (3% o 4%; applicata a livello nazionale oppure circoscrizionale; nessuna soglia); e infine la formula elettorale (quoziente Hare o divisore D’Hondt). La combinazione di questi elementi fornisce 16 diversi sistemi elettorali alla Camera (escludendo le combinazioni dove l’assegnazione dei seggi a livello nazionale si accompagna a uno sbarramento circoscrizionale) e 10 al Senato. La simulazione è basata sui risultati delle elezioni politiche 2018 e non prevede le coalizioni pre-elettorali.

Camera dei deputati

Le differenze tra i 16 sistemi impiegati sono molto rilevanti in termini di disproporzionalità. La combinazione n. 1, nella quale all’assegnazione dei seggi a livello nazionale si accompagna la formula elettorale del quoziente Hare e l’assenza di qualsivoglia soglia di sbarramento, fornisce risultati puramente proporzionali, come si evince dal basso valore dell’indice di Gallagher (indicato con la formula “LSq” e che misura la proporzionalità tra voti e seggi), dall’altissimo numero di partiti che ottengono una rappresentanza, nonché dal margine di seggi ridotto o persino nullo che possono vantare le due possibili maggioranze M5S-PD (206 sui 400 totali) e M5S-Lega (200 su 400).

All’opposto, la combinazione n. 16 (attribuzione dei seggi a livello circoscrizionale, sbarramento al 4% e formula d’Hondt) non solo riduce a 5 i partiti che accedono alla Camera, ma soprattutto sovra-rappresenta quelli maggiori attribuendo 248 seggi a una eventuale coalizione giallo-rossa e 241 ad una giallo-verde. Tra questi due estremi si situano 14 combinazioni intermedie, tutte accomunate dalla presenza di un numero di seggi sufficiente ad assicurare una maggioranza al Movimento 5 Stelle alleato ad una forza politica a scelta tra Partito Democratico e Lega.


Senato della Repubblica

Poiché, come si è detto, la Costituzione attuale impone che al Senato l’attribuzione dei seggi avvenga su base regionale, le variabili che si combinano in questo caso sono soltanto la soglia di sbarramento e la formula elettorale, per un totale di 10 diverse combinazioni. Anche qui, in tutti i casi è possibile la formazione di una maggioranza tra il Movimento 5 Stelle e una forza tra PD e Lega. L’impossibilità di attribuire i seggi in un collegio unico nazionale riduce il numero di partiti rappresentati da un minimo di 5 a un massimo di 7 (Liberi e Uguali e Più Europa ottengono da 2 a 10 seggi complessivamente, a seconda delle combinazioni), ed è sufficiente adottare una formula elettorale “severa” come il metodo D’Hondt per garantire un buon margine di maggioranza alla coalizione di Governo (almeno 26 seggi a una coalizione giallo-rossa e 19 a una giallo-verde).


L’ipotesi spagnola

L’adozione di una legge elettorale che ricalchi il sistema spagnolo è molto discussa negli ambienti parlamentari. Si tratta di un proporzionale con attribuzione dei seggi su base circoscrizionale (la gran parte delle circoscrizioni spagnole è ritagliata sulle province ed elegge pochi deputati), una soglia di sbarramento del 3% applicata anch’essa su base circoscrizionale – e che produce effetti praticamente solo nelle circoscrizioni “giganti” di Madrid e di Barcellona – e la formula elettorale D’Hondt. Coincide sostanzialmente con la combinazione n. 12 delle tabelle sopra esposte.

Che cosa accadrebbe in Italia con questo sistema? In primo luogo, qualunque sia l’alleato del M5S, il governo sarebbe blindato: 42 seggi di vantaggio alla Camera e 27 al Senato per l’ipotesi giallo-rossa, 37 e 20 rispettivamente per quella giallo-verde. La forte disproporzionalità del sistema non impedisce una pur minima rappresentanza delle forze più piccole: l’assenza di uno sbarramento nazionale permette a Noi con l’Italia-Udc, Più Europa e Liberi e Uguali di ottenere una sorta di diritto di tribuna alla Camera: rispettivamente 1, 3 e 5 seggi, tutti ottenuti nelle circoscrizioni più ampie. Questo sistema penalizza fortemente le forze politiche che superano – seppur di poco – un’eventuale soglia di sbarramento. È il caso di Fratelli d’Italia, che con il proporzionale d’ispirazione spagnola otterrebbe solo 8 seggi alla Camera e 2 al Senato, laddove con un’attribuzione dei seggi nel collegio nazionale e uno sbarramento non più alto del 4% godrebbe di una consistenza parlamentare ben più nutrita.

In definitiva, nel quadro di un sistema politico non eccessivamente frammentato come quello emerso dalle elezioni politiche 2018, tutti i possibili sistemi proporzionali consentirebbero la formazione di un governo di coalizione composto da due soli partiti, con margini di maggioranza anche molto solidi qualora si optasse per le combinazioni che sovra-rappresentano le forze politiche con i consensi maggiori.

Marco Giannatiempo

Dottore di ricerca in Politiche Pubbliche. Sostenitore della democrazia dei partiti. Salernitano di nascita e di fede calcistica.

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