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Presidenziali in Afghanistan: Ghani in cerca della riconferma

Qualora il Presidente uscente non ottenesse la maggioranza assoluta, si profilererebbe un ballottaggio contro Abdullah come nel 2014.

Questa mattina sono stati aperti i seggi per le elezioni presidenziali in Afghanistan, fissate per la giornata odierna dopo una serie di rinvii da parte della Commissione Elettorale Indipendente (IEC) dovuti soprattutto a problemi di sicurezza nel Paese.

 

Lo scenario

Sono 9,6 milioni gli elettori con diritto di voto e circa 5 mila i seggi elettorali sparsi per il Paese, che in base all’ora locale sono stati aperti oggi alle 7 e hanno chiuso alle 15. Vista la tensione altissima e le minacce di attentati da parte dei talebani, il governo afghano ha schierato 72 mila soldati al fine di far rispettare il diritto di chi è voluto andare a votare (ma arrivano già notizie dei primi attacchi di questa mattina).

Inoltre, in Afghanistan rimane ancora di stanza la Resolute Support Mission (RSM), una missione della NATO che si occupa di addestramento delle forze militari e dell’ordine locali, grazie a 17 mila unità di 39 nazionalità diverse. La RSM conta 800 militari italiani (collocati a Herat, nella parte ovest del Paese), oltre a contingenti tedeschi, turchi e, ovviamente, statunitensi.

Si ricandida il presidente uscente Ashraf Ghani, dopo cinque anni di mandato. Antropologo di formazione e con una carriera accademica negli Stati Uniti, Ghani è dentro la politica del suo Paese dalla caduta del regime dei talebani nel 2001. Ha partecipato alle elezioni presidenziali del 2009 arrivando quarto con il3 % dei voti, riprovandoci successivamente nel 2014 e vincendo al secondo turno contro Abdullah Abdullah. Quest’ultimo è l’altro contendente che può aspirare almeno ad arrivare al ballottaggio, riproponendo esattamente la sfida di cinque anni fa.

Ma, come abbiamo già accennato, la variabile più importante che sta già in queste ore caratterizzando il processo elettorale è l’attività dei gruppi talebani che si stanno muovendo in massa verso la capitale e che hanno minacciato attentati nei luoghi dove saranno allestiti i seggi.

Dal momento che l’esercito regolare afghano ha serie difficoltà a controllare tutto il territorio nazionale, nella capitale Kabul sono stati allestiti diversi seggi che sostituiranno quelli di alcune parti del territorio che sono oggi completamente controllate dalle milizie talebane.

Garantire l’ordine è molto complicato da parte delle forze di polizia: decine di attentati si sono già susseguiti dall’inizio dell’anno, con i più gravi avvenuti il 17 settembre scorso durante un’iniziativa elettorale del comitato di Ghani nella provincia settentrionale di Parwan, con 26 morti e 42 feriti, e con un attacco vicino all’ambasciata statunitense e agli uffici del Ministero della Difesa nella capitale, con 22 morti e circa 38 feriti.

 

 

Al centro del dibattito pubblico in questa campagna elettorale c’è stata sicuramente la decisione improvvisa del Presidente statunitense Donald Trump di interrompere i negoziati che si stavano conducendo con i gruppi talebani. Era atteso addirittura un incontro tra i capi delle milizie islamiche a Camp David, dove si sarebbe discussa una pace che si rincorre ormai da vent’anni, ma a causa di un attentato in cui sono morti dei soldati statunitensi, Trump ha interrotto improvvisamente il dialogo con un tweet.

 

 

 

La cosa più probabile è che chi stava portando avanti il negoziato si sia reso conto che gli stessi rappresentanti dei principali gruppi talebani non avessero in realtà il totale controllo su tutti i miliziani, e che i gruppi più intransigenti di questi stessero continuando con gli attacchi perché contrari a scendere a patti con gli USA.

 

Cosa dobbiamo aspettarci

A urne già chiuse gli scenari più probabili sono sostanzialmente due: una vittoria schiacciante di uno dei due candidati (più probabile quella del presidente uscente Ghani), oppure un testa a testa che costringerebbe a un secondo turno, come accadde nel 2014. In questo caso, è probabile che la parte sconfitta cercherà di delegittimare la vittoria dell’altro sollevando il dubbio di brogli elettorali.

In questa seconda ipotesi sarà determinante fare appello al senso di responsabilità delle parti in causa per evitare che si torni in una guerra civile mai veramente assopita, causata soprattutto dalle profonde differenze etniche che storicamente hanno sempre creato tensioni. Dopo le elezioni del 2014, proprio per evitare ulteriori scontri, Ghani ha concesso l’istituzione ex novo della carica di Capo dell’Esecutivo assegnandola proprio ad Abdullah.

Queste elezioni si prospettano dunque difficilissime, con un futuro quanto mai incerto e in uno dei Paesi meno sicuri nei quali vivere, ma che cerca di uscire faticosamente da un turbinio di violenze e di instabilità che dura almeno dal 2001.

Giovanni Pigatto

Una passione per la politica e per la storia. Scrive di Africa e cura il podcast "Ab origine" su storia, politica e società del continente nero.
Una laurea in lettere moderne a Trento e tanta voglia ancora di imparare.

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