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Sondaggi Spagna

Il punto sulla Spagna: fallimento Sánchez, si torna a elezioni anticipate?

Se non nascerà un governo entro il 23 settembre gli spagnoli torneranno alle urne in autunno.

Il Parlamento spagnolo, rinnovato con le elezioni del 28 aprile scorso, non ha dato la fiducia a Pedro Sánchez: il leader del PSOE e premier uscente, infatti, ha perso entrambe le votazioni al Congresso dei deputati del 23 e del 25 luglio. Nel secondo turno, peraltro, sarebbe bastata una maggioranza relativa, ma i 123 seggi conquistati dai socialisti ad aprile non sono stati sufficienti per via soprattutto del mancato accordo con Podemos.

Come prevede la Costituzione spagnola, c’è ora tempo fino al 23 settembre per trovare un nuovo accordo che assicuri a una personalità (non necessariamente Sánchez) una maggioranza tale da poter formare un governo. Se ciò non dovesse accadere, il 24 settembre Re Felipe VI scioglierà le Cortes e chiamerà il popolo alle urne, per la quarta volta in poco meno di quattro anni: si tratterebbe di un chiaro segnale di quanto la politica spagnola sia frammentata e costretta in un guado di instabilità dal quale sembrerebbe proprio non riuscire a riemergere.

Il mancato accordo tra Sánchez e Iglesias

Questa volta per evitare lo stallo istituzionale sarebbe bastato un accordo tra PSOE e Podemos. Tuttavia, non solo non è stata raggiunta un’intesa, ma i rapporti tra le due maggiori forze politiche di sinistra si sono sempre più incrinati. Lo scontro, peraltro, non si è generato tanto sulla parte programmatica, quanto piuttosto sulle cariche ministeriali: i socialisti, infatti, avevano proposto di inserire nell’esecutivo Sánchez dei tecnici vicini alle idee del movimento di Pablo Iglesias, ma non gli esponenti del partito. In tutta risposta, in una dichiarazione al quotidiano El País, Iglesias aveva definito questa soluzione una vera e propria “mancanza di rispetto” verso Podemos e verso i suoi elettori, chiudendo così le porte al PSOE.

Dal canto suo, Sánchez pesava la forza del proprio potere contrattuale in base alla maggioranza relativa dei seggi ottenuta dal suo partito (123 contro i 42 di Podemos, su un totale di 350), e puntava a ottenere l’investitura senza i voti degli indipendentisti catalani. Infatti, proprio a causa dell’appoggio delle sigle dei catalani nel precedente governo, Sánchez aveva ricevuto pesanti attacchi dalle forze di destra, che miravano a dipingerlo agli occhi dell’opinione pubblica come un nemico della sua stessa nazione. Inoltre, la posizione di Iglesias sulla questione catalana, a favore di un referendum vincolante sull’indipendenza, aveva un peso impossibile da sottovalutare.

L’esito della votazione nel Congresso dei deputati, pertanto, sembrava quasi scontato quando, pochi giorni prima, Iglesias aveva deciso di fare un passo di lato: in un video pubblicato su Twitter, il leader di Podemos dichiarava infatti che non sarebbe stato un problema per lui rimanere fuori dall’esecutivo. Ma la convergenza sulle nomine era ancora lontana, e la negoziazione così si spostava su un altro nome, simbolico quanto fondamentale: quello di Irene Montero (capogruppo in Parlamento di Podemos e compagna dello stesso Iglesias).

Pedro Sánchez nel discorso al Parlamento aveva sottolineato come la scelta non fosse tra sinistra e destra, ma tra il dare al paese un governo o lasciarlo ancora orfano di una guida. Aveva parlato anche di ambiente, lotta alle disuguaglianze e lavoro, tutti temi cari anche alla sinistra di Podemos. Ma con 124 voti favorevoli, 155 contrari e 67 astenuti, Sánchez ha perso anche il secondo voto di investitura.

Sánchez, così, non ha perso l’occasione per attribuire a Podemos la mancata nascita del governo. Il partito di Iglesias è quindi, ora più che mai, in una situazione delicatissima: da un lato c’è la rottura – oramai quasi insanabile – con i socialisti, e dall’altro ci sono le schermaglie interne. Questi screzi interni si sono già manifestati a gennaio con la fuoriuscita di Íñigo Errejón (ex numero due del partito), ma si sono fatti più forti poche settimane fa dopo il sondaggio interno voluto da Iglesias sul governo di coalizione col PSOE, che non prevedeva una terza via di compromesso diversa da un sì o un no al governo con Sánchez.

I trend degli ultimi 3 mesi

E così, se davvero si dovesse ritornare alle urne, la data più probabile sarebbe quella del 10 novembre. Diamo allora, con questa nuova possibilità in vista, un’occhiata all’andamento dei partiti, senza peraltro dimenticare la possibilità che Errejon presenti un nuovo simbolo di sinistra in alternativa a Podemos.

Come si può osservare, il prolungato stallo politico e istituzionale sta giovando in termini di consensi al PSOE, il quale nel mese di luglio si attesterebbe al 33,7%. In questo modo, il partito di Sánchez è diventato un vero e proprio punto di riferimento del centrosinistra ed ha acquisito un maggior potere contrattuale nelle trattative per il nuovo governo. Sempre a sinistra, Podemos alle europee ha recuperato una piccola porzione di consensi persi negli ultimi mesi e si attesterebbe ora al 13%.

Inoltre, il Partido Popular sarebbe ora al 18,2%: nonostante lo storico crollo dei consensi nell’ultimo anno, il partito è riuscito a non farsi sorpassare dai centristi di Ciudadanos, conservando per sé il ruolo di maggiore forza di opposizione al PSOE in un bipolarismo che comunque ormai è solo più un ricordo. In aggiunta a questo, il PP è l’unica forza che può dialogare sia con Vox che con Ciudadanos, e questo le garantirà un maggior peso politico nei prossimi mesi.

Un elettore su quattro di Ciudadanos si è pentito del proprio voto

In questo frangente di instabilità politica, l’istituto SigmaDos ha chiesto agli elettori dei cinque poli se si sono pentiti della scelta compiuta alle scorse elezioni legislative di aprile.

Più di un elettore su cinque di Ciudadanos, stando al sondaggio, ha dichiarato di essersi pentito del proprio voto, tenendo conto della situazione politica attuale. In effetti, il leader del partito Albert Rivera ha troncato ogni possibilità di formare un governo con il PSOE, avendo il timore di perdere i consensi provenienti da destra.

Il consenso dei leader politici: il dominio di Sánchez

La campagna elettorale e le conseguenti trattative hanno messo in risalto i leader dei cinque poli e le strategie da loro adottate. Dai dati provenienti dall’istituto SimpleLógica possiamo osservare l’evoluzione del gradimento di questi leader da inizio anno a oggi.

Nel complesso i leader progressisti sono più graditi rispetto ai liberal-conservatori. Il leader oggi maggiormente gradito dagli spagnoli è il premier uscente Pedro Sánchez (46,1%), seguito da Pablo Iglesias (26,7%). Il consenso verso Albert Rivera nell’ultimo mese è invece crollato di quasi sette punti percentuali, soprattutto per via della decisione – di cui si diceva prima – di non trattare con il premier uscente. Il 16% degli intervistati avrebbe fiducia nel nuovo leader popolare Pablo Casado, mentre solo uno spagnolo su dieci approverebbe il leader di Vox Santiago Abascal.

Alessandro Latterini

Laureato alla Cesare Alfieri di Firenze. Appassionato di politica da sempre.

Luca Magrone

Qui ci andrebbe una bella bio accattivante in cui parlo dei miei titoli di studio (una laurea in Lettere Moderne e un master alla Scuola Holden) e racconto della mia passione per l'analisi e la narrazione della politica. E magari aggiungerei che mi piacerebbe raccontare i fatti attraverso numeri e parole.

1 commento

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  • Podemos…il peggior partito mai esistito in Europa, secondo solo a quelli degli anni 30. Il suo capo, ridicolo nell’aspetto e nei contenuti (si tagliasse i capelli e la barba e soprattuto SMETTESSE DI LAVORARE PER LA DISINTEGRAZIONE DELLA SUA NAZIONE!!) dovrebbero processarlo per alto tradimento e fargli fare la fine di quei 4 buffoni razzisti catalognani: o la galera o l’esilio in umiliazione. Ma prima lo stato si riprenda ogni centesimo dato a questi indegni rappresentanti di cittadini al quale andrebbe tolto il diritto di voto.

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