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India: al voto la “democrazia più grande del mondo”

Le elezioni parlamentari in India sono iniziate l’11 aprile e termineranno il 19 maggio. A sfidarsi sono il presidente uscente Narendra Modi e Rahul Gandhi.

Durerà più di un mese il lungo procedimento elettorale per eleggere la Lok Sabha (Camera del popolo), ovvero la camera bassa del Parlamento indiano. Quello che va in scena in India è un processo elettorale mastodontico: in occasione delle ultime elezioni del 2014 votò più di mezzo miliardo di elettori. Non a caso, formalmente si tratta dell democrazia più grande del mondo. Il tutto si concluderà il 23 maggio, quando avranno votato tutti gli stati federali e i territori. Solo allora si conteranno i voti e verranno proclamati i risultati.

Trattandosi di un paese nel pieno di una forte crescita demografica, quest’anno i numeri sono ancora più grandi della scorsa tornata: i cittadini iscritti alle liste elettorali sono circa 900 milioni.

Quando si voterà nei 548 collegi dell’India

Indipendente dal Regno Unito dal 1947, l’India è una repubblica federale parlamentare, suddivisa in 29 stati e 7 territori autonomi. Il Parlamento è composto da due camere: la camera bassa è la Lok Sahba (Camera del popolo) e la camera alta la Rajya Sahba (Camera degli stati). Come in Italia, al Parlamento spetta il compito di eleggere, insieme ai delegati regionali, il Presidente della Repubblica, che rimane in carica per cinque anni. Il Presidente nomina il primo ministro (che, a differenza che in Italia, deve necessariamente essere eletto in una delle camere) e il consiglio dei ministri.

La Costituzione indiana indica che la Rajya Sahba non può essere composta da più di 250 membri: 12 sono nominati direttamente dal Presidente della Repubblica e scelti per particolari meriti raggiunti in diversi ambiti, mentre i restanti 238 rappresentano gli stati federali e i territori. Questi ultimi sono eletti dalle rispettive assemblee legislative attraverso un metodo proporzionale che consente di esprimere un ordine di preferenze, simile al sistema elettorale australiano. I membri eletti restano in carica per sei anni e vengono rinnovati per un terzo ogni due anni (come negli USA).

La Lok Sahba, per la quale si sta votando in queste settimane, è invece composta da un massimo di 550 membri. Due membri sono riservati alla comunità anglo-indiana e possono essere nominati dal Presidente della Repubblica. I restanti sono eletti dai cittadini maggiorenni con diritto di voto con un sistema elettorale maggioritario a turno unico, basato su collegi uninominali.

Quanti seggi spettano a ogni stato federale/territorio autonomo

Nella camera bassa, eletta dai cittadini, ogni stato esprime un numero di rappresentanti proporzionale alla popolazione. Così, ad esempio, allo Uttar Pradesh spetteranno ben 80 membri, mentre ben nove Stati eleggeranno al Lok Sahba un solo rappresentante.

Questa forma di governo, combinata con questa legge elettorale di evidente ispirazione britannica, cercano di dare rappresentatività ad una nazione dalle dimensioni imponenti e con dei contesti territoriali molto diversi tra loro, sia sul piano politico che sociale. Il sistema politico dell’India è composto infatti da oltre mille partiti, molti dei quali hanno una forte caratterizzazione locale. Inoltre, un bicameralismo che dà alle due camere un ruolo quasi paritario, ma due diverse modalità di elezione, rappresenta una possibile fonte di instabilità. Se la camera bassa raggiunge la maggioranza il partito che ottiene 272 seggi, è possibile che la Camera degli stati sia composta da una maggioranza diversa.

Lo scenario

Il favorito di queste elezioni è il Presidente uscente Narendra Modi, che punta alla riconferma. Tutti i sondaggi e gli osservatori non mettono in dubbio una sua vittoria – sebbene, probabilmente, con un consenso inferiore rispetto a cinque anni fa.

Suo principale competitor è Rahul Gandhi, che ci riprova anche lui dopo il 2014 quando arrivò in seconda posizione con meno del 20% dei consensi.

Narendra Modi, classe 1950, già nel 2014 venne scelto come candidato di punta dal Bharatiya Janata Party (BJP). Il partito era reduce da due sconfitte, quelle del 2004 e del 2009, elezioni vinte dall’Indian National Congress (INC) rispettivamente con candidati Sonia Gandhi e con Manmohan Singh.

L’INC è il partito dell’influente famiglia Nehru-Gandhi, famosa per avere espresso altri presidenti indiani ed esponenti politici che hanno giocato un ruolo importante nelle vicende politiche in India.

Uno di questi, Jawaharlal Nehru, divenne il primo premier post-indipendenza e dopo il 1947 governò per quasi 17 anni. Un’altra fu la figlia Indira Gandhi, la prima donna a ricoprire la carica di primo ministro, che fu in carica ininterrottamente per 11 anni dal 1966 e poi ancora per altri cinque anni, dal 1980 al 1984 (anno del suo omicidio per mano delle sue stesse guardie del corpo).

Quest’anno è Rahul Gandhi, un altro membro della famiglia, a tentare l’impresa di scalzare Modi. Rahul è figlio di Sonia, che aveva origini italiane, essendo nata da Stefano e Paola Maino a Lusiana (VI) nel 1946. Rahul ha 48 anni e una carriera politica da predestinato: entrato in parlamento a 33 anni, scalò ben presto le gerarchie del suo partito diventandone uno dei membri più influenti e infine conquistandone la leadership. Ma il suo primo test da capo del partito (e candidato alla presidenza), nel 2014, non gli andò bene: l’INC ottenne il peggiore risultato di sempre, crollando a 59 seggi contro i 262 ottenuti nel 2009.

Mappa: i risultati delle elezioni 2014

I temi

Data la vastità e la grande diversità – sociale e territoriale – dell’India, è complicato individuare un unico tema che abbia caratterizzato la campagna elettorale.

In molti stati ci sono dei partiti territoriali molto forti e che cercano di dettare l’agenda ai partiti nazionali. Sicuramente il riacceso conflitto con il Pakistan sta tenendo banco soprattutto negli stati del nord, così come il dibattito sulla tassa denominata GST (Goods and Services Tax, simile alla nostra IVA ma divisa in cinque scaglioni). Sono in molti a criticare la complessità di questa tassa, che è una delle più alte del mondo sui consumi. Su questo Rahul Gandhi ha spesso attaccato il governo, chiamando questa tassa Gabbar Singh Tax, usando il nome di un personaggio di Bollywood molto noto: un brigante senza scrupoli dalla risata malefica.

Infine, tutti i partiti stanno insistendo molto sulla lotta alla corruzione, che è molto diffusa nelle istituzioni indiane: più di un parlamentare uscente su tre ha una grave condanna pendente (fonte: Association for Democratic Reforms).

Cosa dicono i sondaggi

I sondaggi annunciano una nuova vittoria di Narendra Modi e della sua coalizione, la National Democratic Alliance (NDA). Tuttavia, questa volta il distacco potrebbe essere inferiore rispetto alle elezioni del 2014. Secondo una media dei principali sondaggi, realizzata dall’India Today’s Political Stock Exchange (PSE), la coalizione di Modi si attesterebbe intorno al 41% dei consensi e conquisterebbe 277 seggi, 59 in meno rispetto al 2014. Dall’altra parte, Rahul Gandhi e la United Progressive Alliance (UPA) potrebbero raggiungere il 31% e ottenere 138 seggi (ben 79 in più rispetto alla precedente elezione).

Nel determinare l’entità del risultato finale, molto dipenderà dal consenso raccolto dai vari partiti esterni alle due principali coalizioni: un bacino elettorale piuttosto consistente: secondo i sondaggi, potrebbe raggiungere il 28% dei consensi e ben 128 seggi.

Per sapere il risultato definitivo delle elezioni non ci resta che attendere dunque il 23 maggio, dal momento che durante tutto il periodo delle votazioni sono vietati gli exit poll.

E rimarrà deluso anche chi vorrà affidarsi ad astrologi, tarocchi o indovini: la Sezione 126A del Representation of the People Act proibisce severamente anche queste pratiche, che potrebbero influenzare il voto nei territori dove ancora gli elettori devono recarsi alle urne.

 

Giovanni Pigatto

Una passione per la politica e per la storia. Scrive di Africa e cura il podcast "Ab origine" su storia, politica e società del continente nero.
Una laurea in lettere moderne a Trento e tanta voglia ancora di imparare.

Leonardo Buccione

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