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Haiti, i numeri dell’ennesima crisi

Il paese è nel caos a causa delle proteste contro il Governo. Ma quali sono le radici e i sintomi della crisi di Haiti?

Da un paio di settimane, e più precisamente dal 7 febbraio, Haiti è un paese bloccato. Uffici pubblici, esercizi commerciali, scuole, trasporti: tutto paralizzato a causa delle violente manifestazioni contro il governo, guidato dal Presidente Jovenel Moise e dal suo Primo Ministro, Jean-Henri Ceant. Ci sono state persino delle vittime: ad ora i morti sono – ufficialmente – una decina, ma in un Paese in cui anche il numero di abitanti non è del tutto certo, qualunque stima del numero delle vittime può essere, appunto, solo una stima. Facciamo dunque il punto su questa crisi, l’ennesima che attraversa il piccolo paese caraibico in cui in cui gli schiavi guadagnarono l’indipendenza ed instaurarono una Repubblica già nel 1804.

Popolazione e povertà

Haiti, spesso indicata come il paese più povero dell’emisfero occidentale, ha una popolazione stimata di circa 11 milioni di persone, di cui quasi il 40% vive in zone rurali e spesso mal collegate al resto del Paese. La quota di chi vive nei centri urbani sta però gradualmente crescendo negli anni.

Quasi 4 haitiani su 10 vive in zone rurali

Il PIL nominale del Paese è stato nel 2017 pari all’equivalente di 8,36 miliardi di dollari statunitensi, il che si traduce in un PIL pro capite di circa 760 dollari all’anno (circa 650 euro). L’aumento nominale del PIL negli ultimi anni, combinato con l’elevata crescita della popolazione, ha determinato una crescita del del PIL pro capite molto limitata, quando non addirittura nulla.

In azzurro, il PIL nominale di Haiti (in miliardi di dollari). In arancio, il PIL pro capite (in dollari)

Questi dati nascondono un livello di povertà diffusa che, stando alle ultime stime, interessa quasi il 60% della popolazione, con la povertà estrema che interessa ben il 25% degli haitiani (uno su quattro). Il coefficiente di Gini, un indicatore della diseguaglianza economica, è pari a 59,2. Un livello molto alto, dovuto al fatto che il 10% più ricco della popolazione riceve circa il 50% del reddito del Paese, mentre il 10% più povero non raggiunge l’1%.

Il governo Moise-Ceant

Jovenel Moise, ex imprenditore, ha vinto le elezioni presidenziali del 2016 come candidato del PHTK (la cui sigla, in creolo haitiano, vuol dire Partito Haitiano delle Teste Rasate e che può essere considerato di centro-destra), lo stesso partito del Presidente precedente, Michel Martelly (cantante, tornato nel frattempo ai suoi popolari concerti).

Le elezioni del 2016, dopo un primo tentativo annullato nel 2015 per mancanza di chiarezza sui risultati, hanno visto Moise (il cui motto elettorale “L’uomo della banana” era riferito alla sua piantagione di banane) vincere al primo turno, con oltre il 55% dei voti, in un contesto di generale calma e sostanziale accettazione dei risultati. I votanti, però, furono appena più di 1 milione, su oltre 6 milioni di cittadini iscritti al registro elettorale. Una partecipazione al voto, quindi, di appena il 18%, tra le più basse al mondo.

La Costituzione haitiana prevede una sorta di semi-presidenzialismo simile a quello francese. Il Presidente Moise ha quindi nominato Primo Ministro Jacques Guy Lafontant, personaggio praticamente sconosciuto alla pubblica opinione, ma ritenuto leale al Presidente, essendo stato già da anni suo medico personale.

Il governo Lafontant è durato fino al luglio 2018, distinguendosi per poche iniziative, tra cui quella della Carovana del Cambiamento, una serie di opere pubbliche di limitate dimensioni (e con poche risorse finanziarie a disposizione) promosse dal Governo nei vari dipartimenti del Paese. Travolto dalle proteste del luglio 2018 legate all’aumento del prezzo della benzina, Lafontant si è dimesso lasciando il posto a Jean-Herni Ceant, famoso notaio della capitale Port-au-Prince che aveva partecipato con scarso successo alle presidenziali del 2016 (raccogliendo solo 8.000 voti, ossia lo 0,75% del totale).

Le proteste

La prima ondata di violente proteste contro il presidente Moise si è scatenata nel luglio 2018, quando gruppi ben organizzati di manifestanti hanno eretto barricate (con copertoni infuocati, lancio di pietre e sporadico uso di armi da fuoco) in tutti i punti nevralgici della capitale, bloccandola per tre giorni consecutivi. Le proteste erano in quel caso legate al brusco aumento (di circa il 40%) del prezzo della benzina (controllato e ampiamente sussidiato dallo Stato). Al terzo giorno di proteste, Lafontant aveva deciso di gettare la spugna, cancellando la riforma del prezzo della benzina e offrendo le proprie dimissioni per riportare sotto controllo l’ordine pubblico, evidentemente sfuggito di mano alla polizia nazionale.

Altre proteste sono poi scoppiate in autunno, legate allo scandalo dei finanziamenti Petrocaribe (circa due miliardi di dollari di prestiti vantaggiosi offerti dal Venezuela). Un movimento di cittadini, soprattutto giovani, protesta infatti da mesi nelle strade del Paese per chiedere chiarezza sull’uso di questi fondi, i cui risultati in termini di sviluppo non risultano visibili. Un rapporto della Corte dei Conti dedicato alla questione si è rivelato piuttosto generico e non all’altezza delle richieste dei movimenti di protesta, che dal 7 febbraio bloccano di nuovo il Paese con violente manifestazioni, saccheggi e barricate, protestando anche contro il carovita, aggravato dal rapido deprezzamento della moneta locale, la Gourde.

Un’inflazione selvaggia

Le prospettive

Il Presidente Moise è apparso sulla televisione nazionale giovedè scorso. Il suo messaggio è stato forte e indignato contro i manifestanti e non ha offerto punti di trattativa concreti, lasciando nelle mani del Primo Ministro l’annuncio di una serie di provvedimenti tesi a placare gli animi. Ceant, infatti, ha poi annunciato una serie di misure volte a rasserenare la situazione. Tra queste, una stretta alle spese del suo staff, un’accelerazione sul processo ai responsabili del dossier Petrocaribe e la riduzione del prezzo del riso (senza spiegare come ottenerla).

Le prospettive rimangono dunque preoccupanti per i prossimi mesi, con la questione Petrocaribe irrisolta, un deficit crescente nei conti pubblici, il continuo deprezzamento della Gourde e un’inflazione galoppante che erode il potere d’acquisto di una popolazione già stremata dalla povertà. A ciò si aggiunga che ad ottobre sono previste le elezioni legislative, storicamente accompagnate da tensioni e violenze. Il 2019 ad Haiti si annuncia quindi incandescente.

Carmine Paolo De Salvo

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