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Italiani e Politica

Politica? Ne parlano sempre meno italiani

Quanto spesso parlano, gli italiani, di politica? La risposta più comune a questa domanda è: “sempre meno”. I numeri confermano la percezione, anche se, dal 2008, l’andamento è stato altalenante: proviamo ad analizzarlo insieme.


Quanto parlano di politica gli italiani? Per rispondere a questa domanda, semplice ma indicativa per capire il livello di interesse dei cittadini verso la vita pubblica, abbiamo preso in esame i dati Istat, in particolare quelli riferiti agli ultimi dieci anni (2008-2017). Dalla nascita del Governo Berlusconi IV ai primi mesi di quello Gentiloni. Confrontando il punto di partenza e quello di arrivo, emerge chiaramente il sempre minor interesse degli italiani nel discutere delle materie politiche. Da una parte si registra una piccola componente, il 5%, che vi si dedica una volta a settimana ed è sostanzialmente stabile nel tempo; dall’altra vi è un crollo di chi affronta l’argomento ogni giorno (dal 12% al 7,5%) e qualche volta a settimana (dal 25,6 al 20,8%). Davanti a questo scenario, e ad un aumento sostanziale di chi parla di politica con scarsa frequenza (una volta all’anno +5%, qualche volta al mese +1,7%), prevale nettamente la quota di chi non ne parla mai (il 34,6%).

Nel 2017 raggiunti i minimi dall’inizio della crisi

XVII legislatura: un disastro

Particolarmente interessante è il periodo 2011-2017. In contemporanea allo scoppio della crisi finanziaria e all’insediamento del Governo Monti si denota, infatti, un incremento  significativo dell’interesse degli italiani nei confronti della discussione politica, che continua sino all’avvento del Governo guidato da Enrico Letta nel 2013. Si tratta di una tendenza comprensibile: l’intensificarsi della discussione mediatica intorno ai provvedimenti del nuovo governo, la crisi economica e alcune riforme molto sentite dai cittadini – come quella del sistema pensionistico – hanno portato ad una maggiore attenzione (e preoccupazione) degli italiani. La campagna elettorale, tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013, ha quindi dato un’ulteriore, anche se momentanea, spinta alla discussione (non disponiamo dei dati 2018, ma è ipotizzabile sia avvenuto lo stesso).

Da questo momento in poi, però, la situazione si polarizza con sempre maggior sostanza e velocità. Ad una radicale diminuzione di chi affronta l’argomento ogni giorno corrisponde un aumento notevole di chi le evita del tutto. Dal 2013 al 2017 i “mai” sono cresciuti del 7,3%, mentre i “tutti i  giorni” e i “qualche volta a settimana” hanno perso rispettivamente il 7,7% (più che dimezzandosi) e il 7,3%. Sotto i Governi Letta e Renzi, quindi, i cittadini si sono allontanati dalla discussione politica. Una risultante che, con le dovute cautele, potrebbe dipendere principalmente da tre fattori, presi singolarmente o in combinazione: l’incapacità dei Governi di mettere al centro della loro agenda questioni politiche sentite dai cittadini, una crescente sfiducia e disaffezione verso la politica o, infine, una strategia comunicativa che non è stata in grado di coinvolgere e affascinare.

Tra il 2013 e il 2017 la politica è uscita dalle discussioni degli italiani


Gli uomini ne parlano più delle donne

Consideriamo, ora, alcuni fattori socio-demografici, per scoprire che gli uomini sono molto più propensi delle donne a porre al centro delle proprie discussioni la politica. La differenza è particolarmente marcata se si considerano tre categorie: coloro che non parlano mai di politica (42,3% le donne, 26,3% gli uomini), coloro che ne trattano qualche volta a settimana (16% contro il 25,8%) e infine chi ne fa un argomento della sua discussione quotidiana (5,5% contro il 9,6%).

Ciò che colpisce è l’estrema polarizzazione: se infatti guardiamo a chi affronta il tema con meno costanza (una volta a settimana, qualche volta al mese o all’anno), le percentuali tra donne e uomini sono molto simili. È quindi la parte più appassionata alla politica a venire meno nel mondo femminile, con una proporzionale crescita di chi, invece, non la considera minimamente.

Uomini


Donne

Più istruzione, più politica?

Analizzare invece la divisione basata sul titolo di studio ci permette di fare un’ulteriore considerazione. L’interesse degli italiani nella discussioni politiche è diminuito, a partire dal 2013, soprattutto tra chi ha un livello d’istruzione intermedio: di ben il 14,5% tra i diplomati e della stessa percentuale tra chi ha licenza media. Il calo è leggermente meno marcato tra i laureati (-10,6%). Con riferimento ai cittadini con un titolo d’istruzione di licenza elementare o sprovvisti del tutto di titoli possiamo osservare un dato interessante: non solo tra il 2012 e il 2013 erano coloro che avevano aumentato maggiormente la frequenza delle discussioni “politiche” (+7%), ma sono anche quelli che meno si sono disinteressati a partire dal 2013 (-9,2%). Rispetto al 2008, tutte le altre categorie perdono circa 10 punti, mentre quest’ultima solamente 4,6.

Il crollo colpisce in misura minore chi ha bassi livelli di istruzione

Chiaramente, diminuire la frequenza con cui si parla di tematiche politiche non significa né astenersi al momento del voto, né aver cambiato la propria preferenza partitica, ma può certamente essere sintomo, questo sì, di una certa delusione rispetto all’azione del proprio partito di riferimento. Affermazione che sembra essere in parte confermata dai risultati delle elezioni politiche del 2018, che hanno visto, per esempio, il Movimento 5 Stelle aumentare, soprattutto al Centro-Sud, il consenso tra l’elettorato più istruito.

Continuando con la nostra analisi, si afferma, con l’aumentare del titolo di studio, un maggiore interesse alla discussione politica. Riproponendo gli stessi dati in una forma grafica differente dalla precedente, la tendenza è evidente. Tra chi ha conseguito la licenza elementare o non è dotato di alcun titolo, sono solamente 32 su 100 le persone che trattano il tema almeno una volta al mese. Diventano 41 considerando la licenza di scuola media, 57 il diploma, e ben 71 se si guarda a chi è almeno laureato.

Se aumenta l’istruzione, cresce la frequenza della discussione politica

Gli under 35, un dato poco incoraggiante

E i giovani? Nella fascia dai 18 ai 35 anni la situazione è quantomeno poco incoraggiante. Tra il 2008 e il 2017 il numero di giovani che discute di politica almeno una volta a settimana è passato dall’essere il più numeroso (pesava per il 40,5% nel 2008) a essere ultimo per distacco (28,1%, nettamente sotto la media nazionale). Il gruppo dominante è quello di chi non ne parla mai (36,9%, oltre due punti sopra il dato generale), seguito da chi affronta l’argomento una volta al mese o qualche volta all’anno (33,1%).

Picco tra i “ritirati”, minimo tra i casalinghi

Se invece, infine, applichiamo il filtro dello stato occupazionale, come si evince dal grafico sottostante, l’argomento è importante tra i ritirati dal lavoro e gli occupati. Sono infatti le uniche categorie in cui si registra un “tasso di discussione” di almeno una volta al mese superiore al 50%.

Al contrario, bassissimo l’interesse per le tematiche del nostro quadro istituzionale tra le/i casalinghe/i (il 65,4% ha risposto mai, o qualche volta all’anno) e tra chi è in cerca del primo lavoro (63,2%). Infine, in una posizione intermedia ma tendente al negativo, gli studenti: 52,7 ragazzi su 100 non amano parlare di politica.

Un quadro molto diversificato



Andrea Viscardi

Classe 1988, laureato in Relazioni Internazionali alla LUISS, è da sempre appassionato di politica e comunicazione. Proprio negli anni di Roma fonda Europinione.it, di cui è responsabile sino al 2017. Ha trascorso la XVII legislatura come assistente del Presidente della Commissione Finanze e Tesoro del Senato, per poi approdare nel team di Quorum/Youtrend.

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