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Brasile, Presidenziali 2018

Il Brasile di Bolsonaro

La vittoria di Jair Bolsonaro in Brasile è stata netta e per molti versi annunciata. Ma è stata anche il frutto di divisioni profonde nella popolazione: sarà il presidente di tutti i brasiliani o solo di una parte?


Jair Messias Bolsonaro è il 42esimo Presidente del Brasile. Con il 55,2% dei voti validi ha sconfitto Fernando Haddad al ballottaggio. Una vittoria annunciata, per molti versi, eppure che merita di essere analizzata.

Vittoria annunciata

Perché annunciata? Perché i sondaggi della vigilia, realizzati dopo il primo turno (dove Bolsonaro aveva sfiorato la vittoria ottenendo il 46% dei voti e staccando Haddad di oltre 15 punti) non lasciavano spazio a incertezza: il vantaggio di Bolsonaro appariva sempre netto, e l’unica speranza di Haddad sarebbe stata quella di convincere tutti gli elettori orientati a non votare oppure indecisi.

Certo, avrebbe potuto verificarsi un evento imprevisto: un clamoroso, inaspettato ribaltamento proprio negli ultimi giorni prima del voto. E del resto i sondaggi non sono infallibili, per definizione. Ma in questo caso si sono rivelati quasi impeccabili, in un contesto non certo facile. In un paese con oltre 100 milioni di elettori, estremamente frammentato a livello sociale e con un sistema politico sclerotizzato e in costante mutamento, effettuare delle stime attendibili non è affatto semplice. I sondaggisti brasiliani hanno svolto, da questo punto di vista, un lavoro eccellente.

Che la vittoria di Bolsonaro fosse annunciata, in realtà, era piuttosto evidente già dai risultati del primo turno: con il 46% dei voti, e con una forte dispersione del voto tra i candidati giunti alle sue spalle (a cominciare da Haddad, fermatosi sotto il 30%), Bolsonaro non ha avuto nemmeno bisogno di studiare una particolare strategia per allargare il proprio bacino. Anche perché il suo competitor era l’espressione di un partito (il PT di Ignacio Lula e Dilma Roussef) al governo da troppi anni e invischiato in troppi scandali per non essere percepito come un pezzo di quell’establishment a cui il Brasile ha ormai voltato le spalle.

Nonostante ciò, non si può dire che Haddad abbia particolarmente demeritato: chiamato a ricoprire lo scomodo ruolo di candidato presidente del PT a pochi mesi dal voto – dopo la sentenza che aveva impedito definitivamente a Lula di (ri)candidarsi – ha dovuto prima di tutto rimediare al fortissimo gap di notorietà, obiettivo sul quale ha dovuto investire le sue prime settimane di campagna, per poi tentare di ridurre il più possibile l’enorme svantaggio accumulato nel frattempo nei confronti di Bolsonaro. Al ballottaggio Haddad è stato particolarmente competitivo, riuscendo a guadagnare 2 voti per ogni voto guadagnato da Bolsonaro rispetto al primo turno (quasi 16 milioni contro gli 8,5 milioni del rivale). Ma lo svantaggio iniziale era evidentemente troppo forte per essere colmato.

Dove ha vinto Bolsonaro

Le proporzioni nette, ma tutto sommato piuttosto equilibrate (55 a 45), della vittoria di Bolsonaro non raccontano l’intera storia. Il Brasile infatti è – come gli Stati Uniti d’America – un enorme stato federale, composto al suo interno di più stati fra loro diversissimi per dimensioni, geografia, fattori socio-economici e politici. E la cosa non poteva che riflettersi anche sul voto: la mappa del ballottaggio mostra un paese spaccato almeno in due parti, con diversi stati in cui Bolsonaro ha vinto con oltre il 70% e altri (nel nordest) in cui è stato invece Haddad a superare in più di un caso tale percentuale. Per fare un paragone con gli USA, nel 2016 Donald Trump ha superato il 70% solo in uno stato (il Wyoming, con il 70,1%), Hillary Clinton in nessuno (con l’eccezione del distretto di Washington DC dove la candidata democratica vinse con oltre il 90%).

La “frattura” non emerge soltanto guardando al voto degli stati. Vi è anche stata una – nettissima – divisione tra il Brasile più povero e quello più benestante. Bolsonaro ha vinto nel 97% delle città più ricche, e Haddad ha invece prevalso nel 98% di quelle più povere

Il dato conferma quello che era già emerso in occasione del 1° turno. Come si nota in questa elaborazione di El Pais, il successo di Bolsonaro nelle 10 città (con più di 100 mila abitanti) più ricche era già stato netto, così come quello di Haddad, per converso, nelle 11 città con il reddito medio inferiore.

 

Chi sono gli elettori di Bolsonaro?

Sempre dall’analisi di El Pais sul primo turno emergono delle correlazioni fortissime nel voto ai due principali candidati: quello a Bolsonaro è correlato positivamente, oltre che con il reddito, con la percentuale di bianchi sul totale della popolazione. Mentre lo è negativamente (e positivamente con il voto a Haddad) con la quota di cittadini a rischio povertà e con il tasso di analfabetismo.

Altre informazioni interessanti emergono dai dati dei sondaggi, che non si sono – ovviamente – limitati a indagare le intenzioni di voto. Secondo Datafolha, ad esempio, vi è un fortissimo gender gap nel sostegno a Bolsonaro, che è molto sbilanciato sugli uomini, mentre tra le donne si registrerebbe un sostanziale pareggio con Haddad. Il che, a pensarci bene, non sorprende viste le posizioni assunte da Bolsonaro in passato nei confronti delle donne.

Una situazione simile, ma riferita alla religione, si riscontra nel sondaggio condotto da Ibope: Bolsonaro gode di un sostegno molto superiore tra gli evangelici mentre si trova sostanzialmente alla pari con Haddad tra gli elettori cattolici.

Tutti con Bolsonaro?

In molti hanno sottolineato come Bolsonaro sia il presidente più a destra nella storia del Brasile, per via delle sue – innegabili – tendenze autoritarie: ci si riferisce, in questo caso, alle sue parole indulgenti verso la tortura o le espressioni offensive verso donne, neri e omosessuali, senza contare le nostalgie (o le minacce?) più o meno velate riferite alla dittatura militare. Ma il Brasile ha avuto un governo militare fino a non troppo tempo fa, e solo dal 1989 il popolo elegge il suo presidente attraverso elezioni dirette. Dopo i tre mandati di Collor de Mello e Fernando Cardoso, in Brasile si sono susseguiti ben quattro mandati (anzi, tre e mezzo visto che l’ultimo di Dilma Roussef si è concluso anzitempo con il suo impeachment) affidati a presidenti di sinistra appartenenti al Partito dei Lavoratori (PT). All’interno di una contestualizzazione di lungo periodo, un personaggio come Bolsonaro non sembra poi così estraneo alla storia e alla cultura politica del Brasile.

La tabella dei presidenti eletti in Brasile dal 1989 ad oggi, però, ci conferma ancora una volta che il Brasile non si è affidato totalmente a questa impostazione politica. Nonostante la netta (e annunciata) vittoria ottenuta domenica scorsa, dal punto di vista dei voti ottenuti sia in percentuale che in voti assoluti, Bolsonaro è tutt’ora un presidente meno votato di quanto lo fu Lula. Che, è vero, ha dato inizio a una vera e propria era politica che ha cambiato – nel bene e nel male – il volto del Brasile. Ma è ancora presto per dire se Bolsonaro riuscirà a fare lo stesso.

Salvatore Borghese

Laureato in Scienze di Governo e della comunicazione pubblica alla LUISS, diplomato alla London Summer School of Journalism e collaboratore di varie testate, tra cui «il Mattino» di Napoli e «il Fatto Quotidiano».
Cofondatore e caporedattore di YouTrend. È stato tra i soci fondatori della società di ricerca e consulenza Quorum e ha collaborato con il Centro Italiano di Studi Elettorali (CISE).
Nel tempo libero (quando ce l'ha) pratica aikido, tira con l'arco e corre sui go-kart. Un giorno imparerà anche a cucinare come si deve.

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