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La Germania tra centro e destra: dopo la Baviera, ecco l’Assia

In un’improvvisa fiammata d’interesse verso i destini politici della Baviera, anche in Italia ci si è interessati ed interrogati lungamente nelle ultime settimane sui risultati del voto nel grande Land fra le Alpi ed il Meno e sulle loro conseguenze. Il governo di Angela Merkel a Berlino è infatti formato da tre forze politiche – CDU, CSU ed SPD – due delle quali hanno registrato in Baviera una sconfitta senza precedenti, in buona parte imputabile anche alla politica federale: lo spostamento a destra della CSU per inseguire gli elettori di Alternative für Deutschland (AfD) e le conseguenti continue liti con la Cancelliera, la linea confusa di una SPD che dal governo sembra incapace di esprimere un’alternativa riconoscibile per gli elettori. Ad Angela Merkel è chiaro che “molta fiducia è andata persa ed è ora da riconquistare”, ma un indebolimento così forte di due dei tre partner di governo rischia di trascinare con sé l’intera maggioranza a Berlino in una fase di ulteriori liti e crescente instabilità.

Le – sin qui snobbate – elezioni in Assia di domenica prossima (28 ottobre) avranno dunque il carattere di una prova del nove, con un Primo ministro uscente Volker Bouffier fedelissimo della Merkel: se anche la CDU dovesse subire un duro colpo, è chiaro che questa fase crepuscolare dell’attuale Cancelliera assumerebbe tratti ancora più convulsi.

Oltre alle domande, più che legittime, sugli effetti che avrà il voto del 14 ottobre a Berlino e Bruxelles, in tanti si sono chiesti se quello bavarese possa costituire un esempio da cui prendere ispirazione – se non addirittura da imitare. Prima di lanciarsi in appassionati o dotti saggi de imitatione Bavariæ è forse il caso però di guardare meglio dentro quelle urne e a cosa ha condotto quel voto. Partiamo allora da una mappa un po’ inusuale, quella dei secondi classificati, che rivela non poche informazioni di valore.

I Verdi e la strada verso la campagna

Fiumi d’inchiostro più tumultuosi dei bei corsi d’acqua alpini che solcano le vallate bavaresi sono già stati scritti sul cleavage città/campagna e su tutti i luoghi (non di rado comuni) che si collegano a tale contrasto. Il tripudio dei Verdi nella metropoli di Monaco, coronato dal trionfale 45% raccolto del leader bavarese Ludwig Hartmann nel suo collegio al centro della capitale, è senz’altro interessante, perché raggiunge e supera le quote di consenso del partito ecologista nelle due “capitali morali” del partito, Friburgo (43% alle regionali del 2016) e Berlin-Kreuzberg (44% nella stessa occasione), facendo così della pragmatica megalopoli prealpina un nuovo cuore pulsante del movimento verde. Fermarsi alle città significherebbe però perdersi la prima, vera lezione delle elezioni bavaresi: il successo dei Verdi è stato importante perché si è concretizzato in buona parte “in campagna”, dimostrando come il partito sia in grado di crescere ben oltre la propria identità originaria – urbana, benestante e progressista – senza tuttavia perderla per strada. Ancor più rilevante del 45% nel centro della capitale è il consenso ampio e diffuso, intorno al 20%, nella lunga e larga fascia alpina e prealpina della Baviera, fra panorami da cartolina, mucche al pascolo e contadini ultra-cattolici che mai avevano, fino a questo momento, voltato le spalle alla CSU. Proprio nella regione dell’Alta Baviera, un tempo roccaforte inespugnabile, le perdite per il partito di governo sono state molto più intense che altrove (-12,4%). Il successo dei Verdi, lungi dall’essere meramente urbano, si è radicato anche nelle vastissime zone rurali al centro ed al nord del Land di Monaco. Persino nelle aree dove gli ecologisti sono andati relativamente peggio (10,7% in Bassa Baviera, dove nessun comune supera i 70.000 abitanti) i consensi si aggirano comunque intorno al doppio della cifra ottenuta dal partito un anno fa in Nord Reno-Vestfalia, l’altro gigante fra i Länder tedeschi. Della serie, averne di campagnoli così!

Freie Wähler di lotta e di governo

Accanto ai giovani e dinamici Verdi bavaresi l’altro grande vincitore è Hubert Aiwanger, leader di quei “Liberi elettori” di cui pochi (ma Kater fra questi) sinora avevano parlato ma che ora si avviano al balzo decisivo sui banchi del governo. Questa formazione civica che si è fatta le ossa in decenni di battaglie locali ed esprime ormai centinaia di sindaci ed amministratori comunali è stata premiata dagli elettori per il pragmatismo, la moderazione e l’attenzione a tematiche spesso trascurate, come lo spopolamento delle aree interne. Proprio quest’ultimo argomento, una vera e propria “specialità” dei Freie Wähler, ha portato in dote alla lista risultati ragguardevoli in quelle zone montane fortemente contrassegnate da fenomeni di calo demografico che un anno fa alle elezioni federali avevano premiato più che altrove la destra di AfD (ne avevamo già parlato qui). La “marea arancione” che nella mappa del secondo partito si estende dal centro all’est della Baviera è lì a testimoniarlo. Vedere nei FW una versione “mansueta” di AfD non rende però giustizia a questa super-lista-civica che ha fatto di un pragmatismo centrista e del radicamento territoriale le sue bandiere, certo aiutata dallo sciolto eloquio e dal fiuto politico di Aiwanger. Questo agronomo entrato in politica relativamente tardi e con alle spalle una gavetta ormai di tutto rispetto (dai consigli comunali ai banchetti per i referendum), costellata non solo di successi, potrà ora sedere al tavolo del Consiglio dei ministri a fianco del quel Markus Söder che lui stesso, qualche mese fa, definiva “dittatoriale”. Interrogato in merito, Aiwanger ha ovviamente archiviato tale definizione come una scaramuccia da campagna elettorale: ora è tempo di governare!

La Baviera delude l’AfD

Le risposte polemiche a questo tweet non hanno tardato ad arrivare. Ora che però lo spoglio s’è concluso ed i risultati definitivi hanno ulteriormente ridimensionato quel risultato, facendo attestare AfD al 10,2% dei voti, è il caso di spiegare su che basi si può affermare che la Baviera abbia deluso la destra radicale di AfD. A differenza dell’Assia, Land di nascita di AfD dove si voterà domenica, alle precedenti elezioni bavaresi, nel 2013, la formazione di destra estrema non s’era presentata e quindi anche un solo voto preso ora sarebbe stato, ragionieristicamente parlando, un aumento. Il dato politico e sociale è tuttavia un altro: il momento decisivo per la storia di AfD è la crisi dei profughi del 2015, a seguito della quale il partito ha rafforzato enormemente la propria crescita e si è scatenata una serie di fenomeni a catena – non da ultimo il tentativo di inseguimento a destra (o di riconquista) degli elettori messo in atto dalla CSU di Seehofer (e Söder). Sin da quella crisi nell’autunno 2015 AfD aveva sempre segnato risultati in crescita continua, culminati nel 12,6% alle elezioni federali del settembre 2017 che le hanno dato il ruolo di principale opposizione al Bundestag. In quel contesto, la Baviera era stata il Land dell’ex Germania Ovest a portare in dote ad AfD il risultato migliore, un 12,4% concentrato soprattutto nelle zone orientali di cui si diceva poc’anzi. Questo 12,4% è il dato saliente, non solo perché il partito stesso lo aveva eletto a soglia minima da superare per potersi dire soddisfatti, ma anche perché non di rado AfD è risultata alle elezioni nei Länder più forte che a livello federale, come dimostrano il 15,1% in Baden-Württemberg e le cifre oltre il 20% negli stati della ex Germania orientale. La Baviera non poteva fare eccezione, e invece l’ha fatta, consegnando ovunque alla destra radicale risultati inferiori alle cifre di un anno fa.

Che il risultato sia stato dunque deludente per AfD è chiaro. A pesare è stata sicuramente la concorrenza di partiti “regionali” forti, come la CSU ed i FW, in grado – in particolare questi ultimi – di drenare parte di quel malcontento economico-sociale su cui altrove AfD costruisce le proprie fortune. Anche l’assenza di una leadership forte e marcatamente bavarese ha pesato, tanto che il partito non è neppure riuscito ad individuare un unico Spitzenkandidat da presentare agli elettori, e ad oltre una settimana dal voto a tenere banco è la lite fra chi dei 22 eletti al Parlamento di Monaco dovrà avere il ruolo di capogruppo. Ad un’analisi approfondita emerge però un dato più interessante: con le preferenze (presenti nel sistema elettorale bavarese) gli stessi elettori di AfD hanno premiato i candidati meno estremisti del partito, quelli dell’ala cosiddetta “nazional-conservatrice”, lasciando ai margini (e senza seggio) diversi esponenti più oltranzisti, come ad esempio Benjamin Nolte da Regensburg, considerato la longa manus sul Danubio del ben più famoso e discusso Björn Höcke. Anche se non è, per i critici di AfD, il caso di esultare anzitempo, rimane comunque agli atti il primo, significativo segnale negativo nella parabola della formazione di destra.

Sarà l’Assia una seconda Baviera?

È difficile rispondere affermativamente a questa domanda, perché nel Land al voto il prossimo 28 ottobre a grandi somiglianze si affiancano differenze in alcuni elementi strutturali che sono risultati fondamentali in Baviera. A Francoforte e dintorni non ci sono i Freie Wähler, e quindi manca un’alternativa ad AfD in grado di frenarne l’ascesa; tuttavia la formazione di estrema destra sembra lontana dall’obiettivo 15% che essa stessa si è posta: al contrario, l’Assia potrebbe confermare quella dinamica di assestamento vista con la Baviera. Dall’altra parte la SPD, anche se andasse male, può comunque vantare in Assia un radicamento territoriale ed una tradizione di governo che potrebbero fare da paracadute ed evitare risultati da età bismarckiana come quel 9,7% della socialdemocrazia bavarese. Il Land di Francoforte sarà senz’altro una prova per i Verdi che contano, anche grazie al “vento bavarese”, di dimostrare anche qui quel radicamento sociale, diffuso e crescente, che è stata la chiave del successo a Monaco e dintorni. I sondaggi, sinora, sembrano dalla loro parte.

A dover temere più di tutti è però la CDU di Angela Merkel: se il partito della Cancelliera dove prendere una sberla in Assia come quella patita dalla CSU, la Berlino politica potrebbe presto entrare in un clima da fine impero. Merkel certo non si dimetterà, ma i suoi oppositori interni avrebbero gioco molto più facile per organizzare una lotta per la successione che, dietro le quinte, è già iniziata da tempo.

Se dunque una lezione bavarese si vuole trarre, occorre guardare a diversi elementi: non solo al tonfo dei “partiti tradizionali”, ma anche all’affermazione di Verdi e civici al centro della società, al tutto sommato modesto successo della xenofoba AfD ed al più che deludente risultato per una CSU che da almeno tre anni si era gettata all’inseguimento di retoriche e tematiche populiste, basate sull’invidia e la paura. La morale della favola, per dirla con Esopo, la riassume Barbara Stamm, Presidente uscente del Parlamento bavarese: “A destra dello schieramento non si guadagnano più voti di quelli che, facendo ciò, si perdono al centro”. La Stamm, figura di punta dell’ala cattolico-sociale della CSU, a queste elezioni ha perso il proprio seggio. Il suo monito però è la vera lezione di politica che al centro dell’Europa la Baviera ci ha dato e che l’Assia fra poco potrebbe confermare.

Edoardo D'Alfonso Masariè

Giurista mezzo bolognese e mezzo dolomitico, dopo esperienze varie soprattutto intorno alla politica ha scelto di lasciarsi cullare dal grande Danubio nella bella Ratisbona, che, non a torto, si contende con altri angoli della Baviera l’ambito titolo di “più settentrionale città d’Italia”. Attualmente dottorando in diritto pubblico comparato, partecipa dalla fondazione a _Kater_, una voce collettiva per narrare la Germania con gli occhi degli italiani che vi vivono.

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