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Quanto fatica il PD nelle Regioni Rosse?

L’ultima tornata di elezioni amministrativa ha confermato le difficoltà PD nelle sue tradizionali (ex) zone di forza. Addirittura nelle Regioni Rosse il centrosinistra è persino meno competitivo che altrove. È l’inizio di una nuova èra?


Che fine hanno fatto le Regioni Rosse? Questo interrogativo è nella testa di analisti, giornalisti e segretari di partito ormai da diverso tempo, e sicuramente in maniera più chiara dopo i risultati del 4 marzo, che hanno visto per la prima volta il centrodestra raccogliere complessivamente più voti del centrosinistra in Emilia-Romagna, nonché il centrodestra e M5S vincere 16 collegi su 23 alla Camera dei Deputati fra Toscana, Umbria e Marche. Questa situazione ha portato l’Istituto Cattaneo, che nel 1968 aveva coniato tale fortunata definizione per le Regioni dove più forte era il radicamento comunista, ad affermare che il nome di “Regioni Rosse” era da considerarsi superato.

Le Comunali 2018 sembrano confermare questa indicazione, dal momento che su 16 comuni superiori andati al voto, solo 6 sono stati vinti dl Partito Democratico e dai suoi alleati, mentre 7 hanno eletto un Sindaco sostenuto da Forza Italia e dalla Lega (fra cui i casi clamorosi di Pisa e Siena), 2 un primo cittadino “civico” ed uno (Imola) del Movimento 5 Stelle.

Se allarghiamo la visuale a tutti i 64 Comuni con più di 15.000 abitanti andati al voto in Emilia-Romagna, Marche, Toscana e Umbria negli ultimi 4 anni, possiamo vedere come le nuove amministrazioni di centrosinistra siano 24, tallonate dalle 22 di centrodestra. Molto significativo anche il dato dei sindaci espressione di liste civiche (12), mentre tutto sommato marginale appare il numero di sindaci a cinque stelle (5), aspetto che conferma la tradizionale difficoltà dei grillini nelle competizioni locali.

La tabella riporta anche il dato diviso per regione: qui emerge come in Toscana e in Umbria nel breve periodo siano stati eletti più sindaci di centrodestra che targati PD, mentre nelle Marche si riscontra una prevalenza più netta del centrosinistra. Una sorta di ribaltamento degli schemi tradizionali, che vedevano i fortini rossi dell’area tirrenica più solidi di quelli dell’adriatico; una prima spia dei cambiamenti in atto. In Emilia-Romagna si riscontra invece un testa a testa, con un ottimo risultato delle candidature civiche, che si impongono in comuni anche molto significativi (a partire da Parma, con l’ex M5S Pizzarotti).

Possibile che quello del 2013-2018 sia stato un periodo sfortunato? Per verificarlo abbiamo ricostruito l’appartenenza politica delle amministrazioni uscenti dei 64 comuni (penultima tornata) e, a ritroso, all’elezione precedente, tenutasi in genere fra il 2005 e il 2008 (terzultima tornata). La figura successiva ci dice come si sono evoluti i rapporti di forza a livello locale nella “zona geopolitica” a prevalenza DS-PD.

Naturalmente il Movimento 5 Stelle perde di rilevanza, essendo un fenomeno relativamente recente del nostro sistema partitico. Quello che colpisce è come il centrosinistra sia passato da 47 comuni su 64 nella terzultima tornata a ben 54 nella penultima (quasi l’85%), per poi crollare a 24 negli ultimi quattro anni (poco più di un terzo del totale). Quindi si sono più che dimezzati i comuni amministrati da coalizioni guidate dal PD. A beneficiarne è stato il centrodestra, che pur subendo una battuta d’arresto nella penultima tornata (scendendo da 13 a 4 comuni), nel 2018 è salito a 22 amministrazioni. Ma molto rilevante è anche la progressione delle liste civiche: erano solamente 3 dieci anni fa, sono salite a 5 nella penultima tornata e a 12 nell’ultima. A dimostrazione che gli esperimenti politici locali non sono solo appannaggio del Meridione, dove si può ipotizzare un maggior traino di candidati sindaco al di fuori dei partiti nazionali, ma anche nelle regioni che hanno dato i natali al partito di massa tradizionalmente più radicato della storia del Paese. La domanda che sorge spontanea è quindi: a cosa sono dovuti questi risultati deludenti per il PD?

Una prima risposta ci viene analizzando i consensi nei confronti dei candidati sostenuti dai democratici. Per farlo si è calcolata la media aritmetica dei consensi, senza quindi pesare i Comuni per numero di votanti, di modo da considerare allo stesso modo tutte le amministrazioni studiate. Ciò che emerge è che nel periodo 2013-2018 i candidati sindaco targati PD ricevono al primo turno circa il 37%, raccogliendo leggermente di più nelle Marche rispetto ad Emilia-Romagna, Toscana e Umbria; e che al ballottaggio in tutte le quattro regioni in media i candidati progressisti si fermano al di sotto del 50%, implicando un numero considerevole di sconfitte. In effetti, ed è un dato eclatante, nei 44 ballottaggi a cui il PD riesce ad accedere, il partito di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni riesce ad imporsi solo in 12 sfide, lasciando le rimanenti 32 alle altre formazioni. Un tasso di successo pari a circa un ballottaggio su quattro.

Il PD ha quindi un problema con i ballottaggi nelle Zone Rosse: questo aspetto trova ulteriore conferma quando confrontiamo il dato nazionale del 2018 (consensi per i candidati di centrosinistra al ballottaggio pari al 49,0%), con quello di Umbria (47,7%), Marche (47,6%), Emilia-Romagna (47%) e soprattutto Toscana (44,8%). In buona sostanza i candidati del PD nelle proprie roccaforti sovra-performano al primo turno rispetto al nazionale 2018 (fra +1 e +4%), ma sotto-performano al secondo turno (fra -1% e -4%), che è poi quello decisivo a livello comunale. È importante sottolineare come questa valutazione si possa applicare a ciascuno degli anni considerati, quindi fin dal 2015.

I risultati degli ultimi quattro anni di elezioni comunali dunque dimostrano come i risultati del PD siano inferiori ovviamente rispetto alla tornata precedente, ma anche a quella di metà anni Duemila, ad indicare che non si possono ricondurre le performance dei sindaci democratice a una normale dinamica di alternanza (tra l’altro storicamente meno presente in queste zone). Siamo di fronte a un vero e proprio cambio di paradigma, che sembra essere collegato al definitivo tramonto dell’insediamento della subcultura rossa nel Centro Italia. Come studiato, fra gli altri, da Mario Caciagli (1), questo risultato si può ricondurre al progressivo venir meno di tutte quelle istituzioni sociali che avevano consentito il permanere dell’egemonia elettorale (e non solo) della sinistra nelle Regioni Rosse: forte ruolo della famiglia nella socializzazione politica e nella trasmissione delle tradizioni di voto; un’articolata struttura di associazionismo afferente al PCI e ai suoi eredi (ARCI, CGIL, UISP, UDI, ANPI…); forte ideale ed attivismo antifascista incanalato nei partiti della sinistra; ruolo significativo per il comune come centro di mediazione degli interessi locali; ecc.

Un sole sembra oggi tramontato nel livello di amministrazione che, sin dalle prime esperienze a inizio Novecento, aveva visto un radicato insediamento della sinistra di governo. Meno chiaro è cosa accadrà nei prossimi anni: si va verso un modello dell’alternanza oppure verso uno di sostituzione con altre, diverse forme di egemonia elettorale? Una prima, fondamentale risposta si avrà tra meno di un anno, quando in una sola giornata (quella del 26 maggio 2019) non solo si voterà per le elezioni europee, ma rinnoveranno i propri organi di governo circa tre quarti dei comuni di Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Marche.

 


(1) M. Caciagli (2018), Addio alla provincia rossa, Carocci Editore.


Andrea Piazza

Laureato in Politica, Amministrazione e Organizzazione all'Università di Bologna, lavora al servizio Affari Istituzionali dell'Unione della Romagna Faentina. Si interessa di sistemi partitici e riordino territoriale. Ha una grave dipendenza da cappelletti al ragù.

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