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Elezioni in Turchia: per Erdoğan non sarà una passeggiata

Il Presidente uscente Erdoğan si candida a capo di un’alleanza, sfruttando la nuova legge elettorale. Ma potrebbe trovarsi a fronteggiare le opposizioni unite in caso di (probabile) ballottaggio


Domenica 24 in Turchia si terrà un election day: nello stesso giorno, si voterà sia per le elezioni presidenziali sia per quelle parlamentari. il Presidente della Turchia. Queste elezioni “generali” si sarebbero dovute tenere il 3 novembre 2019, come stabilito dalla riforma costituzionale del 2017 che prevede lo svolgimento contemporaneo e la durata identica di 5 anni per Capo di Stato ed Assemblea Nazionale (che prima era di 4 anni), ma la decisione di anticiparle al 26 agosto di quest’anno che già circolava è stata ulteriormente rivista dopo un incontro tra il Presidente Recep Tayyip Erdoğan (che è anche leader del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, AKP) e Devlet Bahceli, leader del Partito del Movimento Nazionalista (MHP). I due si presenteranno alle elezioni da alleati, una novità resa possibile dalla nuova legge elettorale approvata a marzo dal parlamento turco e che facilita le alleanze durante le elezioni (e presentata proprio dai due partiti AKP e MHP). Ad esempio, la soglia di sbarramento rimane sì al 10% su base nazionale, ma ora si applica a tutta la coalizione e non più al singolo partito, il che agevola i partiti minori nella scelta di stringere alleanze pre-elettorali.

Le nuove regole costituzionali

Dopo il fallito colpo di Stato del luglio 2016 (per il quale Erdoğan accusa il predicatore Gülen, in esilio negli USA, di aver organizzato la rivolta di parte delle forze armate turche per rovesciarlo), il 16 aprile 2017 si è tenuto un referendum sui 18 emendamenti alla Costituzione turca proposti dai due partiti AKP (islamico-conservatore) e MHP (nazionalista di estrema destra). Con la vittoria del sì (51,4%) la Turchia diventerà, a partire dalle elezioni di domenica, una repubblica non più parlamentare ma presidenziale: tra gli emendamenti passati, ci sono l’abolizione della carica del primo ministro, le cui funzioni di capo del Governo saranno svolte dal Presidente, che potrà nominare e rimuovere i ministri (art. 104); la già citata corrispondenza tra elezioni parlamentari e presidenziali ogni 5 anni (art. 78); e l’aumento del numero di membri del Parlamento, che passano da 550 a 600 (art. 75).

Inoltre, l’entrata in vigore della nuova Costituzione permetterà ad Erdoğan di azzerare il conteggio dei mandati da Presidente (finora in realtà solo uno) e poterne fare altri due, almeno fino al 2029. “Almeno”, perché se una legislatura parlamentare dovesse interrompersi dopo almeno un anno prima della scadenza naturale, e si andasse ad elezioni anticipate, quel mandato non sarebbe da conteggiare per il limite dei due (art. 106).

Come avvenuto in Italia qualche anno fa, queste modifiche costituzionali sono state sottoposte a referendum poiché erano state approvate con meno dei 2/3 dei voti in Parlamento (ma con almeno i 3/5 previsti per le modifiche costituzionali).

Le elezioni precedenti e il sistema elettorale

Alle precedenti elezioni presidenziali, nel 2014, Erdoğan riuscì a superare di un soffio (51,8%) la maggioranza assoluta, contro un’alleanza tra CHP e MHP (oggi suo alleato). Maggioranza assoluta che il suo partito non ottenne però alle elezioni parlamentari dell’anno successivo, quando l’AKP ottenne solo il 40,9% ed appena 268 seggi (perdendone 69 rispetto al 2011). Non trovando un appoggio per formare il governo, Erdoğan indisse nuove elezioni a novembre, nelle quali l’AKP ottenne il 49,5% e ben 317 seggi, recuperando quasi tutti quelli persi a giugno e potendo tornare al governo del Paese con la maggioranza assoluta dei seggi all’Assemblea Nazionale.

Il sistema elettorale per l’elezione del Parlamento turco è proporzionale: i 600 seggi vengono assegnati con il metodo d’Hondt in 85 circoscrizioni, ognuna delle quali esprime un numero diverso di eletti in base alla popolazione. Per le presidenziali invece il sistema è simile a quello francese: un maggioritario con ballottaggio tra i due candidati più votati, che scatta se nessun candidato raggiunge il 50% +1 dei consensi.

I candidati in campo e i sondaggi

Per opporsi al dominio dell’AKP – che va avanti ormai da due decenni, stavolta con il sostegno dal MHP del professor Bahçeli, a supporto del candidato unicoErdoğan nella “Alleanza del Popolo” – le opposizioni avevano dapprima pensato di presentarsi unite. Progetto poi naufragato dalla volontà del partito laico e repubblicano CHP di presentare il suo proprio candidato: Muharrem Ince. A questo punto, per l’altro partito di opposizione denominato IYI Parti (il Buon Partito), si è presentata la nazionalista nonché ex ministro degli Interni Meral Akşener con lo slogan “La Turchia si rialzerà”, in riferimento alla difficile situazione che il Paese affronta tra inflazione, disoccupazione e deficit. La Akşener, che guida l’IYI da quando fu espulsa dall’MHP, rappresenta il centrodestra laico che potrebbe prendere i voti dei nazionalisti delusi dell’MHP ma anche delle donne, essendo la prima (ed unica) donna candidata Presidente.

Tutti gli ultimi sondaggi per le elezioni presidenziali, però, vedrebbero Erdoğan fermarsi al di sotto del 50% dei consensi necessari per evitare il ballottaggio. Al secondo posto, Ince lotta per superare il 30%, con la Akşener terza quotata tra il 10% ed il 15%. Più indietro sembrerebbe posizionarsi Selahattin Demirtaş, candidato dei curdi dell’HDP (Partito Democratico dei Popoli), attorno al 10%.

Con queste percentuali, è probabile che si vada a un ballottaggio (che già rappresenterebbe una sconfitta per Erdoğan, sia politica sia strategica), il cui esito non appare così scontato: gli ultimi sondaggi, infatti, in caso di sfida Erdoğan contro Ince, assegnano sempre la vittoria al Presidente uscente con un margine molto ridotto; in caso di ballottaggio Erdoğan-Akşener, le distanze si restringono ulteriormente, fino a lasciare aperta l’ipotesi di una vittoria finale della “signora di ferro” .

Se per la presidenza tutto è incerto, alle elezioni parlamentari per l’AKP va ancora peggio: il partito farebbe il 4% in meno rispetto al suo leader (ma senza contate il MHP). Anche il CHP (21%) è in grossa difficoltà, e ciò causerebbe una Assemblea senza maggioranza e più frammentata del passato, grazie al buon risultato dei curdi di HDP (12%) e soprattutto dell’IYI Parti (21-23%) che dovrebbero fare meglio dei rispettivi candidati Presidenti.

Peraltro, l’’IYI Parti ha dovuto superare uno scoglio: non è riuscito a tenere il proprio congresso entro i sei mesi precedenti le elezioni, come prevede la legislazione turca. In questo caso, si può correre alle presidenziali solo come indipendente, raccogliendo 100.000 firme. Ebbene, la Akşener è riuscita a raccoglierle nelle prime 4 ore della sua campagna: una prova di forza che, assieme al passaggio di 15 deputati dal CHP all’IYI Parti per agevolarne la partecipazione ad entrambe le elezioni, suggerisce che tutto è possibile e più complicato del previsto per chi governa attualmente.

Comunque vada, sembra molto probabile l’ipotesi di un ballottaggio – previsto, nel caso, per l’8 luglio – che si preannuncia molto difficile per Erdoğan, soprattutto dopo la grande dimostrazione di forza dei partiti di minoranza, che hanno sfiorato l’unità ma che hanno intenzione di trovarla proprio al secondo turno. In quel caso sarà determinante, quasi certamente, il voto dei curdi di HDP: il leader, Demirtaş, si è candidato pur essendo in questo momento in carcere ed Erdoğan ha chiesto per lui un processo lampo che potrebbe infliggergli una condanna a 142 anni; nel mentre, sono stati completati i 764 km di muro al confine con la Siria in funzione anti-curda, a cui hanno fatto seguito minacce di bombardamenti. Al secondo turno, quindi, i partiti CHP, IYI ed il Partito della Felicità (SP) che già corrono assieme nella coalizione “Nazione”, potrebbero trovare l’appoggio di HDP in funzione anti- Erdoğan. A riprova di questa unità preannunciata, l’hashtag comune usato da tutte le minoranze: #TAMAM (#basta).

Un ulteriore problema per Erdoğan rischia di essere quello della legittimità di un’eventuale nuova vittoria, con lo spettro di brogli e mezzi poco trasparenti per influenzare le elezioni che aleggia sulla campagna. Nonostante il controllo dei media, poi, se dovesse essere riconfermato potrebbe avere a che fare con una coabitazione che non si aveva da 15 anni e che indebolirebbe ulteriormente la sua forza. Il rincorrere Ince sul porre fine allo stato di emergenza, in vigore dal tentato colpo di Stato di due anni fa, mostra poi chiaramente una consapevolezza delle difficoltà presenti e future, che rendono queste elezioni decisive e dal risultato molto più incerto del previsto.

Così, delle elezioni che sono state anticipate per evitare i contraccolpi della frenata dell’economia e della svalutazione della lira turca sul dollaro, oltre che per avere più forza decisionale nella strategia di intervento in Siria ed Iraq in funzione anti-terroristica, rischiano di minare i piani di Erdoğan per accentrare il potere su di sé e raggiungere il mandato più lungo nella storia della Repubblica di Turchia.


Alessio Ercoli

Laureato in Scienze politiche e delle relazioni internazionali all'Università della Valle d'Aosta, studente Erasmus+ presso l'Universitat de Barcelona (2015). Specializzato in analisi politica e geopolitica, appassionato di sistemi di partito e campagne elettorali. Ma anche attivista politico e campaign strategist.

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