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I sondaggi influenzano l’opinione pubblica?

Specialmente in tempi di campagna elettorale permanente, il ruolo dei sondaggi è sempre più centrale. Ma se da un lato i rappresentano uno strumento essenziale per sondare le opinioni dei cittadini, dall’altro non c’è il rischio che siano proprio i risultati dei sondaggi a influenzarle?


Specialmente in tempi di campagna elettorale permanente, il ruolo dei sondaggi è sempre più centrale. Ma se da un lato rappresentano uno strumento essenziale per sondare le opinioni dei cittadini, dall’altro non c’è il rischio che siano proprio i risultati dei sondaggi a influenzarle?

È questa la domanda da cui è partito Sveinung Arnesen, ricercatore dell’università di Bergen. Il rischio è quello che si crei un circolo vizioso per il quale una parte dei cittadini cambia la propria opinione dopo aver saputo cosa ne pensa la maggioranza, finendo così per rendere ancora più centrale il ruolo dei sondaggi nella formazione dell’opinione pubblica.

«Gli effetti dei sondaggi – e in particolare del cosiddetto bandwagon effect, ossia un “effetto carrozzone” per cui le persone spesso compiono alcuni atti solo perché la maggioranza della gente fa quelle stesse cose – sono stati dibattuti per decenni», scrive Arnesen sul blog della London School of Economics. «L’effetto carrozzone nasce proprio da studi elettorali, riferendosi a quegli elettori che decidono di votare per il candidato percepito come vincente. Da allora, il concetto è stato esteso negli ambiti più disparati, e si riferisce in generale a tutte quelle situazioni in cui una persona acquisisce e/o esprime un’opinione che è in linea con ciò che pensa la maggioranza, per il semplice fatto che è sempre più gratificante stare dalla parte del vincitore».

Per confutare (o confermare) il dubbio che il bandwagon effect possa essere applicato anche ai sondaggi politici, Arnesen ha sottoposto a due differenti gruppi di persone lo stesso sondaggio: mentre un gruppo veniva sottoposto alle domande senza conoscere le risposte altrui, all’altro venivano prima fatte visionare le risposte date da altre persone alle stesse domande. Ciò che lo studio mette in evidenza, però, è che i risultati non differiscono in maniera significativa: la “vera” opinione pubblica, dunque, non ha opinioni nettamente differenti da quella che, invece, aveva precedentemente avuto accesso ai risultati dei sondaggi.

Secondo i due ricercatori americani David Rothschild e Neil Malhotra, che hanno effettuato studi sullo stesso argomento, la volatilità delle opinioni dei cittadini dipende molto dai temi di cui si sta parlando: i risultati dei loro studi affermano che quanto meno le persone conoscono un argomento, tanto più tendono a essere sensibili all’opinione della maggioranza.

Nelle democrazie contemporanee, i cittadini sono costantemente esposti alle opinioni politiche di altri cittadini, attraverso sondaggi pubblicati su tutti i media e frequentemente ripresi da attori politici. Se questo, da un lato, è uno strumento fondamentale per i decision makers, che hanno così il polso della realtà che li circonda e possono venire a conoscenza delle opinioni dei cittadini, dall’altro c’è sempre il rischio che le opinioni dei cittadini, influenzati dalla sovraesposizione mediatica dei risultati di altri sondaggi, si appiattiscano sulle opinioni della maggioranza.

Ma gli studi di Arnsen sembrano allontanare questo allarme.


Emanuele Mercurio

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