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Tasse universitarie sì o no? È l’agenda setting, bellezza

“Qual è, a suo avviso, l’aspetto più determinante di una campagna elettorale?”

“L’agenda setting”.

La risposta, sicura, è di Claudio Velardi, consulente tra i più noti in Italia. Aveva appena guidato la campagna di Renata Polverini nel Lazio, e stava tenendo una lezione ad una Masterclass ad Urbino sulla comunicazione politica, nel lontano 2010.

Otto anni dopo, riapro il quaderno dei miei appunti di allora e ritrovo questa nota ancora valida.

Cos’è l’agenda setting? È la capacità di influenzare l’agenda politica quotidiana e settimanale, di imporre i temi di discussione, di farsi (in)seguire dagli altri candidati sui commenti alle proprie proposte.

In questo, Berlusconi è sempre stato un maestro. Il Pd è spesso stato in ritardo (chi si ricorda una proposta forte di Bersani a determinare l’agenda politica nel 2013?), con alcune eccezioni: le Europee 2014 (incentrate sugli 80 euro e sull’efficace frame renziano “paura vs speranza”) e, nei giorni scorsi la nuova, discussa, proposta di abolizione del canone Rai: per alcuni analisti “poco seria”, eppure non sono convinto che i cittadini la considerino tale. La sinistra, invece, non ha mai toccato palla, ed è soprattutto per questo che, prima nel 2008 e poi nel 2013, pur con candidati di prestigio, è crollata sotto i colpi della strategia democratica del “voto utile”.

Per questa ragione la proposta di Grasso di abolire le tasse universitarie mi ha fatto riflettere: molti si stanno concentrando sulla critica alla proposta, che sarebbe poco seria, poco credibile, non realizzabile o non progressiva. Eppure, in tanti ne parlano.

Io non credo che in politica la strategia del “purché se ne parli” funzioni. Non l’ho mai creduto e continuo a non crederlo. Penso tuttavia che ciò che sta avvenendo non rientri in quella fattispecie. La proposta di Grasso, molto semplicemente, è diventata centrale nel dibattito politico, sta dominando l’agenda.

Le elezioni non le vincono i programmi. Le vincono le persone, e le idee forti.

Nel 2006, il giorno dopo l’ultimo dibattito tra Prodi e Berlusconi, i giornali parlarono di un pareggio. Gli analisti berlusconiani parlavano di “chiusura geniale di Berlusconi”, gli analisti di sinistra tendevano a bollarla come “proposta non credibile”, molti si dicevano dubbiosi sulla possibilità di realizzare quella proposta. Eppure, fu proprio quella mossa a portare Berlusconi a pochi voti dal centrosinistra di Romano Prodi.

La differenza tra una proposta forte e una boutade, infatti, è sottile. Io individuo queste tre caratteristiche a differenziare e rendere efficace un’idea forte:

  • Deve essere credibile (ma questo lo stabiliscono gli elettori il giorno del voto, non gli analisti);
  • Deve essere in sintonia con le aspettative degli elettori. O almeno del segmento elettorale di riferimento, il cosiddetto “target”: non ha senso proporre come idea forte l’abolizione di una tassa che gli italiani non conoscono o che ritengono giusta.
  • Non va mischiata con troppe altre proposte. Altrimenti verrà meno la capacità di dettare l’agenda mediatica per un lasso di tempo notevole.

Pietro Grasso non vincerà le prossime elezioni, ma è un candidato credibile con un buon indice di gradimento, e ieri è partito con un’idea forte che sta facendo discutere l’Italia.

Non male come punto di partenza.

Giovanni Diamanti

Classe 1989, consulente e stratega politico. Co-fondatore e amministratore di Quorum, ha lavorato ad alcune tra le più importanti campagne italiane, tra cui quelle di Debora Serracchiani, Dario Nardella, Nicola Zingaretti, Vincenzo De Luca, Pierfrancesco Majorino, Beppe Sala. In realtà è un ragazzo timido che ama guardarsi la punta delle scarpe. Uomo dalla testa veloce, ha idee (confuse) in ordine sparso - così come i capelli.

2 commenti

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  • Mi permetto di dissentire sul punto “deve essere credibile”. Quasi tutti gli elettori di Berlusconi sanno che, al più, Silvio attuerà 1/10 di quanto dice. L’importante è che la proposta indichi una direzione, non che sia credibile in se stessa.

  • la proposta sulle tasse universitarie è una sbiadita imitazione di Corbyn, da noi il tema diversamente che in UK non nasce dalla società, dall’opposizione a una decisione governativa o degli atenei, non assume il valore simbolico di lotta alla svolta “liberista”