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Lezioni dalle Amministrative 2017

Non scrivo su questo blog da tanto tempo. La ragione è abbastanza semplice: quando sono in campagna elettorale, non riesco a fare altro. E quest’anno ho iniziato a lavorare (a tempo pieno) molto presto, a inizio febbraio. Su questa annata, sulle nostre esperienze, sui nostri lavori, potete leggere qui.

Anche quest’anno, la tornata elettorale ha portato a risultati inattesi. Al di là di vincitori e vinti, ci sono diversi aspetti da sottolineare dal punto di vista delle strategie di campagna. Proverò a sintetizzarli.

1. Il contesto è ormai multipolare, e le strategie ne risentono

Altro che bipolarismo, ci stiamo rapidamente avvicinando all’addio al tripolarismo centrosinistra-centrodestra-M5S. I poli hanno ormai un consenso sempre più instabile: il centrosinistra crolla, il centrodestra tiene e il MoVimento 5 Stelle alle elezioni comunali subisce la debolezza dei propri candidati – e delle proprie esperienze amministrative.

Si aprono quindi praterie nel posizionamento delle liste civiche, che talvolta diventano terza o seconda forza (come a Padova, ad esempio, o Verona dove la coalizione “civica” di Tosi ha superato la candidata Pd arrivando al ballottaggio col centrodestra), altre volte invece portano lo scenario a un multipolarismo estremo, che rende le elezioni più imprevedibili e complesse (vedi le elezioni a Taranto).

Proprio i dati di Taranto sono paradigmatici e evidenziano questa tendenza: Baldassari e Melucci si sono sfidati al ballottaggio partendo la prima dal 22,2%, il secondo dal 17,9%. Mario Cito e Francesco Nevoli del MoVimento 5 Stelle seguono entrambi con il 12,5%. Basta tornare indietro di 5 anni per trovare uno scenario molto diverso, con Ippazio Stefàno al 49,5% e Mario Cito al 19: i primi due candidati, sommati, arrivavano al 68%.

Questo mutamento dello scenario elettorale ha influenze pesanti sulle strategie elettorali. Anzitutto, rende l’analisi di scenario e la creazione del messaggio più articolate: non c’è più un solo avversario a cui far fronte, ci sono diversi competitor da definire, da attaccare e dei quali prevenire gli attacchi.

Inoltre, ciò rende più complesso e affascinante il lavoro dopo il primo turno: i voti in ballo durante le due settimane di campagna elettorale per il ballottaggio sono molti di più che nei decenni scorsi. E, lo sappiamo dall’esperienza: non bastano accordi e apparentamenti per riportare gli elettori dei candidati non arrivati al ballottaggio a votare, servono un messaggio coinvolgente, una mobilitazione adeguata e una strategia precisa.

2. Da incumbent a outsider

Lo dicevamo l’anno scorso: con questo livello di sfiducia nella politica, gli incumbent, ovvero i sindaci uscenti, non solo non sono più i favoriti, ma spesso partono inseguendo da lontano i propri sfidanti.

Tra i (pochi) sindaci uscenti rieletti negli ultimi due anni spiccano Luigi De Magistris, Federico Pizzarotti, Leoluca Orlando. Ci sono diversi tratti comuni tre i tre, il più evidente è una forte leadership: sono politici, non amministratori locali. Questo permette loro di dettare più facilmente l’agenda, di uscire sui media nazionali, di interloquire – e spesso in modo disinibito – con il Governo nazionale, senza paura di accendere conflitti. De Magistris l’anno scorso, da Sindaco uscente, fece una campagna feroce contro Renzi. Al punto di sembrare lo sfidante in un contesto di elezione nazionale. Orlando e Pizzarotti non si sono spinti fino a quel punto, ma sicuramente hanno personalizzato e politicizzato la tornata elettorale, andando oltre la mera portata amministrativa. Li accomuna un altro elemento: la distanza dai partiti.

Il sindaco uscente che in campagna elettorale rimane esclusivamente sui temi amministrativi oggi rischia di essere travolto dalla sfiducia nella classe dirigente, anche perché la scarsità dei fondi a disposizione non permette più agli amministratori locali di eccedere nella spesa.

3. La mobilitazione diventa decisiva

La sempre maggior sfiducia nella politica, e le elezioni in periodo balneare, hanno portato a un inevitabile crollo dell’affluenza. In più, uno scenario così frammentato con un sempre maggiore numero di poli porta inevitabilmente a una minore partecipazione al ballottaggio: chi ha votato candidati rimasti fuori dai giochi al primo turno, è ovviamente meno motivato a tornare a votare. Così, a Taranto a votare per il ballottaggio si è ritrovato il 32,8% dei cittadini, a Genova e Verona il 42%, giusto per citare qualche esempio.

Questo scenario riporta la mobilitazione al centro del dibattito pubblico: a Taranto, per vincere al ballottaggio bastava il 17% dei voti dei tarantini, a Genova si vinceva con poco più del 21%. In una simile situazione, il paradigma della persuasione viene sostituito dal paradigma della mobilitazione: vince chi porta a votare i propri, non chi convince gli indecisi. Esistono tecniche di mobilitazione efficaci utilizzate ormai in tutto il mondo: il porta a porta – oggi potenziato dalle nuove tecnologie e dai database che indicano in modo preciso dove concentrarsi –, le telefonate – il centrosinistra ad esempio possiede dei preziosissimi elenchi di numeri telefonici di elettori delle primarie da riattivare in periodo elettorale –, i messaggi via e-mail, Facebook e Whatsapp, i banchetti, i gazebo. Tecniche storiche riadattate ai tempi che cambiano.

Ma a mobilitare sono anche i messaggi.

4. I referendum su Salvini, la sua strategia e i messaggi di mobilitazione

Matteo Salvini è uno dei leader politici più divisivi in Italia. Amatissimo da una minoranza di italiani, piuttosto odiato dalla netta maggioranza. Il suo iperattivismo in questa campagna elettorale ha trasformato diverse sfide in un referendum pro o contro di lui. Talvolta, questa strategia si è rivelata una mossa disperata. Altre volte, invece, è stata la chiave su cui fondare una campagna elettorale.

Ho lavorato a molte campagne elettorali quest’anno, e in diverse occasioni si è presentato questo discorso al momento di elaborare una strategia. Da una parte, il centrosinistra faceva leva, soprattutto al ballottaggio, sulla paura verso un politico promosso in alcune realtà da meno di un italiano su quattro (come ad esempio Genova; in altre realtà come Padova il dato saliva leggermente; in altre città sondate da ricerche Quorum come Verona il suo indice invece si avvicinava al 40%) per riportare i propri elettori a votare e al contempo demotivare gli elettori moderati di centrodestra. Un messaggio di paura, una tecnica nel quale Silvio Berlusconi era un maestro (vi ricordate i manifesti contro i no global al governo nel 2006?).

In molte elezioni, basta guardare i dati dei ballottaggi per capirlo, questa mossa non ha funzionato. La strategia di Salvini infatti è stata raffinata: in un contesto di bassa affluenza, un leader poco apprezzato ma con uno zoccolo duro entusiasta è in grado di mobilitare i propri elettori e fare la differenza. La sua strategia si è rivelata vincente, ma non è replicabile ovunque: può fare la differenza solo in uno scenario caratterizzato da affluenza molto bassa.

Infatti, a Padova, un leader leghista come Bitonci, più volte affiancato da Salvini in campagna elettorale, ha patito duramente il suo endorsement, che ha aiutato il suo avversario di centrosinistra a rafforzare il proprio messaggio di moderazione e buonsenso, rimarcando ulteriormente il tratto divisivo e aggressivo del sindaco uscente. Con una bassa affluenza, i voti dello zoccolo duro leghista avrebbero garantito il successo. Ma Padova è stata la città con l’affluenza al ballottaggio più alta d’Italia, e Bitonci si è fermato tremila voti dietro Sergio Giordani. Questo è dovuto anche – e soprattutto – al messaggio estremo e divisivo di Bitonci (e Salvini): un posizionamento radicale aiuta a mobilitare i propri elettori. Ma non garantisce la vittoria in un contesto di elezione ad alta affluenza. Anzi, in questo caso Bitonci, alzando i toni al ballottaggio, ha contribuito a mobilitare gli elettori di centrosinistra contro di lui: un boomerang che gli è costato caro.

Matteo Renzi, che con il passare del tempo sta diventando sempre più divisivo e polarizzante, ha scelto una strategia diversa tenendosi lontano dalle campagne elettorali. Una scelta corretta, dettata anche – forse – dal voler “volare alto”, rimanendo un po’ fuori dagli scontri ed evitando di scendere nelle contese locali. Dopotutto, rischiare una sconfitta dopo essersi esposto molto, subito prima di una campagna per le politiche molto incerta, non sarebbe stata una buona idea.

Giovanni Diamanti

Classe 1989, consulente e stratega politico. Co-fondatore e amministratore di Quorum, ha lavorato ad alcune tra le più importanti campagne italiane, tra cui quelle di Debora Serracchiani, Dario Nardella, Nicola Zingaretti, Vincenzo De Luca, Pierfrancesco Majorino, Beppe Sala. In realtà è un ragazzo timido che ama guardarsi la punta delle scarpe. Uomo dalla testa veloce, ha idee (confuse) in ordine sparso - così come i capelli.

1 commento

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  • NON HAI GUARDATO FATTI ESCLUSIVAMENTE LOCALI CHE A PALERMO PARMA E NAPOLI HANNO FATTO LA DIFFERENZA
    AIUTATI DALLA VIGLIACCHERIA ALLA COMPETIZIONE CHE HA
    FATTO SPARIRE PARTITI TRADIZIONALI DA QUESTI COMUNI