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USA 2016: quel che conta è la salute (dei candidati)

Chi segue le cose americane, anche in Italia, sa che negli ultimi giorni si è parlato tanto delle condizioni di salute di Hillary Clinton, che ha dovuto lasciare la commemorazione dell’11 settembre a New York per un apparente episodio di disidratazione poi collegato a una polmonite.

Qui non parleremo del tema “come sta Hillary”, e neanche del tema (di cui, a parte i media italiani, in giro parlano solo tabloid o siti ultraconservatori) “con chi potrebbero sostituire Hillary”. Cercheremo invece di capire, dati alla mano, quanto può pesare la salute dei candidati nelle presidenziali americane.

Morning Consult ha svolto un sondaggio online nazionale immediatamente dopo l’episodio di cui parlavamo sopra, e ci fornisce indicazioni interessanti. Il primo dato significativo è che il 44% degli intervistati (il 16% fra i Democratici) ritiene che la salute di Hillary Clinton sia pessima o comunque sotto la media. Per fare un confronto, solo il 16% dice altrettanto di Trump (che ha un anno più della Clinton) e il 6% lo pensa di Obama.

L’aspetto che però forse rischia di avere più conseguenze sul voto, perché – regola della comunicazione politica – va a accentuare un punto di debolezza largamente riconosciuto della ex First Lady, è che una larga fetta dell’opinione pubblica statunitense è convinta che Hillary abbia mentito sul proprio stato di salute. Il 50% degli interpellati da Morning Consult pensa che abbia dato informazioni false sul tema, e il 54% che non sia stata trasparente. E il 44 per cento è convinto che i problemi di salute della Clinton influenzerebbero negativamente la sua capacità di fare il presidente.

Come dicevamo, sono dati pesanti, perché uno dei profili di debolezza dell’ex segretario di Stato risiede proprio nella sua (almeno, percepita) scarsa trasparenza: pensate che persino a inizio agosto, quando era all’apice del consenso complice il Convention bounce (di cui abbiamo già parlato), il 59% degli intervistati nel sondaggio ABC/Washington Post diceva di non ritenere che Hillary fosse onesta e affidabile.

La trasparenza dei candidati sullo stato di salute, ma anche su altre materie come le dichiarazioni dei redditi, è cosa tradizionalmente molto sentita dagli elettori negli USA. Sempre secondo Morning Consult, il 71 per cento degli americani ritiene doveroso che i candidati alla presidenza forniscano una lettera del proprio medico in cui si dichiara che sono sani e fisicamente in grado di governare il Paese. Un’indagine Rasmussen segnala che la salute dei candidati è un fattore importante per il voto per l’86% degli americani (fra questi, il 43% dice che è “molto importante”).

Abbiamo accennato alle dichiarazioni dei redditi, altro argomento discusso in questa campagna elettorale. Trump non ha pubblicato i propri tax returns – a differenza di tutti gli altri candidati – e pare che non sia intenzionato a farlo, adducendo la giustificazione che sono sotto accertamento del fisco. Anche qui, però, gli elettori americani sembrano avere le idee chiare: secondo un sondaggio Quinnipiac di fine agosto, il 74% degli intervistati dice che Trump dovrebbe rendere note le proprie dichiarazioni dei redditi. Addirittura, la pensa così il 62 per cento degli elettori del suo partito.

Età dei presidenti statunitensi al momento di entrare in carica: Hillary Clinton sarebbe seconda solo a Reagan, Trump sarebbe il più anziano nella storia

Queste del 2016, comunque, sono le elezioni presidenziali con i due candidati più anziani in assoluto – Hillary ha 68 anni, Trump 70 – ma non è la prima volta che l’opinione pubblica negli Stati Uniti solleva dubbi sulla salute di un candidato alla presidenza, ruolo che porta con sé una certa dose di stress e che richiede adeguate condizioni psicofisiche.

Nel 2008 il nominee dei Repubblicani era John McCain, eroe di guerra ultrasettantenne, già in cura per un tumore alla pelle, e quasi metà degli americani (il 47%, secondo questa rilevazione CNN/ORC) nutriva preoccupazioni sul fatto che McCain sarebbe riuscito a portare a termine un mandato in buona salute.

Nel 1996 lo sfidante di Bill Clinton, il 73enne Bob Dole, veterano della Seconda guerra mondiale con una paralisi al braccio destro, fu oggetto di analoghe preoccupazioni – durante la campagna, una quota fra il 23 e il 35 per cento degli americani interpellati da CBS/New York Times dichiarava che la sua età sarebbe stata un ostacolo per la presidenza.

Bob Dole dopo una caduta durante la campagna elettorale del 1996

Insomma, il nocciolo della questione sembra essere sempre lo stesso: più si parla della Clinton (e della sua salute, ma anche delle sue e-mail), più se ne avvantaggia Trump; più si parla di Trump (e delle sue sparate, e delle sue tasse), più se ne avvantaggia la Clinton.

Lorenzo Pregliasco

Nato nel 1987 a Torino. Si è laureato con una tesi su Obama, è stato tra i fondatori di Termometro Politico, collabora con «l'Espresso» e ha scritto su «Politico», «Aspenia», «La Stampa».
Insegna all'Università di Bologna e alla Scuola Holden.
Ha scritto Il crollo. Dizionario semiserio delle 101 parole che hanno fatto e disfatto la Seconda Repubblica (Editori Riuniti, 2013) e Una nuova Italia. Dalla comunicazione ai risultati, un'analisi delle elezioni del 4 marzo (Castelvecchi, 2018).
È direttore di YouTrend.

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