YouTrend

Irlanda e nuvole: di elezioni anticipate, Brexit e nuovi (vecchi?) confini

Dopo un lungo periodo di negoziazioni, lo scorso 6 maggio in Irlanda il Parlamento ha riconfermato Enda Kenny all guida di un governo di minoranza composto da Fine Gael – partito del Primo Ministro – e un gruppo di 9 indipendenti. L’Economist Intelligence Unit prevede mesi di instabilità politica che porteranno a nuove elezioni entro la primavera del 2017.

Il nuovo governo si fonda principalmente su due diversi accordi, che rendono Kenny altamente vulnerabile a giochi di palazzo esterni ma anche interni alla sua stessa maggioranza di governo. Il primo accordo prevede l’appoggio esterno di Fianna Fáil – secondo partito al Dáil Éireann (la Camera irlandese) e storico avversario del Fine Gael – che si asterrà su tutti i voti in aula fino alla fine del 2018. Col secondo accordo, invece, Kenny ha inserito nella squadra 3 indipendenti senza esperienza di governo (tra cui Katherine Zappone, fra i principali promotori del Sì al referendum per inserire in Costituzione il matrimonio tra persone dello stesso stesso, nonché prima parlamentare dichiaratamente omosessuale nella storia irlandese), assicurandosi così il sostegno dei 9 indipendenti.

Fianna Fáil ha fatto poi includere nell’accordo una serie di richieste, tra cui il blocco delle delle tariffe sull’acqua – tema centrale della sua campagna elettorale (ma anche di Socialdemocratici, Sinn Féin, Alleanza Anti-Austerity, People Before Profit) – che tornerà ad essere gratuita per i prossimi nove mesi. In realtà la questione è più complicata di quanto sembrasse, e Fianna Fáil ha già fatto una specie di marcia indietro. Sulla reale possibilità di abolire Irish Water, la compagnia di distribuzione idrica privata creata e sostenuta dal governo uscente Fine Gael-Labour, e le sue bollette dell’acqua, si legga questo ottimo fact checking.

I Soldati del Destino (la traduzione dal gaelico Fianna Fáil) rimarranno probabilmente fedeli al primo accordo, almeno per i primi mesi, onde evitare accuse di cinismo e opportunismo politico. Tuttavia, il partito di Michael Martin – che non esiterà a spostarsi su posizioni populiste, soprattutto sulla questione dell’acqua pubblica – è pronto a ritirare l’appoggio e provocare una crisi di governo, in caso di sondaggi favorevoli.

Il futuro dell’attuale Taoiseach (primo ministro) Enda Kenny rimane quindi incerto. Oltre a dover guidare un esecutivo sotto il ricatto costante di Fianna Fáil e i Teachtaí Dála indipendenti, Kenny è costretto a fronteggiare anche parte dell’establishment del suo partito che, dopo la non-vittoria alle ultime elezioni, è pronta a contestare la sua leadership; se questo scenario si verificasse, elezioni anticipate sarebbero probabilmente inevitabili.

Uno storico manifesto elettorale del Labour per le ultime politiche

Infine c’è il Sinn Féin, con il quale né Fianna FáilFine Gael hanno voluto stringere un alleanza di governo. Fianna Fáil, tuttavia, cercherà in tutti i modi di non lasciare che Sinn Féin diventi stabilmente il terzo partito del Paese, anche continuando a spostarsi sulle sue posizioni, se necessario. Appare quindi chiaro che – nonostante i buoni propositi di Vincent Browne, storico editorialista del The Irish Times, che spiega come il Dáil avrebbe tutte le possibilità di legiferare nei mesi di qui a venire – assisteremo a un governo con un margine di manovra decisamente ridotto e costantemente sotto minaccia.

In ogni caso, il risultato di nuove elezioni di qui a un anno non porterebbe a nessun sostanziale cambio di equilibrio politico. Pare persistere la disaffezione degli elettori nei confronti di Fine Gael, Fianna Fáil e il Labour Party, che si mantengono più o meno sulle stesse percentuali di quattro mesi fa; l’unico partito ad incrementare la sua popolarità nel Paese è stato Sinn Féin, che ha ottenuto 4 punti percentuali e 9 seggi in più rispetto al 2011. Se questo consenso dovesse continuare a crescere, potremmo aspettarci Sinn Féin nella posizione di guidare un Governo nel giro di due legislature. Questo scenario implicherebbe un cambio epocale nel sistema politico irlandese, innescando una nuovo assetto bipolare tra destra e sinistra, con un Labour ridimensionato, alla destra di Sinn Féin. C’è da dire però che, finché a guidare Sinn Féin sarà Gerry Adams, leader certamente carismatico ma molto divisivo, lo scenario sopra descritto pare inevitabilmente lontano.

Brexit e le implicazioni per l’Irlanda

Dopo il voto dello scorso 24 giugno, i negoziati che ne seguiranno costituiscono la principale sfida strategica per l’Irlanda. Brendan Halligan, presidente dell’IIEA (Institute of International and European Affairs), un think thank con base a Dublino, ha indicato quelli che presumibilmente saranno gli interessi primari dell’Irlanda nei negoziati, alla luce della forte integrazione fra i due Paesi: limitare i controlli di frontiera e doganali; un regime tariffario non penalizzante; tutelare le esportazioni di prodotti agricoli, il settore dei servizi finanziari e gli investimenti diretti; coordinare le regolamentazioni di beni e servizi e mantenere la cooperazione nel campo della sicurezza.

Gli accordi bilaterali esistenti fra Regno Unito e Irlanda in settori di grande rilievo come la libera circolazione dei cittadini, la libertà di movimento dei lavoratori e il diritto all’assistenza sociale e al voto, non verranno probabilmente messi in discussione. La grande maggioranza di questi, infatti, risale a prima dell’entrata dei due Paesi nella (allora) CEE.

Tuttavia appare quanto meno naïve pensare che tutto continuerà come prima. Questo periodo di insicurezza e volatilità finanziaria persisterà almeno nel breve periodo. Le attività commerciali irlandesi con compagnie inglesi potrebbero essere ridotte per un periodo di tempo non quantificabile. Inoltre, le aziende irlandesi potrebbero essere titubanti a dover rivedere la propria organizzazione per operare in quello che sarà di fatto un nuovo mercato.

Per quanto riguarda il settore energetico, l’uscita del Regno Unito, pioniere nella spinta alla liberalizzazione del mercato energetico europeo, costituisce senza dubbio una perdita dal punto di vista irlandese. Non è da escludere uno scenario all’interno del quale dazi e tariffe verrebbero posti su prodotti energetici scambiati con altri Paesi membri. L’Irlanda ha all’attivo grandi investimenti nel settore energetico spesso legati alla collaborazione con il Regno Unito, e diversificare il rischio, magari individuando nella Francia un nuovo partner commerciale, richiede tempo e grandi investimenti infrastrutturali.

Infine, il diritto del lavoro: molto simile, e in alcune parti persino identico tra Irlanda e Regno Unito. Questo ha sempre permesso di portare avanti relazioni commerciali con relativa facilità tra i due Paesi. La Brexit potrebbe portare al caos in materia giuslavorista: per esempio, una multinazionale con base in Irlanda non potrà più essere ragionevolmente sicura che le stesse previsioni si applichino anche al Regno Unito. Per capire cosa realmente accadrà, ovviamente, occorre aspettare l’inizio delle negoziazioni. Per ora ora si naviga a vista.

E ora in Irlanda del Nord?

L’Irlanda del Nord, insieme alla Scozia e alla città di Londra, è l’unica zona nel Regno Unito ad aver votato in maggioranza per il Remain al referendum. L’Irlanda del Nord è inoltre l’unica a condividere un confine terrestre con un membro dell’Unione Europea, l’Irlanda. Anche qui, nessuno sa con certezza cosa accadrà ora, ma si possono fare delle ipotesi.

Sul Guardian si legge di treni Dublino-Belfast che si fermeranno al confine per il controllo dei passaporti, tuttavia questo appare uno scenario residuale. Si tratta di un confine virtuale, ormai poco riconoscibile e quindi difficilmente presidiabile, a meno di uno dispiegamento di forze che il Regno Unito non sembrerebbe per niente intenzionato (né tantomeno interessato, se non a parole) a predisporre. Anche volendo, in ogni caso, come palesato durante i Troubles, non sarebbe capace di presidiare efficacemente un confine attraversato da infinite strade secondarie e perfino proprietà a cavallo dello stesso.

Confine tra Irlanda del Nord e Repubblica d'Irlanda, 1963

Con il Good Friday Agreement del 1998, che metteva formalmente fine ai Troubles, il confine tornava ad essere simbolico (l’unico cambiamento tangibile, ad oggi, sono i chilometri che diventano miglia nella segnaletica stradale, e la diversa moneta) e dava finalmente ai cattolici la possibilità di muoversi liberamente e preservare i propri legami storici in un clima di sostanziale pacificazione.

Dopo il voto del 24 giugno, il Regno Unito potrebbe tornare a controllare i flussi migratori all’interno dell’isola irlandese (con posti di blocco, dogane, fili spinati), rischiando di scuotere l’ancora delicata (e mai del tutto risolta) questione nordirlandese. In realtà, dall’accordo del 1998 ad oggi, con l’open border, la questione non sembrava neanche più sul tavolo. Un sondaggio dell’anno scorso mostra come solo il 14% dei cittadini del Nord Irlanda volesse l’unificazione con la Repubblica d’Irlanda, con addirittura la stragrande maggioranza dei cattolici che preferiscono rimanere nel Regno Unito.

Ma ora che succede? Peter Moloney, visiting assistant professor in storia al Boston College specializzato in EU governance spiega che un ripensamento del confine porterebbe di nuovo alla mentalità del ‘noi-contro-loro’, che tanto sangue aveva sparso per le strade di Belfast in passato. Fintan O’Toole ci va ancora più pesante intitolando il suo editoriale sul The Irish TimesEnglish nationalists have placed a bomb under peace process”.

David Cameron, Primo Ministro fino ad ottobre, si è limitato a dire che l’Irlanda del Nord sarà insieme a Galles e Scozia oggetto di negoziazioni con l’Unione Europea, senza entrare in ulteriori dettagli. Il suo omologo irlandese Kenny, invece, si è espresso a favore del mantemimento dell’open border e di un area di libero scambio.

Lo scenario più plausibile, per ora, rimane un controllo dei passaporti tra Irlanda del Nord e Gran Bretagna. Questo significherebbe che i britannici non sarebbero più in grado di viaggiare liberamente all’interno del proprio Paese, e non sarebbe la prima conseguenza inaspettata del Brexit per i sostenitore del Leave.

Filippo Galeazzi

Nato a Pesaro, ha studiato relazioni internazionali a Bologna, Lisbona, Roma e San Paolo del Brasile. Vive e lavora nella Capitale, in un'agenzia di stampa. Segue la politica, mangia pizza con uovo sodo e maionese, corre, scia. Laicamente lusofono, convintamente gobbo, irragionevolmente innamorato della Victoria Libertas Pallacanestro.

Commenta

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Send this to a friend