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Brexit: ecco perché i sondaggi erano giusti

Giovedì 23 giugno gli elettori britannici sono stati chiamati alle urne per il referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea, e l’opzione del Leave (uscita dall’Unione) ha vinto con quasi 17 milioni e mezzo di voti, pari al 51,9% contro il 48,1% del Remain e un’affluenza al 72,2%. Questo risultato ha rovesciato le aspettative degli allibratori e dei mercati finanziari; e, come spesso accade, a finire sotto accusa sono stati i sondaggi, che in anni recenti avevano già subito pesanti critiche in occasione delle elezioni del 2015 e del referendum sull’indipendenza scozzese del 2014.

In particolare, il sondaggio condotto da YouGov nel giorno del voto aveva registrato il Remain al 52% (in crescita rispetto al sondaggio del giorno precedente). Ciò che bisogna capire è se il fallimento dei sondaggi sia stato effettivo, o se invece vi sia stata una percezione più negativa della realtà anche a causa di quest’ultimo errore.

La prima cosa che notiamo è che i sondaggi avevano previsto un risultato incerto. Secondo la media calcolata dall’Huffington Post, alla vigilia del voto il Remain aveva un vantaggio di 45,8% a 45,3%, con un 9% di elettori ancora indecisi. In questa situazione molto equilibrata, il Remain avrebbe avuto bisogno del voto di circa metà degli indecisi per raggiungere la maggioranza. Sembra quindi forzato affermare che i sondaggi siano stati un fallimento.

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Nell’analisi dei sondaggi, ci sono due aspetti che meritano di essere approfonditi:

  • i sondaggi registravano un vantaggio del Leave fino a circa una settimana dal voto. Questo è significativo perché giovedì 16 giugno la deputata laburista Jo Cox è stata assassinata mentre faceva campagna per il Remain;
  • i sondaggisti britannici utilizzano principalmente due metodologie, interviste online e telefoniche, e i sondaggi telefonici hanno tendenzialmente sovrastimato il risultato del Leave.

Per quanto attiene al primo punto, calcoliamo la media dei sondaggi svolti nella settimana dal 9 al 16 giugno[1]. Per ogni istituto, consideriamo il sondaggio più recente; se un istituto ha condotto sondaggi sia online che telefonici, consideriamo entrambe le metodologie.

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Prima dell’omicidio di Jo Cox, i sondaggi stimavano il Leave in vantaggio per 47% a 43,8%. Assumendo una distribuzione 50:50 degli indecisi, il Leave sarebbe stato al 51,7%, molto vicino al risultato finale. È quindi possibile ipotizzare che, in seguito a quel fatto tragico, il “sentiment” nazionale abbia spinto il Remain nei sondaggi senza che ci sia stato tempo per un assestamento? Questa è soltanto un’ipotesi che richiederebbe una specifica indagine, ma quel che è certo è che il sorpasso del Remain negli ultimi giorni era in controtendenza rispetto all’andamento delle settimane precedenti e che non è effettivamente stato confermato dalle urne.

Riguardo alla metodologia, l’affidabilità dei sondaggi online è ampiamente dibattuta e sarebbe inoltre importante distinguere i sondaggi telefonici condotti sui numeri fissi e sui cellulari. In ogni caso, è un dato di fatto che gli unici due sondaggi finali che abbiano previsto la vittoria del Leave siano stati quelli di Opinium e TNS, entrambi condotti online. Confrontando l’analisi post-elettorale di Lord Ashcroft coi dati disaggregati dei sondaggi di Opinium, TNS, YouGov (online), e ComRes (telefonico), notiamo che tutti sono stati piuttosto precisi sugli elettori superiori ai 65 anni, mentre c’è stata una generale sovrastima dell’affluenza nella fascia di età 18-24. Purtroppo le fasce intermedie non sono state suddivise in modo omogeneo dai diversi istituti e quindi non è possibile svolgere un’analisi completa (per cui servirebbero i dati grezzi di tutte le interviste), ma intuitivamente non sembra che le rilevazioni online siano andate meglio sugli elettori più giovani – che generalmente sono i più “difficili” da sondare.

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Consideriamo ora tutti i sondaggi di mercoledì 22 giugno: oltre a Opinium e TNS, erano stati condotti altri tre sondaggi online (da Populus, YouGov e SurveyMonkey) che però avevano assegnato la vittoria al Remain[1]. Non è quindi evidente se ci sia stato un vantaggio strutturale legato alla metodologia o se invece sia stata soltanto una coincidenza che i sondaggisti migliori fossero anche quelli che svolgevano le interviste online.

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In conclusione, i sondaggi avevano previsto un risultato equilibrato, come effettivamente è stato, e il leggero vantaggio erroneamente assegnato al Remain non può essere considerato un fallimento pari a quello delle elezioni 2015. Chi ha sbagliato pesantemente le previsioni sono stati gli allibratori e i mercati finanziari, che in questa occasione avrebbero fatto bene a fidarsi di più (e a saper leggere meglio) proprio di quei sondaggi ora (di nuovo) sul banco degli imputati.

 

 


NOTE:

[1] Per semplicità, calcoliamo la media aritmetica (questi sondaggi sono ravvicinati nel tempo e non disponiamo di informazioni dettagliate sulla metodologia e sui risultati passati dei sondaggisti).

[2] YouGov prevedeva che con gli indecisi Remain sarebbe arrivato al 51%.

 

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