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Il centrosinistra esiste ancora?

Le Amministrative 2015 confermano una tendenza già in atto da anni: il centrosinistra “ulivista” sta pian piano scomparendo, lasciando spazio ad altre soluzioni. Che però, al momento, non risultano altrettanto competitive…


Il primo turno delle elezioni comunali 2016 sta avendo un notevole impatto sul dibattito pubblico italiano: il PD di Renzi è sotto scacco? Grillo è diventato un’alternativa di governo? Il centrodestra torna ad essere competitivo quando è unito? Molto si è detto (troppo, probabilmente) sulla valenza nazionale di questo voto locale. E non potrebbe essere diversamente: negli ultimi vent’anni i comuni italiani sono stati investiti di una maggiore legittimazione nel nostro sistema politico.

Da primo gradino del cursus honorum della Prima Repubblica, sono diventati la vera e propria base delle prime aggregazioni del centrosinistra. L’alleanza progressista nasce infatti a partire dalle esperienze positive delle Comunali 1993 (che videro le vittorie di Rutelli, Bassolino, Cacciari, Illy e Bianco come primo banco di prova per un esperimento poi nazionale), per poi tentare di diventare partito con il movimento “Centocittà” che contribuisce alla nascita dei Democratici di Romano Prodi nel 1999. E ancora, l’ondata dei “sindaci arancioni” che rivitalizzano il centrosinistra fra 2010 e 2011, senza dimenticare la parallela esperienza di Matteo Renzi come sindaco di Firenze. Insomma, i comuni italiani sono, insieme alle primarie, tra i miti fondativi del centrosinistra italiano.

Viene dunque da chiedersi quale sia lo stato di salute del centrosinistra negli enti locali del Paese. Ma prima di tutto sorge spontanea una domanda: il centrosinistra, come alleanza elettorale dei partiti della sinistra di governo, esiste ancora nei comuni italiani?

Per cercare di dare una risposta a questa domanda si è deciso di guardare non tanto al ristretto numero dei comuni capoluogo e non solo a questa tornata elettorale: abbiamo analizzato la composizione delle alleanze del PD dal 2012 ad oggi, prendendo in considerazione un totale di 713 comuni superiori (1). Dai dati inerenti al perimetro della coalizione progressista emergono aspetti interessanti.

Il grafico indica in rosso le alleanze fra PD e una o più liste afferenti alla sinistra (Sinistra Ecologia Libertà, Rifondazione Comunista, Partito dei Comunisti Italiani, Verdi o altre liste civiche di chiara ispirazione di sinistra), in arancione quelle solo PD (quindi PD e liste civiche a sostegno del candidato sindaco, non connotate a sinistra o al centro), in giallo le coalizioni dalla sinistra al centro (quindi con la compresenza di PD, liste di sinistra e liste di centro), in azzurro le alleanze fra il PD e liste moderate (UDC, NCD, ALA o altre liste di chiara ispirazione centrista o conservatrice). In grigio la percentuale di Comuni che non vedono la presenza del contrassegno del PD.

Che quadro emerge dallo scenario sui cinque anni? Il primo dato è che vi è un netto calo delle alleanze strette fra il PD e la sinistra: passano dal 59,1% dei Comuni del 2012 (40,8% di alleanze PD-Sinistra + 18,3% di Alleanze PD-Sinistra-Centro) al 28,6% del 2016. Tuttavia questo calo non è il frutto di un parallelo “spostamento al centro” dell’asse coalizionale del PD. Le alleanze che vedono la partecipazione del centro passano dal 38% del 2012 (annus mirabilis del cosiddetto “modello Macerata” quando il PD optò per l’UDC, a scapito di SEL) al 14,6% della recente tornata. Quello che cresce è invece il PD a vocazione maggioritaria: le corse in solitaria del principale partito del centrosinistra aumentano dal 16,9 al 56,7%. Ma bisogna dire che in solitaria proprio non sono. Si osserva il parallelo proliferare di liste civiche a sostegno dei candidati, ormai presenti in più di una versione e con risultati nelle urne di tutto rispetto.

Possiamo quindi affermare che il centrosinistra tradizionale degli anni Novanta e Duemila (PD e sinistra alleati e non avversari) sia ormai una scelta marginale per la formazione di Matteo Renzi, un fattore sicuramente determinato anche dall’opposizione di Sinistra Italiana al governo. Allo stesso modo, anche il centrosinistra sbilanciato verso il centro (il sogno di D’Alema nel 2010) sembra un’opzione superata, malgrado il timore (immotivato?) di uno strutturarsi di alleanze organiche fra PD e NCD/ALA. Viene quindi da chiedersi se questo nuovo centrosinistra, con il PD in solitaria, risponda ad una strategia efficace per la conquista dei comuni italiani.

Si è quindi deciso di verificare l’andamento delle amministrative dal 2003 ad oggi. Per il 2016 si è deciso di ipotizzare come scenario più probabile la vittoria del PD in tutti i Comuni dove arriva in testa al ballottaggio, e lo stesso si è fatto per il centrodestra e per le altre liste.

Quello che vediamo è come il 2016 e soprattutto il 2015 abbiano registrato una performance deludente per il centrosinistra (ricordiamo che qui classifichiamo come di centrosinistra tutti quei candidati sostenuti da una coalizione con a capo il PD). Dopo i fasti del quadriennio 2011-2014, che videro il fronte progressista vincere fra il 56 e il 67% dei Comuni, la percentuale si abbassa al 33 e 38% degli ultimi due anni. Per tornare a livelli così bassi bisogna andare al 2007 e 2008, periodo del Governo Prodi II, in cui il centrodestra di Berlusconi fece incetta di amministrazioni. L’arretramento del PD (e dei suoi poco numerosi alleati) è netto, ma compensato dal calo altrettanto forte del centrodestra, che non riesce ad uscire dalla spirale negativa in cui è precipitato dal 2010 in poi. Chi può veramente esultare, relativamente alle amministrative, sono gli “altri”. Il Movimento 5 Stelle? Non proprio: il partito di Grillo governa in un’esigua minoranza di comuni (ed anche domenica scorsa è arrivato in testa in soli 6 di essi).

Gli “altri” sono tutte quelle liste fuori dai due poli principali: quindi non solo il Movimento 5 Stelle, ma anche la Lega Nord quando si presenta da sola o in alleanza alla sola Fratelli d’Italia (uno schema sempre più ricorrente), la sinistra radicale da sola ma soprattutto le sempre più numerose e consistenti liste civiche che si stanno imponendo sempre di più ad ogni tornata elettorale. Vincevano in 10 comuni nel 2012, nel 2015 salgono a 39 comuni conquistati. Formazioni sempre più competitive, spesso a scapito del centrosinistra, che presentandosi in formazione ridotta senza né la sinistra (come vorrebbe il modello ulivista) né il centro (secondo il modello nazionale di Grande Coalizione) fatica a consolidare e recuperare elettori.

A ciò si aggiunga inoltre l’elevato tasso di vittorie dell’allenza PD-sinistra: si registra una percentuale di comuni conquistati da questa alleanza pari al 73,6% per il periodo 2012-2014, e un (ipotetico) tasso del 65% per il 2016. In sostanza, nei (sempre meno) comuni dove il PD e le formazioni alla propria sinistra vanno assieme essi vincono in due casi su tre, quando invece a livello aggregato il PD ormai perde in due Comuni su tre (2015-2016).

A conferma di questa difficoltà ci sono i flussi elettorali elaborati dall’Istituto Cattaneo relativamente a sette comuni capoluogo, che confermano come anche rispetto alle elezioni politiche del 2013 il PD fa fatica a trattenere i propri elettori più tradizionali, quelli per così dire vicini al modello del centrosinistra ulivista. Circa il 40% degli elettori del 2013 si spostano su altri candidati e, soprattutto, sull’astensione, indebolendo i candidati sindaco sostenuti dal PD.

In generale, queste comunali non sono una débâcle per Matteo Renzi. Il PD risulta di gran lunga il partito più radicato negli enti locali italiani e con la classe amministrativa decisamente più strutturata, specie in confronto al Movimento 5 Stelle (anche se non è vero che è i candidati PD siano quasi ovunque sopra il 40% e non è vero che abbiano vinto in quasi 1000 comuni, come affermato dal premier-segretario in uno slancio di ottimismo) (2). Tuttavia, la scelta “isolazionista” rischia di pagare poco in termini di amministrazioni vinte, considerando da una parte il sistema elettorale che prevede un premio di maggioranza che va alla coalizione del sindaco più votato, e dall’altra dal delinearsi di un “tripolarismo imperfetto” in cui due dei tre poli (centrodestra e M5S) hanno una forte connotazione anti-PD. Presentare coalizioni vaste e candidati che possano arrivare saldamente in testa al primo turno era parte della strategia prima del 2013. Fino a quando l’Italicum e il premio alla sola lista non sarà in vigore anche nei comuni, al PD converrebbe maggiore attenzione. Il rischio è che il centrodestra nel prossimo futuro si riaggreghi e diventi il polo più competitivo per capacità coalizionale.

 

(1) Si tratta di 150 comuni per il 2016, 112 per il 2015, 221 per il 2014, 88 per il 2013, 142 per il 2012. Sono considerati superiori i comuni con più di 15.000 abitanti, a cui si sommano quelli con più di 10.000 abitanti relativamente alla sola Sicilia.

(2) I candidati PD superano il 40% in soli 7 comuni capoluogo su 25, fra i quali il PD è andato meglio rispetto al totale dei comuni superiori. Per quanto riguarda i comuni inferiori, risulta improbabile che il PD abbia vinto in 1000 comuni su 1209 (cioè nell’82% dei casi!), poiché tradizionalmente il centrosinistra è in difficoltà proprio nei centri minori; in Emilia-Romagna, una delle regioni a maggiore traino PD, le liste di centrodestra o civiche in questa tornata hanno conquistato 17 Comuni inferiori su 41, cioè il 42% (e ben 7 su 8 comuni in provincia di Piacenza).


Andrea Piazza

Laureato in Politica, Amministrazione e Organizzazione all'Università di Bologna, lavora al servizio Affari Istituzionali dell'Unione della Romagna Faentina. Si interessa di sistemi partitici e riordino territoriale. Ha una grave dipendenza da cappelletti al ragù.

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