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Il ddl Cirinnà alla prova del Senato

Parallelamente alla revisione costituzionale, un’altra grande sfida che aspetta il governo presieduto da Matteo Renzi sarà l’approvazione delle unioni civili per le coppie omosessuali. Quando ancora a Palazzo Chigi era presente Enrico Letta, l’allora neosegretario del PD e sindaco di Firenze richiamava l’importanza di approvare quanto prima una legge che istituisse le civil partnership sul modello tedesco, ossia un istituto che per diritti e doveri è assimilabile al matrimonio (tranne che per l’aspetto delle adozioni, non possibili per la coppia ma solo per un individuo nei confronti del figlio del partner: le cosiddette stepchild adoption). Diamo uno sguardo innanzitutto alla situazione a livello globale, e poi concentriamoci sugli equilibri al Senato della Repubblica, dove è in esame il progetto di legge.

UNIONI CIVILI E MATRIMONY GAY: UN FENOMENO RECENTE

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L’istituzione delle unioni civili, categoria con cui indichiamo sinteticamente un istituto giuridico volto ad assicurare alle coppie omosessuali la possibilità di vedere il loro vincolo affettivo riconosciuto dallo Stato, sono apparse a partire dagli anni Novanta. Come possiamo vedere nel grafico, negli ultimi 20 anni sono stati 28 i paesi ad introdurle nei loro ordinamenti, a partire dalla Danimarca nel 1989, seguita da Israele nel 1994 e l’Islanda nel 1996. In molti paesi si sono progressivamente aggiunti diritti in capo alle coppie sotto unione civile, fino a rendere in alcuni casi le civil partnership del tutto identiche ai matrimoni.

Più recentemente si è quindi posto il tema dei matrimoni gay: anche in questo caso il paese apripista è stato nord-europeo, e i Paesi Bassi hanno introdotto i matrimoni per coniugi dello stesso sesso nel 2001. Gli anni 2010 e 2013 hanno segnato il record: in ciascuno di quegli anni ben 4 stati hanno introdotto il matrimonio omosessuale.

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Sono attualmente 21 i paesi che riconoscono a livello nazionale i matrimoni gay: 14 di questi si situano nel Vecchio Continente, a cui si aggiungono USA, Canada, Brasile, Argentina, Uruguay, Sudafrica e Nuova Zelanda. Nella cartina possiamo vedere come altri 8 stati europei abbiano nei propri ordinamenti le unioni civili per gli omosessuali (in rosa), mentre in altri 9 stati è espressamente vietato in costituzione il riconoscimento del matrimonio fra persone dello stesso sesso (in blu). A questi si aggiungono Ungheria e Croazia, che pur avendo le unioni civili, definiscono il matrimonio come unione fra uomo e donna.

Storicamente, il matrimonio omosessuale è stato approvato in 12 casi con un ampio consenso in parlamento (è il caso di grandi coalizioni fra socialdemocratici e liberali/conservatori o cristianodemocratici, come in Belgio, Canada, Irlanda, Svezia, UK, Uruguay), in 8 paesi la legge è stata appoggiata solo dalle forze progressiste o di sinistra (come in Nuova Zelanda, Francia, Argentina o Spagna), mentre in Brasile la legge ha avuto riconoscimento solo per via giudiziaria (1). Interessante segnalare come nei 19 paesi che sono passati dall’unione civile al matrimonio (tutti i casi tranne Canada e Spagna, che hanno introdotto direttamente la seconda opzione) in media siano passati 10 anni fra le due approvazioni. Si va dai due anni dell’Argentina ai ventitré della Danimarca.

E IN ITALIA?

Nel nostro paese la discussione è ancora ai blocchi di partenza, poiché insieme a Lituania, Lettonia, Polonia, Slovacchia, Romania, Grecia e Malta le coppie omosessuali non sono riconosciute dal nostro ordinamento. La proposta in discussione in questo periodo è quella del ddl Cirinnà, dalla relatriche Monica Cirinnà del Partito Democratico. Una volta passato all’esame della Commissione Giustizia del Senato, il testo arriverà in aula, ed allora l’ottimismo della dirigenza del PD sarà messo alla prova dei numeri. Quali scenari si troverà di fronte l’introduzione delle unioni civili in Italia?

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Nel caso in cui fosse rispettato il voto palesato in Commissione, il disegno di legge dovrebbe avere una larga maggioranza nell’assemblea. Si schiererebbero infatti a favore, oltre al PD, i senatori del Movimento 5 Stelle, il gruppo delle Autonomie (dove si trovano i deputati del Trentino Alto Adige, del PSI, e i senatori a vita) e molti componenti del gruppo Misto (fra cui siedono numerosi senatori ex grillini, oltre a senatori di SEL e della Lista Tsipras). Voterebbero contro invece i vari gruppi del centrodestra, anche se in verità è incerta è la posizione del gruppo GAL guidato da Denis Verdini. Il risultato della votazione sarebbe un 191 sì, 126 no e 4 voti di collocazione incerta.

Bisogna sottolineare però che questo è il best case per l’approvazione del disegno di legge. Abbiamo ipotizzato invece un secondo scenario in cui le unioni civili potrebbero essere bocciate.

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Per avere una maggioranza di contrari pari a 171 senatori sarebbe necessario uno smottamento consistente della maggioranza, incarnato dalla parte cattolica fra i senatori PD (ne abbiamo contati 35, prendendo come riferimento un emendamento presentato a marzo che chiedeva “pesanti cambiamenti alla legge”) e dalla parte cattolica del gruppo Autonomie (11, fra cui il presidente Ciampi, che potrebbe non votare per problemi di salute). I sì in questo caso si fermerebbero a 145, con 5 voti incerti.

Ora, i due scenari sono solo indicativi e danno un’idea del peso degli schieramenti. Ma consentono di fare due considerazioni di base. Perché il ddl Cirinnà sia approvato, è necessario da una parte che il binomio PD-Autonomie sia compatto (le defezioni massime possono essere una ventina, su 132 sì teorici), dall’altra che il M5S e gli ex senatori grillini, in tutto 54, votino a favore. Quindi: il centrosinistra resterà unito a sostegno delle unioni civili? Il Movimento 5 Stelle manterrà l’indicazione di voto che ha avuto in commissione o metterà il PD di fronte alla mancanza di una maggioranza? Per questo tema la maggioranza di governo infatti non esiste più, data la forte contrapposizione del Nuovo Centro Destra al disegno di legge soprattutto sul tema della step-child adoption. Ben presto l’aula risponderà a queste domande.

 

(1) Gli Stati Uniti vedono generalmente i Democratici sostenere il matrimonio fra persone dello stesso sesso, e quindi sono stati inclusi nella seconda categoria, malgrado solo una decisione della Corte Suprema abbia abolito le clausole anti gay marriage a livello statale.

Andrea Piazza

Laureato in Politica, Amministrazione e Organizzazione all'Università di Bologna, lavora al servizio Affari Istituzionali dell'Unione della Romagna Faentina. Si interessa di sistemi partitici e riordino territoriale. Ha una grave dipendenza da cappelletti al ragù.

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