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Cameron 2.0: perché hanno rivinto i Conservatori

“Le opposizioni non vincono le elezioni, sono i governi che le perdono”. Questo noto detto è tornato di moda nel Regno Unito, in seguito al trionfo del tutto inaspettato dei Conservatori di David Cameron, che non hanno solo vinto, ma hanno umiliato i laburisti di Ed Miliband oltre ogni previsione.

Il risultato è stato sorprendente per tutti, fin dai primissimi exit poll rilasciati alle 22, orario di alla chiusura dei seggi. Le stime assegnavano ai Conservatori un ampio margine di vittoria, con 316 seggi rispetto ai 239 dei Laburisti. Ma prima che lo spoglio avesse inizio, nessun commentatore si era azzardato a prendere sul serio gli exit poll, per paura di sopravvalutare il risultato. Paradossalmente, l’esito finale è stato persino più favorevole per i Conservatori. Il partito di Cameron ha chiuso con 331 seggi (oltre la soglia critica di 326 su 650), abbastanza da avere una maggioranza assoluta alla Camera dei Comuni e formare un governo senza l’appoggio di altri partiti. I Laburisti ne hanno invece ottenuti solo 232. Si torna quindi al governo di un solo partito, dopo cinque anni di scomoda coalizione, estremamente rara nel Regno Unito.

A confermare che a volte chi è al governo perde sono stati i Liberal Democratici. Dopo una legislatura al fianco dei Conservatori, il partito guidato da Nick Clegg è stato quasi del tutto eliminato, crollando da 57 a 8 seggi. L’elettorato li ha puniti molto duramente per aver promesso, nella campagna elettorale del 2010, di cancellare le tasse universitarie, salvo poi triplicarle una volta al governo. Clegg si è personalmente assunto la responsabilità per la sconfitta, e ha rassegnato le dimissioni. Lo stesso ha fatto Ed Miliband, leader dei Laburisti. Nonostante tutti i sondaggi dessero il suo partito testa a testa con i Conservatori, la sconfitta è stata devastante.

Tra le cause della deludente performance dei Laburisti, molti commentatori hanno indicato lo stesso Miliband. Poco carismatico, goffo e noto al pubblico britannico per una serie infinita di gaffe, Miliband era molto amato dai suoi sostenitori, che lo vedevano come un “good guy”, una brava persona, e soprattutto molto “umano”. Mentre Cameron trasmette un’immagine da “posh boy”, un ricco figlio di papà che ha frequentato il prestigioso college ad Eton e non ha idea di come viva la gente comune, Miliband è sempre sembrato più accessibile. Dalla foto che lo ritraeva mangiare un sandwich al bacon con un’espressione tutt’altro che lusinghiera a quando per poco non è scivolato nello scendere dal palco dell’ultimo Question Time pre-elettorale, la campagna di Miliband è stata contrassegnata da facili bersagli per i suoi oppositori. Per quanto in tutti i dibattiti sia andato meglio del previsto, ciò è stato unicamente perché le aspettative sulle sue abilità oratorie erano talmente basse che sarebbe stato impossibile fare di peggio. E l’elettorato ha finito per vederlo come onesto, a contatto con la realtà, ma allo stesso tempo poco risoluto e non abbastanza adatto ad una situazione di crisi. In poche parole, non abbastanza “Prime Ministerial”. Jeremy Paxman, giornalista noto per la sua cattiveria nell’intervistare i politici, l’aveva duramente punzecchiato per il fatto che come leader non risultava “abbastanza forte”. Miliband aveva ribattuto con un accalorato ma non del tutto convincente “Hell yes I’m tough enough” (“Che diamine, certo che sono abbastanza forte”), ma l’elettorato chiaramente non si è lasciato persuadere. I dati di YouGov, sintetizzati in questo grafico, dimostrano il costante vantaggio di Cameron.

Quello che ha portato i Conservatori ad un tale trionfo non sono state tanto le qualità personali di Cameron in confronto a Miliband. Nella sconfitta dei Laburisti riecheggia forte come non mai lo slogan “It’s the economy, stupid!”. I Conservatori, da questo punto di vista, avevano ogni vantaggio possibile. Almeno sulla carta, tutti i numeri sono dalla parte della politica economica di Cameron: disoccupazione in calo, PIL in crescita, Sterlina in vantaggio sull’Euro. Ai dati obiettivi bisogna aggiungere l’abilità di Cameron nel ritrarre i Laburisti come il partito che ha distrutto l’economia inglese. Cameron si è presentato in più di un’occasione con la lettera lasciata al suo successore da Liam Byrne, segretario del Tesoro durante il governo di Gordon Brown, che recitava: “Caro Segretario, temo che non ci siano più soldi”. Cameron ha sapientemente dipinto uno scenario in cui i Laburisti avevano speso oltre ogni limite, lasciando al suo governo le casse vuote e il compito di far ripartite la nazione dopo la crisi finanziaria. I dati positivi sullo stato dell’economia, aiutati dall’obiettiva superiorità retorica di Cameron, hanno convinto gli elettori a non rieleggere il partito che era al potere quando “sono finiti i soldi”. Dal canto suo, Miliband ha provato a dissociarsi dalla politica economica di Brown, ammettendo che “avevano sbagliato”, ma non riuscendo in nessuna situazione a risultare adeguatamente competente in materia. In tutti i sondaggi degli ultimi due anni, i Conservatori sono sempre stati in netto vantaggio in materia di competenza economica, come illustrato dal grafico seguente, basato su dati Ipsos MORI.

Infine, va considerato lo tsunami SNP, lo Scottish National Party. Gli indipendentisti scozzesi, guidati dalla donna più influente in questa elezione, Nicola Sturgeon, sono infatti risultati più forti che mai dopo il referendum per l’indipendenza fallito lo scorso anno, e si sono aggiudicati 56 dei 59 seggi scozzesi. Altro smacco per i Laburisti, storicamente i più forti in Scozia.

Sia la crescita dell’SNP che la vittoria schiacciante dei Conservatori sono, comunque, in gran parte ingigantiti dal sistema elettorale maggioritario. Anche se la differenza tra Conservatori e Laburisti è di 99 seggi, a separare i due partiti è stato solamente il 6,5% del voto nazionale. Cameron può governare da solo nonostante abbia ottenuto poco più di un terzo dei voti. L’SNP su scala nazionale ha invece ottenuto meno del 5% dei voti, ma avrà a disposizione quasi il 10% dei seggi a Westminster.

Il professor Lynch ha definito il maggioritario come una macchina che tiene artificialmente in vita il sistema bipartitico[1]. Guardando l’attuale composizione del Parlamento, quello inglese si potrebbe definire un “bipartitismo e mezzo”. Se dopo l’elezione del 2010 erano stati i Liberal Democratici ad aumentare la loro presenza, ora sono stati rimpiazzati dallo SNP. C’è infatti un’enorme discrepanza tra il numero di voti e la rappresentanza in parlamento, e i partiti geograficamente concentrati risultano avvantaggiati, come appunto gli indipendentisti scozzesi.

Il maggioritario, nello scenario inglese, risulta quindi sempre più disfunzionale. Il problema era stato messo momentaneamente da parte dopo il referendum del 2011, che diede agli elettori la possibilità di scegliere tra il sistema attuale, il First-Past-The-Post, e l’Alternative Vote. Quest’ultimo è un complesso sistema (utilizzato in Australia) che permette di porre in ordine di preferenza i vari candidati, e che elimina gradualmente i meno popolari riassegnando le seconde preferenze a quelli rimanenti, finché uno di essi non supera il 50%. La maggioranza degli elettori però (il 67,9%) optò per tenersi il semplice e familiare First-Past-The-Post. D’altronde, l’Alternative Vote non solo è più complicato, ma è pur sempre un maggioritario. Se invece si passasse ad un sistema più proporzionale, il Parlamento avrebbe un aspetto del tutto diverso. Il grafico seguente rappresenta il numero di seggi che ciascun partito avrebbe ottenuto in questa elezione con un sistema proporzionale, secondo una stima della Electoral Reform Society. Con una maggiore presenza dei partiti minori, come UKIP e i Verdi, Cameron avrebbe comunque vinto, ma avrebbe davanti a sé 5 anni senz’altro più impegnativi. E, forse, Ed Miliband avrebbe qualche capello grigio in meno.

[1] P. Lynch, “Party System Change in Britain: Multi-Party politics in a Multi-Level Polity‟, British Politics 2 (2007)

Roberta Damiani

Nata a Brescia, vive a Londra da quasi cinque anni. Dopo aver conseguito la laurea in Economia e Politica alla Queen Mary, frequenta un Master in Politica Comparata alla London School of Economics. Ha l'hobby della cucina (vegetariana). Adora i gatti.

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