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Letta, Renzi e la fiducia degli italiani

Che la stagione delle larghe intese prosegua oppure no, una cosa è certa: Enrico Letta e Matteo Renzi sono fra i cavalli di razza del Pd.
E un po’ per questo, un po’ per i chiari di luna che sembrano avvicinare l’eventualità di elezioni anticipate, si inizia a fare i conti con una domanda: chi, fra il presidente del Consiglio e il sindaco di Firenze, è il più gradito nell’opinione pubblica italiana?

La risposta, in realtà, non è di quelle semplici. Per almeno quattro ragioni.

1) Enrico Letta porta con sé il giudizio sul governo. Inevitabilmente il gradimento per il premier e quello per l’esecutivo tendono a influenzarsi a vicenda. Anche se, in un apparente paradosso, i sondaggi sulla fiducia nel governo dicono cose talvolta molto diverse da quelli sulla fiducia nel capo del governo, come risulta evidente qui:

 

 

2) Letta e Renzi appartengono allo stesso partito, il Pd, e provengono in origine entrambi dalla stessa componente (quella popolare: del Ppi Letta fu vicesegretario nel 1997-1998, Renzi segretario provinciale a Firenze nel ’99). Eppure, hanno due profili molto diversi: uno (Letta) molto forte negli indicatori di competenza, serietà e moderazione ma debole in quelli personali come simpatia e carisma; l’altro (Renzi) è esattamente speculare.

 

Ma non finisce qui: c’entra anche l’affiliazione partitica. Nel senso che – benché le cose potrebbero cambiare con la paventata crisi di governo – all’interno dell’elettorato in generale, così come di quello Pd, secondo Ipsos i due leader sono sostanzialmente alla pari. Ma le cose cambiano quando si guarda all’elettorato del centrodestra e del Movimento 5 Stelle, perché se il premier può (poteva?) godere del sostegno dell’elettorato Pdl (+37 su Renzi), il sindaco rottamatore fa invece il pieno nel bacino del M5S (+28 su Letta).

 

 

3) “Fiducia”, “gradimento”, “popolarità”, “approvazione dell’operato” sembrano dire tutti la stessa cosa, ma così non è. Sono indicatori diversi, che presuppongono domande diverse, scale diverse e obiettivi diversi.
Insomma, non è lo stesso chiedere se si ha fiducia in Enrico Letta come persona o se si approva l’operato del suo governo (come emergeva già al punto 1). E non è lo stesso, d’altro canto, considerare “positivi” i giudizi dal 6 al 10, o dal 7 al 10, o piuttosto utilizzare come scala chi dichiara di avere “molta” o “abbastanza” fiducia.

È anche in conseguenza di questo che i valori di Renzi e Letta appaiono molto contraddittori e contrastanti, per non dire evanescenti: Letta va dal lusinghiero 65% di una recente indagine Ipsos al deludente 34% di una ancor più recente indagine Emg; Renzi invece, dalla scorsa estate, è stato dato al 61% come al 45%.

 

 

4) Il che ci porta a un’altra considerazione, che dovrebbe mettere in guardia tanto Enrico Letta quanto Matteo Renzi: la politica ha memoria corta, e ancor più i sondaggi.
Un leader politico con fiducia altissima può disperdere gran parte dell’apprezzamento se il suo nome viene legato a un governo cui l’opinione pubblica è largamente ostile. Pensiamo a Mario Monti, accolto come salvatore dei patrii destini a fine 2011, e poi progressivamente ‘rifiutato’ da larghi settori della popolazione. Una parabola discendente che ha incluso il modesto risultato elettorale di febbraio (intorno al 10%) e che non è sembrata arrestarsi negli ultimi mesi. Eppure – fa riflettere – a cinque mesi dall’insediamento, Monti godeva ancora di giudizi decisamente più lusinghieri di quelli riservati oggi al governo Letta:

 

 

Tant’è che la media fra le misurazioni di diversi istituti relative al sesto mese di governo premia Monti (vicino al 46%) rispetto a Letta (poco sotto il 40).

 

Infine, c’è un altro problema: “scendendo in campo” si rischia spesso di assumere una connotazione “politica” e di parte che raffredda gli entusiasmi nella ‘zona grigia’ dell’elettorato e l’apertura di credito riconosciuta dagli avversari. È la dinamica che si registra in genere con i presidenti della Repubblica (che spesso godono di valori molto elevati perché sono considerati al di sopra della parti e perciò apprezzati sia da uno schieramento sia dall’altro), e che negli ultimi anni si è concretizzata fra l’altro con Walter Veltroni e Gianfranco Fini. Due leader generalmente apprezzati (con tassi di fiducia tra il 50 e il 60%), capaci di conquistare la stima anche di elettori “dell’altra parte”, e che però hanno perso gran parte dell’appeal nel momento in cui si sono più direttamente impegnati nella contesa politica (il primo diventando segretario del Pd, il secondo guidando l’avventura di Futuro e Libertà).
Sic transit gloria mundi: Renzi e Letta sono avvisati.

Lorenzo Pregliasco

Nato nel 1987 a Torino. Si è laureato con una tesi su Obama, è stato tra i fondatori di Termometro Politico, collabora con «l'Espresso» e ha scritto su «Politico», «Aspenia», «La Stampa».
Insegna all'Università di Bologna e alla Scuola Holden.
Ha scritto Il crollo. Dizionario semiserio delle 101 parole che hanno fatto e disfatto la Seconda Repubblica (Editori Riuniti, 2013) e Una nuova Italia. Dalla comunicazione ai risultati, un'analisi delle elezioni del 4 marzo (Castelvecchi, 2018).
È direttore di YouTrend.

3 commenti

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  • Molto interessante. Una cosa che non ho mai capito è tutta questa fiducia degli elettori M5S verso Renzi: credo sia dovuta solo al discorso “rottamazione”, in quanto su praticamente tutti gli altri temi sono su posizioni molto diverse.

  • Che fine ha fatto BERSANI? non doveva essere lui a portare il P.D.al governo del cambiamento.Aveva vinto tutte le primarie ecc..E prima di Bersani ,vi ricordate di OCCHETTO ACHILLE ,il sopravvissuto alla PRIMA REPUBBLICA,con PRODI,D’ALEMA ,AMATO.(In 5 anni ,4 governi ,1995/2000). Quelli che anno svenduto tutte le migliori IMPRESE ITALIANE (quelle ha partecipazione statale) ai capitalisti italiani ,stranieri e mafiosi. SONO 20 ANNI di chiacchere ,ed ora che si è sciolta la neve ,si vede quanta misera è la nostra attuale classe politica.
    Ma forse per molti ITALIANI, è meglio parlare di BUNGA BUNGA.

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