YouTrend
Renzi può rottamare un PD fatto di pensionati?

Renzi può rottamare un PD fatto di pensionati?

Fra le letture estive di Matteo Renzi, c’è stato sicuramente spazio per Un salto nel voto, l’ultimo libro di Ilvo Diamanti: un compendio di analisi sulle ultime elezioni, corredate da molte mappe e molti numeri. Il sindaco di Firenze ha citato spesso, negli ultimi tempi, dati tratti proprio dal volume curato dall’editorialista di Repubblica insieme al Lapolis, il Laboratorio di studi politici e sociali dell’Università di Urbino.

In particolare, Renzi ha preso di mira la scarsa attrattiva del Partito Democratico alle ultime elezioni – non solo alle ultime, in realtà: ci arriviamo – presso i settori più produttivi e dinamici della popolazione italiana. Non ha detto proprio «il Pd è un partito da pensionati», ma quasi:

Il punto vero è se vogliamo che il Pd vuole essere alle prossime elezioni soltanto il primo partito tra pensionati e dipendenti pubblici, mentre è dietro tra i disoccupati, nel popolo delle partite Iva, tra gli studenti, nelle piccole medie imprese. Io voglio fare del Pd un partito che vuole vincere
(Matteo Renzi alla Festa Democratica di Genova, 1° settembre 2013)

La questione di un partito senza appeal fra i giovani e i “non protetti” è stata già esaminata da diverse analisi, fra cui quella (che si concentra però sugli aspetti di policy e di organizzazione interna) del nostro Umberto Marengo su LSDP.

Quello che proviamo a fare in queste righe è invece tratteggiare un ragionamento un po’ più di ampio respiro, che parta da queste domande: chi ha votato il Pd a febbraio? Sono sempre gli stessi? E perché le cose dovrebbero cambiare, se il prossimo leader fosse Matteo Renzi?

Come salta agli occhi nel primo grafico, non soltanto il Pd ha vinto (e largamente) tra i pensionati con il 37% dei voti; ha perso in tutte le altre categorie prese in esame. Malamente tra gli imprenditori e i lavoratori autonomi (meno del 13%: un dato intorno al valore della sola Margherita, finché esisteva), e non è andata molto meglio tra gli operai e le casalinghe (neanche il 20%).
L’unico segmento in cui ha “overperformato” (ha cioè ottenuto una percentuale più alta di quella media) è quello dei dipendenti pubblici (26,7%), in cui pure è stato sopravanzato dal Movimento 5 Stelle.
Questi primi dati, tratti dalle rilevazioni di Lapolis, evidenziano un aspetto tutt’altro che trascurabile: il Pd di Bersani è stato competitivo soltanto nelle due categorie “protette” dei pensionati e dei dipendenti pubblici, vale a dire – verosimilmente – le fasce meno coinvolte dalle dinamiche del lavoro e dalle trasformazioni sociali degli ultimi anni.

Che il profilo di Bersani sembrasse piuttosto attrattivo per gli elettori ritiratisi dal lavoro traspariva già dalle analisi sulle primarie del 2012, dove il 35% dei supporter dell’ex segretario risultava in pensione, contro il 21% di chi aveva preferito il «rottamatore» Renzi (e il 32% che troviamo nella popolazione italiana maggiorenne – dato comunque altissimo).

Ci sarebbe, in verità, un’altra categoria “marginale” che però all’opposto ha premiato il Pdl: quella delle casalinghe. Un segmento spesso trascurato dalle analisi politiche, e che invece rappresenta circa il 12% dell’intero elettorato italiano (Itanes 2008). Ed è proprio il voto delle casalinghe a generare un’altra ‘distorsione’ nel profilo dell’elettorato democratico rispetto a quello di altri partiti di centrosinistra all’estero: il Pd è un partito ‘al maschile’. Secondo le nostre elaborazioni sui dati di Diamanti, su 100 elettori che hanno votato Bersani alle elezioni circa 52 erano uomini. Al contrario, Obama è stato rieletto nel 2012 anche grazie al voto femminile (56 su 100 suoi sostenitori erano donne).

Facciamo un salto all’indietro, grazie ai dati Itanes. Si è detto che a febbraio alcune categorie della popolazione italiana sono state “critiche” per il Pd – lavoratori in proprio, operai e casalinghe, tra gli altri -. Ma è sempre stato così? La risposta è sì e no.
Se alle ultime politiche, rispetto al valore medio del Pd, il dato degli autonomi era -13 (cioè inferiore di 13 punti) e quello di operai e casalinghe -6, nel 2008 (Veltroni vs Berlusconi) gli operai erano addirittura a +3 (cioè avevano votato Pd più della media degli elettori), mentre gli autonomi (-9) e soprattutto le casalinghe (-10) risultavano già aree di sofferenza.
Andando poi nel 2006 (Prodi vs Berlusconi: qua consideriamo la lista dell’Ulivo), le differenze sono ancora più macroscopiche: gli operai erano a +6, le casalinghe erano in piena media (31% contro il 31,2%) e i soli lavoratori in proprio già manifestavano una marcata diffidenza verso il centrosinistra (-10).

Insomma, in un mercato elettorale generalmente molto statico, nell’arco di due sole elezioni politiche il bacino del Pd sembra aver perso sì in tutte le categorie, ma soprattutto presso i lavoratori autonomi e gli operai. Il delta medio fra questi segmenti e il dato globale del Pd era di 1,9 punti nel 2006, diventati 2,7 nel 2008 e cresciuti fino a 9,1 nel 2013: si è insomma allargata la distanza fra il principale partito del centrosinistra e due categorie non necessariamente appartenenti alla stessa classe sociale, ma forse accomunate dall’essere al centro delle trasformazioni sociali e, negli ultimi anni, dall’aver patito più di altri (i dipendenti pubblici) la crisi e la ridefinizione dei rapporti di lavoro.

Un altro elemento dovrebbe mettere in guardia il Pd: quello geografico. Se mettiamo di fianco la mappa del consenso al Pci nel 1983 e quella del consenso al Pd nel 2013 (tratte dalla nostra Mappa elettorale interattiva comune per comune), vediamo che le zone di forza sono le stesse. Addirittura, le dieci province in cui il Pci era più forte trent’anni fa coincidono con quelle in cui è stato più forte il Pd: Siena, Livorno, Reggio Emilia, Modena, Prato, Ravenna, Firenze, Bologna, Pistoia e Pisa, con l’unica eccezione di Arezzo che sostituisce Pistoia per pochi decimali (e la città della Torre, nonché dell’attuale premier, è comunque 12°).

Lorenzo Pregliasco

Nato nel 1987 a Torino. Si è laureato con una tesi su Obama, è stato tra i fondatori di Termometro Politico, collabora con «l'Espresso» e ha scritto su «Politico», «Aspenia», «La Stampa».
Insegna all'Università di Bologna e alla Scuola Holden.
Ha scritto Il crollo. Dizionario semiserio delle 101 parole che hanno fatto e disfatto la Seconda Repubblica (Editori Riuniti, 2013) e Una nuova Italia. Dalla comunicazione ai risultati, un'analisi delle elezioni del 4 marzo (Castelvecchi, 2018).
È direttore di YouTrend.

Commenta

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Send this to a friend