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Sondaggi (sulle primarie PD) che non lo erano

Con l’avvicinarsi del congresso Pd, e delle primarie per il segretario che dovrebbero svolgersi il 24 novembre, iniziano a circolare i primi sondaggi sul prossimo leader del principale partito del centrosinistra. Il problema è che ci dicono molto poco, sulle primarie del Pd.

Vediamo, in ordine, le due rilevazioni più recenti finora disponibili – cioè quelle pubbliche, anche se, come è noto, esistono almeno altrettante indagini riservate svolte per conto dei candidati e dunque non divulgate -.

Un sondaggio ISPO (l’istituto di Renato Mannheimer) svolto fra il 9 e il 10 settembre propone questi risultati:

In sostanza, presso l’elettorato «certo» del Pd Matteo Renzi godrebbe di un sostegno bulgaro, pari all’80%, seguito da Pippo Civati al 3%, dall’europarlamentare Gianni Pittella al 2% e da Gianni Cuperlo all’1% (il 5% risponde ‘nessuno di questi’, il 9% è indeciso).

Allargando lo sguardo all’elettorato «potenziale» del Pd (si suppone cioè chi dice di prendere in considerazione il voto al Pd), Renzi scende al 58%, Civati cresce al 4%, Pittella resta al 2% e Cuperlo addirittura scivola a quota 0.

Altri dati recenti sono quelli che provengono dalla ricerca di IPR per il TG3, dello scorso 2 settembre.

Ai soli elettori PD viene rivolta questa domanda:

Nei prossimi mesi si terranno le elezioni primarie per eleggere il nuovo segretario del Partito Democratico. Se dovesse votare oggi, Lei quale di questi potenziali candidati alla carica di segretario del Partito Democratico voterebbe?

I risultati sono in parte diversi da quelli di ISPO, ma Renzi è sempre altissimo (78%), seguito da Gianni Cuperlo (14%), Pippo Civati (5%) e infine Gianni Pittella (3%).

Insomma, qual è il problema di questi sondaggi? Che in realtà ci dicono molto poco su come andranno le prossime primarie.
Per almeno due motivi di metodo:

1) Il campione globale è di 803 casi (ISPO) e 969 casi (IPR). Tuttavia – essendo il Pd dato intorno al 29%, ed essendo gli elettori Pd un sottoinsieme degli elettori nel loro complesso – possiamo ipotizzare che gli intervistati che si sono detti elettori del Pd, e a cui è stato quindi domandato il leader preferito, siano soltanto circa 230 (ISPO) e 270 (IPR).
D’accordo, questa assunzione non è necessariamente corretta, perché nei sondaggi politici si fa ampio uso delle cosiddette «ponderazioni» – cioè si «ripesano» le singole interviste per rendere l’insieme del campione rappresentativo secondo alcuni parametri come la distribuzione dell’età, il titolo di studio o l’area geografica -. L’obiezione che potrebbe derivarne è che in realtà il numero di persone che si dichiarano del Pd, e che rispondono dunque alla domanda sul segretario preferito, potrebbero essere più di 230 e 270 (300? 350?); tuttavia, seguendo lo stesso ragionamento, potrebbero essere anche meno di 270 e 230 (200? 150?).
In sostanza, con un sotto-campione di queste dimensioni il margine d’errore statistico risulta molto alto (intorno al +/- 6,5%).

2) Questi due sondaggi non sono sondaggi su chi si dice intenzionato a partecipare alle primarie. È una domanda, rivolta nel corso di un’intervista sulle intenzioni di voto, e riservata a chi si è dichiarato elettore, «certo» (IPR) o sia «certo» sia «potenziale» (ISPO), del Pd.
Per questo motivo, i numeri che leggiamo non si riferiscono ai potenziali elettori delle primarie di novembre, ma a un generico insieme di elettori del Pd. Il che espone le rilevazioni ad alcune criticità:

  • Chi ci dice che saranno necessariamente e solo elettori Pd a votare alle primarie? I precedenti (per esempio le primarie 2007 e quelle 2009, primarie «aperte» e non riservate ai soli iscritti come pare saranno anche quelle di quest’anno) ci dicono che una quota non marginale di partecipanti ai gazebo non era necessariamente del Pd, ma poteva per esempio preferire Sel, o essere indecisa sul partito che avrebbe votato in caso di elezioni politiche. Eppure, questa quota non indifferente di persone voleva partecipare al «rito» democratico delle primarie. Nulla esclude – anzi – che lo stesso avvenga con le prossime primarie, a cui in definitiva potrebbero partecipare quantità non trascurabili di elettori indecisi se votare Pd o Sel, o Pd e M5S, o se andare a votare a eventuali elezioni politiche.
    Tutti questi elettori sono esclusi dalla rilevazione di IPR e da quella di ISPO sull’«elettorato certo del Pd»; sono invece potenzialmente inclusi (ma non possiamo saperlo, perché nel sondaggio non è specificato) nella colonna «elettorato potenziale del Pd».
  • Chi ci dice che tutti gli elettori del Pd parteciperanno alle primarie? Anzi, questo scenario è francamente molto poco probabile: considerando che a votare Pd alle ultime politiche sono state 8.642.700 persone, e che l’affluenza media alle primarie oscilla intorno ai 3 milioni, è evidente che solo una parte – quella più interessata alla politica e militante – di chi vota Pd concorre poi effettivamente all’elezione del segretario. Conoscere l’orientamento di quegli 8 milioni e fischia di persone può essere importante, ma non ci dice come voteranno quei 3 (che in parte, come si è detto poco fa, non rientrano negli 8 milioni).

Per poter disporre di dati attendibili e metodologicamente accurati sul prossimo segretario del Pd occorrerebbe realizzare sondaggi rivolti solo a chi si dice intenzionato ad andare a votare alle primarie. Certo, non si sarebbe al riparo da altre insidie di metodo (l’universo di riferimento delle primarie è volatile e varia di volta in volta), ma almeno si intervisterebbe il campione «corretto», cioè quello di cui ci interessa sondare l’opinione.

Insomma, è interessante anche conoscere l’orientamento in generale dell’elettorato Pd, ma fino a un certo punto, se quello che vogliamo sapere è come andrà a finire il Congresso. Le rilevazioni riservate commissionate dai candidati, non a caso, si svolgono proprio sull’elettorato potenziale delle primarie, e non su un generico insieme di sostenitori del Pd: il problema è che costano molto (intercettare per telefono solo persone che si dichiarano potenziali elettori delle primarie vuol dire dover fare molte più chiamate rispetto a quelle necessarie per un sondaggio ‘normale’). Ed è questa una delle ragioni per cui i loro risultati non li vedrete sui giornali o in tv.

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Lorenzo Pregliasco

Nato nel 1987 a Torino. Si è laureato con una tesi su Obama, è stato tra i fondatori di Termometro Politico, collabora con «l'Espresso» e ha scritto su «Politico», «Aspenia», «La Stampa».
Insegna all'Università di Bologna e alla Scuola Holden.
Ha scritto Il crollo. Dizionario semiserio delle 101 parole che hanno fatto e disfatto la Seconda Repubblica (Editori Riuniti, 2013) e Una nuova Italia. Dalla comunicazione ai risultati, un'analisi delle elezioni del 4 marzo (Castelvecchi, 2018).
È direttore di YouTrend.

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