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Reddito UE: chi sale e chi scende

Per la prima volta l’Italia è scesa sotto la media dell’Europa a 27 nel reddito medio pro-capite (calcolato in PPS, ossia omogeneizzando i poteri d’acquisto): ora su una media di 100, l’Italia è al livello 98.

Da un punto di vista simbolico (e psicologico) la statistica ha un grande significato: rappresenta in modo chiaro il declino italiano soprattutto in confronto ai Paesi emergenti dell’Est che salgono e di quelli dell’Ovest, Germania in testa, che consolidano il loro benessere. Vediamo qui una mappa dell’Europa con i Paesi in base al loro reddito:

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PIL pro-capite (media UE27 = 100) fonte: Eurostat 2013

E, ancora più significativo, il grafico delle performances dal 2009, ovvero negli anni della crisi. Tra i Paesi che hanno migliorato la loro posizione rispetto alla media e quelli che l’hanno peggiorata, emerge una divisione tra Sud-Ovest e Nord-Est Europa con quest’ultima area in progresso:

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PIL pro-capite, var. 2009-2013 (media UE27 = 100) fonte: Eurostat 2013

Osserviamo le varie aree dell’Europa, includendo anche Paesi per ora solo candidati alla UE, in base alla variazione di reddito rispetto alla media europea nell’ultimo decennio.

 

IL CENTRO EUROPA EMERGENTE

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Sono i Paesi “vincenti” perlomeno degli ultimi 5 anni. Coloro cioè che sono più cresciuti, in valore assoluto e in relazione alla media europea, in ciò sostituendo le “tigri” esaltate nei primi anni 2000 come Irlanda o Spagna.

Al posto di crescite basate su bolle immobiliari o su creditizie o su iniezioni di spesa pubblica, qui abbiamo avuto una crescita industriale, manifatturiera, con il trasferimento e la nascita di industrie dall’Europa Occidentale (per esempio quella automobilistica in Polonia, Slovacchia e più recentemente Ungheria, con marchi di lusso), o quella meccanica e di elettrodomestici. Non si tratta di Paesi che hanno approfittato solo di ovvi vantaggi di costo del lavoro, come è stato per quelli balcanici, che hanno avuto finora gioco facile a scalare il livello di reddito relativo partendo da livelli così bassi.

Si tratta di Paesi non solo con un carico fiscale più leggero, ma anche con un livello medio di istruzione e competenze non inferiore a quello dell’Europa Occidentale.

La stabilità politica è aumentata dai tempi della caduta del comunismo, e dopo i turbinosi anni in cui a ogni elezione cambiavano non solo i premier ma anche i nomi dei partiti (spesso personali e populisti) che si formavano e liquefacevano come neve al sole, ora il panorama è più simile a quello dell’Europa Occidentale, con forze stabili che rappresentano le principali culture politiche, e un tasso di populismo in realtà non superiore a quello delle nostre latitudini.

Vi è da segnalare che in base ai dati regionali Eurostat, pur aggiornati al 2010, le nostre regioni più povere, come la Campania, avevano ormai un reddito all’incirca pari a quello di questi Paesi dell’Europa centrale (66 su una media europea di 100) e sicuramente inferiore a quello delle aree più industrializzate di questi Paesi, come quelle raccolte intorno alle capitali Varsavia, Budapest, Bratislava o come il Sud della Polonia. Ed appare in modo eclatante come non ci sia competizione tra aree di forza economica apparentemente pari ma con costi e prezzi molto superiori, livello di istruzione e di infrastrutture inferiori.

I PROSSIMI VINCENTI?

Romania Bulgaria Turchia

Questi Paesi, pur se molto diversi, stanno crescendo molto, partendo da livelli molto bassi, e ancora non sappiamo se si svilupperà una industria manifatturiera solida come per Polonia o Slovacchia o se, come per Romania e Bulgaria, per ora si è trattato di trarre profitto dalla delocalizzazione di produzioni a medio-basso costo. Per la Turchia già si intravede un futuro di potenza industriale, per la crescita nel settore automotive o elettrodomestici, favoriti anche dalle dimensioni del proprio mercato interno. La crescita turca è già superiore a quella di Bulgaria e Romania e degli altri Paesi europei.

 

I PAESI IN STANDBY

balcani

I Balcani ancora sono in una situazione di incertezza e instabilità anche economica, tra una Serbia che sta seguendo la strada di altri Paesi dell’Est con l’attrazione di investimenti esteri (anche dall’Italia, si pensi alla FIAT), e altri come Albania, Kossovo, Montenegro in cui l’economia in nero o criminale (contrabbando) hanno un ruolo importante. Qui i futuri assetti diplomatici, la stabilizzazione dei rapporti anche tra Paesi un tempo nemici hanno il loro ruolo sul futuro economico. Per ora non sono riusciti a crescere molto più della media nonostante il livello molto basso di partenza.

ECONOMIE MATURE: IL VALORE DELLE RIFORME

la forza delle riforme

Questi Paesi sono riusciti a migliorare nelle performance relative nonostante non partissero dal basso, e fossero già economie mature. Il merito quindi è ancora maggiore, e consiste nel fatto di avere fatto alcune riforme, che hanno mirato a modificare in profondità e senza paure modelli consolidati da decenni, ossia grandi welfare e alta spesa pubblica, senza privare gli ultimi della protezione della società ma eliminando le politiche più dannose per la competività e la crescita. Così la Germania ha stretto le maglie del welfare per i disoccupati per evitare ogni incentivo all’inattività, con l’obiettivo di aumentare l’ocupazione e allo stesso tempo tenere basso il costo del lavoro, in funzione di una maggiore produttività, ed è quello che ha ottenuto, con un costo del lavoro pressochè stagnante negli anni 2000 a fronte di un aumento del 30% circa in Europa meridionale.

Così la Svezia che ha portato la spesa pubblica sotto il 50%, dopo che in decenni socialdemocratici era volata a oltre il 60% con conseguente stagnazione. Ha affrontato tabù come l’intervento dei privati nella scuola, così come nella sanità con l’offerta di una “opzione privata”, ha venduto asset bancari, riformato la legge sul lavoro, rendendola molto flessibile (nonostante rimanga molto forte la presenza sindacale) e infine abbassato di molto le tasse.

 

I PIIGS

PIIGS

Vi è poco da dire che non sia stato già detto. I Paesi mediterranei più l’Irlanda in 10 anni hanno inanellato, chi più chi meno, chi in un campo chi in un altro, quasi tutto il range di errori di politica economica che è possibile immaginare, sia in opere che omissioni, ovvero sia con provvedimenti sbagliati che con inattività legislativa. La Spagna e l’Irlanda hanno ecceduto nel credito facile, creando bolle non solo creditizie ma con conseguenze nell’immobiliare; la Grecia ha elevato la spesa pubblica e l’intervento statale a livelli così alti che per farli apparire sostenibili ha falsificato i conti; l’Italia è stata immobile, senza quasi effettuare riforme e lasciando che la maggiore inflazione e tassazione e inefficienza del settore pubblico rosicchiassero pian piano reddito e competitività del Paese nei confronti dei principali partner europei.

Gianni Balduzzi

Classe 1979, pavese, consulente e laureato in economia, cattolico-liberale, appassionato di politica ed elezioni, affascinato dalla geografia, dai viaggi per il mondo, da sempre alla ricerca di mappe elettorali e analisi statistiche, ha curato la grande mappa elettorale dell'italia di YouTrend, e scrive di elezioni, statistiche elettorali, economia.

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