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Beppe Grillo: te la do io la televisione

L’ultima apparizione di Beppe Grillo in televisione come uomo di spettacolo risale al 1993, su Raiuno in prima serata. Lo spettacolo fu un successo di ascolti, con un picco di 16 milioni. Alcune battute contro Craxi e il Psi però lo allontanarono per sempre dalla Tv pubblica: non il primo e nemmeno l’unico caso di ostracismo politico.

I tempi son cambiati: il Psi non è più nei Palazzi del potere, e Beppe Grillo sembra rifuggire le luci della ribalta dello schermo catodico (oramai al led). Non così per quegli schermi fatti di pixel. E proprio dal suo blog, megafono del Movimento 5 Stelle, ha lanciato l’ultima offensiva contro giornalisti e televisioni. Cappello forse alle precedenti manovre contro la categoria, rea di essere nei migliori dei casi incompetente e al soldo del padrone di turno (Berlusconi, Eni, Telecom). The winner is… Arrivano i risultati del sondaggio con 81.381 partecipanti: utenti che hanno espresso la preferenza assegnando il “Microfono di legno” al peggior giornalista televisivo, trasmissione e rete. Rete 4 è stata votata come il canale televisivo più fazioso, con quasi il 40% delle preferenze (39,51%). Al secondo posto c’è Rai 3 con il 17,70% dei voti.

rete tv

Di conseguenza anche i direttori dei tg considerati più di parte ricalcano l’orientamento espresso nei confronti della rete tv: con al primo posto Giovanni Toti (Tg4 e Studio Aperto) e sul secondo gradino del podio Bianca Berlinguer (Tg3) che distanzia di poco il direttore del Tg 5 Clemente Mimun.

direttore tg

Ultima domanda a cui hanno risposto gli utenti del blog di Grillo è chi secondo loro è il conduttore di talk show più fazioso. Bruno Vespa a larga maggioranza (30,12%) batte tutti. Segue Barbara D’Urso e il suo “Pomeriggio Cinque”  (che sorprende per il posizionamento nella categoria) e poi Paolo Del Debbio, conduttore di “Quinta Colonna”, recentemente oggetti degli strali del leader del M5S.

conduttore

Il voto era palese, non si discuteva se si trattasse di bravi o cattivi giornalisti, in base al proprio gusto o sensibilità (senza tirare in ballo professionalità e deontologia), ma si chiedeva di fare una classifica sul peggiore. Una profezia che si autoavvera in parte, che si dà legittimazione attraverso il meccanismo del voto.

«Siamo in guerra»

La battaglia di Beppe Grillo, e del M5S contro un certo giornalismo non è iniziata ieri, questa sembra piuttosto essere l’inizio della campagna d’estate. Alcuni punti sono stati riportati nel programma politico con cui il Movimento di è presentato alle elezioni. In precedenza, sempre attraverso il blog, erano partiti altri affondi: “Conigliera Rai” in cui si riportavano nomi e cognomi di “coniugati speciali” (ma anche figli, nipoti, sorelle e fratelli) assunti da viale Mazzini. Poi con la “#RaiSenzaPartiti” denunciando inciuci tra la televisione pubblica e il potere politico. Ora il campo di battaglia si allarga anche alle altre reti televisive e soprattutto ai programmi, come si vede dai grafici delle votazioni. Che la Rai (e non solo) sia in mano ai partiti è storia vecchia e risaputa, che al suo interno più che di un organigramma funzionale si debba parlare di albero genealogico pure. Dal blog oltre che attacchi e post però sono partite a ridosso di entrambe le campagne una chiamata alle armi per boicottare il canone Rai (che per la precisione non si paga per la televisione pubblica ma per il televisore, cioè per il possesso dell’hardware e che quindi viene poi ripartito tra le diverse reti che forniscono il software: cioè i programmi).

Vox populi vox dei

Questa volta non c’è una call to action precisa, oltre al solito discorso di non pagare più il canone Rai e di privatizzarne una parte. Cosa che, oltre ad esser presente nel programma dei 5 Stelle, è stata anche oggetto di un referendum popolare, come tanti altri poi messo nel dimenticatoio. Quale beneficio una privatizzazione (anche se utile per molti versi) possa avere sulle capacità di Floris o Lerner non è ben chiaro. Più palese è invece la tattica. Che il Movimento e i media, soprattutto con la televisione, abbiano un rapporto conflittuale, o per lo meno complicato, è evidente. Grillo ha dichiarato una guerra senza quartiere, ma la base non è sempre compatta e coesa su questo punto. Si devono rinfocolare gli animi e serrare i ranghi. Per questo, anche per fare della moral suasion sui deputati e senatori a 5 Stelle si fa appello alla base, al “popolo del blog”. Attraverso un sillogismo. Prima una campagna (utilizzata anche dagli stessi programmi tv per descrivere Grillo come il “mostro” del momento) in cui si spara a zero contro tutti e tutti (dalla Gabanelli a Floris passando per Quinta Colonna). Poi un sondaggio orientato a dimostrare che quello che veniva detto dal leader è un sentire comune. Per poi presentare ai media, famelici di notizie, i risultati: il popolo del blog odia i giornalisti, chi più chi meno. Così da legare le mani a chi vorrebbe poter parlare più liberamente con i giornalisti, e slegarsi le proprie in caso di azioni disciplinari in quanto legittimato dal voto telematico.

Se c’è una categoria che agli italiani è più indigesta dei politici è proprio quella che delle notizie ha fatto un mestiere. Come ha rilevato anche un sondaggio Demos. Fiducia in calo anche se rimane molto più alta rispetto a quella segnalata sul blog di Beppe Grillo. Che lItalia sia al 69esimo posto nella classifica della libertà di informazione secondo il rapporto del 2013 di “Freedom House” è un dato scoraggiante, così come lo è il fatto che vi siano forti influenze di gruppi di potere non sempre chiare e manifeste. I conflitti di interesse sono una zavorra per una maggiore democrazia ed efficienza dell’informazione. Questo però vale non solo per la stampa cartacea e la televisione, ma anche sul web per tanti siti e blog.

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