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Il PdL nella XVI Legislatura: 5 anni di inesorabile erosione del consenso

Nonostante il Popolo della Libertà sia uscito vincitore dalle elezioni del 2008 ha vissuto una progressiva perdita della fiducia dell’elettorato causata da errori, abbandoni, scandali e dal rapporto simbiotico con il leader, Silvio Berlusconi. 

«Il PdL è in rimonta nei sondaggi» ha affermato Silvio Berlusconi qualche giorno fa. Tutto vero, perché da quando le primarie del centro-destra sono state annullate e il Cavaliere è tornato in campo, il Popolo della Libertà ha ribaltato il trend con un buono scatto in positivo. Ma la strada è lunga se l’obiettivo del partito è quello di presentarsi alle elezioni di febbraio per incassare un risultato simile a quello di 5 anni fa.

Quella volta fu record, perché il PdL – nato dalla fusione di Forza Italia e Alleanza Nazionale – raggiunse quasi il 40%, facendone la principale forza politica del Parlamento. Forte di una larghissima maggioranza e alleanze solide sia alla Camera che al Senato, diede subito l’impressione di poter appoggiare senza turbolenze e fedelmente il quarto governo Berlusconi. Una coesione di facciata, però, sotto la quale si nascondevano le fratture tra il Cavaliere e l’altro padre fondatore del partito, Gianfranco Fini. Il leader di AN, diventato nel frattempo Presidente della Camera, non digeriva i personalismi, la mancanza di pluralismo e la scarsa considerazione verso i temi da lui sollevati. I commenti negativi divennero frecciate, le frecciate si trasformarono in affondi, tutto si concretizzò in una corrente antagonista e si giunse alla lite dell’aprile 2010, quando, alla Direzione Nazionale del partito, tra Berlusconi e Fini scoppiò un duro faccia a faccia. «Se vuoi fare politica, molla la poltrona a Montecitorio» tuonò il Cavaliere; «Altrimenti che fai? Mi cacci?» rispose dalla platea un infuriato Fini.

Fini non venne cacciato, né si dimise dalla terza carica dello Stato, ma assieme ai suoi fedelissimi lasciò il PdL per fondare Futuro e Libertà. Non furono gli unici ad abbandonare la nave. Scandali, processi e un governo poco convincente portarono alla mozione di sfiducia del Dicembre 2010. Le previsioni davano il governo in svantaggio, ma i ripensamenti dell’ultimo minuto – su tutti la storica “conversione” degli ex Idv Massimo Razzi e Domenico Scilipoti – salvarono Berlusconi che poté rimanere premier grazie ai 14 deputati del neonato gruppo denominato “Iniziativa Responsabile”.

Se il Parlamento era tornato sotto controllo e in equilibrio – seppur precario – le scosse alle fondamenta del partito e del governo, indissolubilmente legati al Cavaliere, non cessarono, anzi, iniziarono a farsi più feroci. Prima le amministrative, in primavera, dove il PdL subì un vero e proprio crollo e perse in molti comuni importanti, tra cui Milano e Napoli. Poi, la crisi economica e il famelico spread. L’estate 2011, con la nomina di Angelino Alfano segretario di partito, i tentativi di riforme economiche e le continue promesse, non riuscrono a tranquillizzare né gli italiani né, soprattutto, gli investitori stranieri, impauriti da instabilità politica, crescita lontana e debiti crescenti.

Arrivò novembre. Lo spread ai massimi storici e i nuovi abbandoni in Parlamento causarono la definitiva crisi di governo nel giorno del voto per la rendicontazione annuale del bilancio. Berlusconi salì al Colle e iniziò, tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, l’era di Mario Monti.

Qui il PdL ha perso, agli occhi degli elettori, la maggiore quota di sostegno: il partito per tutto il 2012 è stato combattuto tra l’appoggio necessario al governo tecnico e le critiche alle iniziative dello stesso. L’identità è andata sbiadendo giorno per giorno, l’assenza di Berlusconi – in assenza di una precisa indicazione sul suo futuro – ha confuso i sostenitori, e lo scarso appeal di Alfano ha sfavorito la costruzione di una nuova leadership. Il fermento anti-politico ha fatto il resto: Grillo, la sua colorata veemenza e il suo movimento che si è affermato con la tornata elettorale dello scorso maggio hanno affossato il PdL.

Il colpo di grazia, però, è arrivato dal centro-sinistra e le sue primarie, che hanno riportato a molti la fiducia nel sistema democratico. Il copia-incolla mal riuscito del centro-destra, con un Alfano quasi impaurito, infinite candidature e il fantasma di Berlusconi ha portato il consenso verso il PdL al minimo storico: 13,9%, dal massimo del 40% del Maggio 2009.

Ecco che a Berlusconi, appassionato di sondaggi, maestro di comunicazione e abile a tastare il polso della gente, si è accesa una lampadina: salvare il salvabile, alla vecchia maniera. Ripresentarsi come leader di partito nonostante le promesse di rinuncia, annullare tutto, abbandonare Monti e ricandidarsi. Nella sua visione, quella di un partito politico che vive o muore necessariamente insiema al suo leader e il cui futuro dipende esclusivamente dal risultato nel breve periodo, la mossa è giusta ed è pure ripagata. In una settimana, tra comparsate in tv, interviste, dichiarazioni e rivelazioni, i sondaggi segnano per il suo partito un aumento di quasi 4 punti percentuali.

Oggi il PdL è lontanissimo da quel 37,8% delle elezioni 2008 ed è anche totalmente differente. Ben pochi credono che sia possibile risalire così tanto la china in soli due mesi. Ma la battaglia è appena cominciata e si può star certi che il PdL – e soprattutto il suo leader – non rinunceranno a combattere.

 «Io sono stato a lungo assente dalla comunicazione e questo purtroppo ha favorito la discesa nei sondaggi del nostro movimento. Non devo andare alla conquista di voti nuovi, mi basta tornare a parlare ai nostri elettori»

Nicolas Lozito

22 anni. Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche. Blogger o quasi giornalista a seconda delle giornate. Co-fondatore di iMerica. Mi trovate anche su Twitter.

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