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Catalogna: gli independentisti sono maggioranza ma senza sfondare

È un copione ben sperimentato: durante un periodo di profonda crisi, spiazzare il campo con nuovi temi che solletichino le aspirazioni profonde dell’elettorato e lo distraggano, è una tattica che raramente fallisce. E non ha fallito neanche questa volta.Le elezioni anticipate richieste dal presidente della Catalogna Artur Mas (nella foto) sono state per lui una sconfitta solo apparentemente, perchè in realtà andavano a evitare elezioni regolari a fine del mandato nel 2015, che sarebbero state inevitabilmente una sconfitta ben maggiore dopo anni di logoramento e declino economico che l’avrebbero portato alla fine di Zapatero. In realtà ora la sua CiU (Convergència i Uniò) è rimasta centrale e indispensabile per un governo.

Le elezioni erano state convocate per il 25 novembre, dopo che in settembre una mozione nel Parlamento della Catalogna e una manifestazione di piazza avevano promosso un referendum sull’indipendenza, in cui tra l’altro si sarebbe chiesto anche di trattenere a Barcellona le entrate fiscali, ora in parte devolute a Madrid. Tutto ciò è una chiara conseguenza della crisi economica che sta mettendo in ginocchio la Spagna e la stessa la Catalogna, una volta considerata una delle regioni “motrici” d’Europa. La regione autonoma conta per il  18,6% del PIL spagnolo, ed è stata una delle prime aree industrializzate del Paese, assieme ai Paesi Baschi, focalizzata sulla manifattura, fino a poco tempo fa meta di immigrazione dal resto d’Europa, compresa l’Italia. Evidente è il tentativo di scaricare su Madrid la responsabilità dei tagli e dell’austerità che Mas è stato costretto a intraprendere per l’alto debito della regione e parallelamente guadagnare consenso dal revival nazionalista.

Ma vediamo i risultati, denotando come primissima cosa il rilevante aumento dell’affluenza, dal 58,8% al 69,6%, dovuto proprio all’ingresso di quusta tematica indipendentista in un momento già molto caldo per la crisi economica galoppante:

CiU, l’unione tra il liberale CDC e il democristiano e nazionalista ma più piccolo UDC, perde la scomessa di guadagnare voti, come del resto previsto dai sondaggi; invece ne perde: seppur pochi, dato l’aumento dell’affluenza, in percentuale si traduce in un arretramento di quasi l’8%, a causa delle accuse di corruzione degli ultimi tempi e delle proteste contro i tagli che hanno portato voti agli indipendentisti di sinistra di ERC. I cali sono concentrati soprattutto nell’area di Barcellona e i suoi sobborghi tradizionalmente di sinistra, dove la crisi si sente anche di più e dove perde anche più del 10%. Perde molto meno, e talvolta avanza, nelle aree di tradizionale radicamento: le valli dell’interno, le medio-piccole città e tra la borghesia nazionalista, come a Girona.

L’ERC (Esquerra Republicana de Catalunya), è il partito indipendentista di sinistra, e dopo aver subìto degli autentici crolli negli anni scorsi (a favore di socialisti e CiU) si riprende grazie a una nuova leadership, più che raddoppia i suoi voti, e scavalca al secondo posto in termini di seggi i socialisti, risultando, soprattutto nella regione di Barcellona, un’alternativa di sinistra per l’elettorato nazionalista colpito dalla crisi e dalle misure di austerità del governo regionale. Si trova quindi  nella posizione ottimale di beneficiare sia del clima indipendentista che di quello di protesta contro la conduzione della politica economica.

L’ ICV-EUiA (Iniciativa per Catalunya Verds-Esquerra Unida i Alternativa), pesca nello stesso bacino di ERC, e geograficamente anche dei socialisti di PSC; meno focalizzata sul nazionalismo (cui comunque non si oppone), ICV-EUiA è l’alleanza di ecologisti e sinistra radicale nazionale spagnola, e aumenta anch’essa sull’onda causata dalla crisi, approfittando dell’aumento dell’affluenza e probabilmente attingendo ai voti del PSC in crisi. A fare diretta concorrenza è l’emergere di un partito ancora più radicale, il CUP (Candidatura d’Unitat Popular), senza una leadership (che è collegiale), e un’impostazione di sinistra nazionalista più radicale di ERC, a favore di nazionalizzazioni ed economia pianificata: anche questa forza approfitta del clima raccogliendo più del 3%.

Venendo alle forze non indipendentiste, il PSC (Partit dels Socialistes de Catalunya) era lo sconfitto annunciato, proveniendo da un ciclo negativo, e soprattutto in Catalogna aveva già perso le precedenti elezioni del 2010 dopo anni di governo. Le sue posizioni sul tema nazionalista sono vaghe e incerte, proponendo una via di mezzo di tipo canadese e il federalismo, scontentando sia unionisti che indipendentisti, e proprio per questo ha concentrato la campagna elettorale sull’opposizione a Mas nei temi economici, ma evidentemente quelle posizioni erano già coperte in modo più deciso da altre forze come ICV-EUiA che hanno sottratto ai socialisti molti voti, come anche C’s dal lato anti-indipendentista. Il calo di circa di un ulteriore 4% (dopo le sconfitte delle precedenti elezioni) è stato più accentuato a Barcellona (città che ha governato per 30 anni fino al 2011) e nei suoi sobborghi, tradizionalmente generosi con il partito, chè è al terzo o anche quarto posto in città importanti come Girona o Tarragona.

Il PP simmetricamente a CiU aveva interesse a focalizzare l’attenzione sull’indipendentismo, o meglio nel suo caso sull’anti-indipendentismo, proprio per distogliere l’elettorato dal tema dell’austerità cui il governo centrale (a guida PP) ha costretto anche e soprattutto le realtà locali. Ha beneficiato dell’aumento dell’affluenza aumentando i voti nelle periferie di Barcellona tra emigrati o loro discendenti a basso reddito, ma si è fatto soffiare, a causa dell’austerità, molti voti “unionisti” da C’s.

C’s (Ciutadans-Partit de la Ciutadania) è stato fondato solo nel 2006 come partito fermamente contrario ad ogni decentralizzazione, di ispirazione liberale vicino al nazionale UPyD (che non a caso in Catalogna è quasi inesistente), ritiene siano le persone ad avere diritti di autodeterminazione, non le regioni, si è spostata verso posizioni di sinistra liberale, attaccando sia il PP che CiU per i tagli ma assumendo anche un volto anti-corruzione, soprattutto contro Mas e il ruolo di partito-padrone di CiU. Una battaglia vincente, che ha permesso di aumentare di più del 100% sia i voti che le percentuali, e di uscire dalla zona urbana e suburbana di Barcellona superando il 10% nell’area anti-nazionalista di Tarragona, in aree prima più appannaggio di socialisti o PP.

Nella seguente infografica ben si evincono gli spostamenti complessi verificatisi tra partiti sia all’interno delle piattaforme indipendentiste sia tra partiti conservatori e progressisti, piani che si tra l’altro si intersecano:

grafico di Ismael Pena Lopez, da ICTology

CiU, definito dalla Vanguardia (principale giornale catalano) un po’ come la Democrazia cristiana italiana, rimane centrale e guiderà il nuovo governo ma dovrà scendere a compromessi, soprattutto sul lato economico, con ERC; in ogni caso la causa dell’indipendentismo non potrà più contare su una guida unitaria e unificante come accaduto altrove in situazioni simili e come sarebbe necessario per il suo successo. Per questo, a dispetto della maggioranza numerica dei nazionalisti, sono in molti a dire che “ha vinto Madrid”.

Gianni Balduzzi

Classe 1979, pavese, consulente e laureato in economia, cattolico-liberale, appassionato di politica ed elezioni, affascinato dalla geografia, dai viaggi per il mondo, da sempre alla ricerca di mappe elettorali e analisi statistiche, ha curato la grande mappa elettorale dell'italia di YouTrend, e scrive di elezioni, statistiche elettorali, economia.

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